Il centro sociale di Lubiana che ha fatto un compromesso con la turistificazione

Per il famoso Metelkova, diventare una tappa dei tour per la città è stato uno dei modi di difendersi dalle minacce di sgombero

di Viola Stefanello

Uno dei principali edifici di Metelkova (Viola Stefanello/il Post)
Uno dei principali edifici di Metelkova (Viola Stefanello/il Post)

Da più di trent’anni a pochi minuti dal centro storico di Lubiana, la capitale della Slovenia, c’è un posto che viene descritto talvolta come il quartiere alternativo della città, talvolta come la “risposta slovena” a Christiania, la famosa zona hippie di Copenhagen. Si chiama Metelkova ed è nato nel 1993 dall’occupazione di un complesso di caserme abbandonate dall’esercito jugoslavo dopo lo sgretolamento della federazione.

È uno spazio disordinato, con l’aspetto tipico dei centri sociali occupati. I muri sono coperti di graffiti e adesivi con slogan politici o loghi di collettivi e serate; qua e là troneggiano sculture e installazioni artistiche. Gran parte dello spazio, che si sviluppa su 12mila metri quadri, è tuttora gestito da collettivi politici, associazioni LGBTQ+, artisti, ONG e locali notturni organizzati secondo i principi dell’autogestione.

Una delle installazioni artistiche più fotografate di Metelkova (Viola Stefanello/il Post)

Metelkova è ancora tecnicamente uno squat: non ci vive nessuno stabilmente, ma è a tutti gli effetti un centro sociale e culturale mai del tutto legalizzato, guardato con disprezzo e sospetto dagli sloveni più conservatori. Negli ultimi anni, però, è diventato anche un’altra cosa: un’attrazione turistica. «Se ci vai un pomeriggio a bere il caffè, è molto probabile che vedrai passare qualche tour che spiega la storia dello squat, e c’è sempre qualche turista che gira a scattare foto del quartiere, perché è molto colorato e particolare. Viene benissimo in foto», dice il ricercatore Nathan Siegrist, che negli ultimi anni si è occupato molto di Metelkova.

Lo squat appare tra le tappe più consigliate in tutte le guide turistiche della città, incluse quelle ufficiali. In una delle ex caserme c’è addirittura un ostello di lusso di proprietà comunale, l’Hostel Celica. Poco lontano, nello stesso complesso di edifici, sono stati aperti tre musei: il Museo Nazionale della Slovenia, il Museo Etnografico Sloveno e il Museo di Arte Contemporanea Metelkova.

Il Museo di Arte Contemporanea Metelkova (Viola Stefanello/il Post)

Normalmente, questo genere di turistificazione viene visto come una minaccia da parte di chi frequenta spazi dedicati alla controcultura come Metelkova. Nel caso di Lubiana, però, la situazione è un po’ diversa.

Dopo la dichiarazione d’indipendenza dalla Jugoslavia, nel 1991, in tutta Lubiana rimasero vuote decine di edifici industriali e militari di proprietà statale o comunale. Nel giro di poco tempo, artisti e attivisti cominciarono a occuparli in modo spontaneo e autogestito, per rispondere a bisogni che la città, alle prese con il passaggio al modello economico capitalista, non riusciva a soddisfare: spazi abitativi economici, luoghi di aggregazione, laboratori artistici.

In questo contesto, una rete di oltre duecento organizzazioni giovanili e culturali — la “Rete per Metelkova” — chiese al comune di poter utilizzare le ex caserme di via Metelkova per attività culturali e artistiche. L’amministrazione acconsentì, ma non fu formalizzato alcun accordo, e per un paio d’anni artisti, attivisti e studenti ci vissero dentro in modo informale, organizzando eventi, laboratori e mostre d’arte.

L’ingresso di Metelkova (Viola Stefanello/il Post)

«Il genere di controcultura che stavano costruendo lì, però, non coincideva con la visione del Comune riguardo all’uso formale dello spazio a fini culturali», ha spiegato l’esperta di urbanistica Savannah Siekierski. Nel 1993 il comune ordinò la demolizione di parte degli edifici per riconvertire l’area a uso commerciale. A quel punto, gli attivisti decisero di occupare effettivamente le caserme, impedendo di fatto la demolizione, e nel giro di poco si diedero un nome e un’identità collettiva: Centro culturale autonomo della città di Metelkova. «Nel tentativo di evitare uno scontro fisico, l’amministrazione comunale interruppe la fornitura di acqua ed elettricità al sito, causando un notevole peggioramento delle condizioni di vita in quel periodo», scrive Siekierski.

La situazione cominciò a sbloccarsi nel 1997, quando Lubiana fu nominata Capitale europea della Cultura. A quel punto, il comune decise di raggiungere un accordo con gli occupanti: Metelkova avrebbe smesso di ospitare residenti permanenti, e in cambio la città ne avrebbe riconosciuto la vocazione culturale, dedicando ufficialmente gli edifici alla promozione dell’arte e della cultura. Nel 2005 Metelkova fu dichiarata patrimonio culturale nazionale, ma nella pratica non cambiò molto. Ancora oggi Metelkova non ha uno status giuridico definito: alcune parti del complesso sono state ufficialmente affittate dal comune con contratti a canone zero alle organizzazioni, altre restano in un limbo amministrativo. L’acqua e l’elettricità, che nei primi anni venivano allacciate abusivamente, oggi sono regolarmente fornite dalla città.

Siegrist, il ricercatore, dice che a suo avviso il momento storico in cui Metelkova è stata occupata ha fatto tutta la differenza rispetto ad altri spazi occupati altrettanto importanti che sono però stati sfrattati dall’amministrazione negli ultimi anni.

L’ingresso di uno degli edifici di Metelkova (Viola Stefanello/il Post)

Il caso più significativo è quello di Rog, ex fabbrica di biciclette occupata nel 2006 da un gruppo di attivisti, artisti e skater. Col tempo Rog diventò anche un punto di riferimento per i lavoratori migranti e per le persone senza documenti, soprattutto dopo il 2015, con l’aumento dei flussi migratori in Europa. Al contrario di Metelkova, però, il comune aveva piani diversi per la riqualificazione dell’edificio, e considerava la fabbrica occupata uno spazio poco sicuro e fatiscente, e quindi incompatibile con l’immagine di una città pulita e moderna che l’amministrazione cittadina voleva comunicare all’esterno.

– Ascolta anche: Il turismo ha cambiato le città, con Filippo Celata

Nel gennaio 2021, durante il lockdown e sotto il governo di destra di Janez Janša, il comune sgomberò Rog con un’operazione piuttosto violenta. Nel giro di due anni, al posto dello squat è nato il Center Rog, uno spazio municipale dedicato al design, all’artigianato e all’innovazione, con ristoranti, caffè, atelier in affitto e una programmazione curata dall’alto. Dei quattordici anni di occupazione non è rimasta nessuna traccia materiale.

Secondo Siegrist, il ricercatore, Metelkova ha fatto una fine diversa per due ragioni. La prima è che ha avuto un decennio in più per sviluppare la legittimità di cui gode oggi. «Essendo stata occupata molto presto nella storia della Slovenia come nazione capitalista indipendente, ha avuto il tempo di consolidarsi in un momento in cui la pressione del mercato immobiliare era molto più bassa», dice.

Una statua a Metelkova, con la scritta «Salva il pianeta, mangia un miliardario» (Viola Stefanello/il Post)

A questo si aggiunge la disponibilità di Metelkova a integrarsi nell’economia turistica della città. «Rog aveva una posizione molto più intransigente contro la turistificazione e la gentrificazione del centro. Metelkova invece ha accettato, almeno in parte, di stare al gioco delle politiche urbane creative e del turismo», dice Siegrist. A suo avviso, il compromesso ha sicuramente dei costi, dato che Metelkova ora viene percepita come uno spazio di consumo tanto quanto un luogo di controcultura. Questa turistificazione, però, ha svolto anche una funzione di protezione dello spazio da ulteriori speculazioni edilizie, pubbliche o private.

«Come mi ha detto una persona che frequenta Metelkova da molto tempo, forse alla città fa comodo avere una “zona selvaggia”», aggiunge. «Nel centro storico puoi avere un’esperienza sicura, tranquilla, un po’ noiosa. Poi, se vuoi, puoi andare nella “zona alternativa”». È una modalità di consumo dello spazio piuttosto visibile su Tripadvisor, la principale piattaforma che raccoglie le recensioni dei turisti. Molti commenti sono estremamente positivi, entusiasti dei graffiti e della grande differenza che c’è tra Metelkova e il resto della città. Molti altri, però, sono stati chiaramente scritti da persone che non sono abituate a muoversi in posti del genere, e che dicono di averla trovata minacciosa, sporca, inquietante.

Una scritta contro i turisti su uno dei muri esterni di Metelkova (Viola Stefanello/il Post)

«È un posto che non fa ancora parte di una normale esperienza turistica», riassume Siegrist. «E se passi del tempo dentro le organizzazioni, oltre le mura visibili dalla piazza, ti accorgi che gran parte dello spazio non è stato minimamente toccato dal turismo». Da un punto di vista decisionale, tutte le organizzazioni che convivono a Metelkova si gestiscono in modo autonomo. Quando c’è da prendere decisioni che riguardano lo spazio nel suo insieme — o da comunicare con il comune — si riuniscono invece in un’assemblea orizzontale chiamata “forum”.

– Leggi anche: Christiania è un posto sempre meno speciale

La pressione istituzionale nel tempo è diminuita, ma non è mai del tutto scomparsa, e dipende molto dal momento politico attraversato dalla città e dal paese. Negli anni, per esempio, ci sono stati vari attacchi di gruppi di estrema destra contro le associazioni più politicizzate ospitate dentro a Metelkova. Ma l’episodio più significativo degli ultimi anni risale all’ottobre 2020, durante il governo di destra guidato da Janša.

Le ONG di Metelkova 6, tecnicamente di proprietà statale e non comunale come il resto, ricevettero un avviso di sfratto dal ministero della Cultura, con una scadenza fissata al 31 gennaio 2021. Nei mesi precedenti Janša aveva intensificato molto la retorica contro le organizzazioni della società civile. Tra le altre cose, in un discorso al parlamento aveva accusato le organizzazioni di Metelkova 6 di drenare risorse pubbliche che sarebbero potute andare alla sanità, incolpandole per la morte di migliaia di sloveni.

Il pretesto ufficiale dello sfratto erano lavori di ristrutturazione, ma non c’era alcuna indicazione che gli occupanti sarebbero potuti tornare dopo i lavori. L’avviso arrivò peraltro nel giorno di entrata in vigore del coprifuoco nazionale per il Covid-19: molti osservatori, tra cui Amnesty International, lo videro come un tentativo di limitare le proteste pubbliche contro questa decisione. Alla fine, lo sfratto non si concretizzò: le organizzazioni lanciarono appelli pubblici e petizioni, il caso finì in tribunale, e nel giugno 2022 il governo Janša cadde per altre ragioni. L’esecutivo successivo, di centrosinistra, si impegnò a non procedere con lo sgombero.

Metelkova, giovedì mattina (Viola Stefanello/il Post)

Piškur, la curatrice, segnala però che la situazione al momento è tutt’altro che tranquilla. Uno dei grossi problemi che nota, per esempio, è una maggiore circolazione e spaccio di droga nel quartiere. «Il motivo per cui succede qui è che dall’altra parte della strada c’è l’unico centro sanitario della città dove i tossicodipendenti possono ritirare il metadone. Quindi si fermano tutti in questa zona», spiega. Le persone che frequentano Metelkova da tempo chiedono un intervento, ma il sospetto generale, dice, è che l’amministrazione stia lasciando degradare lo spazio per giustificare un eventuale intervento futuro.

Quanto agli abitanti di Lubiana, la percezione dipende molto da chi si interpella. Molti vedono Metelkova come qualcosa di necessario: uno spazio di antagonismo, un luogo dove è possibile fare politica e pensare in modo diverso. «I vicini, le persone più ricche, la vedono invece come qualcosa che andrebbe sgomberato, ripulito, reso carino per i turisti. Ma non puoi bonificare tutta la città e sbarazzarti di tutto quello che non è scintillante», dice. «Se costruisci nuovi edifici e gentrifichi tutto, in città cosa ci resta? Niente».

– Leggi anche: Lavapiés sta cambiando troppo in fretta