È già l’ora del 6G?
Nel settore si comincia a parlare del prossimo standard per le telecomunicazioni mobili, con vaghe promesse

«Avrà un impatto simile a quello dell’introduzione dell’elettricità». Così, nel 2017, l’allora amministratore delegato della società statunitense di telecomunicazioni Qualcomm, Steve Mollenkopf, presentò il 5G, ovvero la quinta generazione dello standard per le telecomunicazioni dei dispositivi mobili, che entrò in funzione ufficialmente due anni dopo, nel 2019.
A distanza di quasi dieci anni da allora, il settore si sta preparando al 6G, che è stato tra le tecnologie più discusse del recente Mobile World Congress, l’annuale congresso dedicato alla telefonia mobile che si tiene a Barcellona. La sua entrata in funzione è prevista per il 2030, anche se in alcuni mercati potrebbe avvenire con un paio d’anni di anticipo.
Al momento il 6G è ancora in fase di studio da parte dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di definire gli standard nelle telecomunicazioni e nell’uso delle onde radio. Nonostante questo, la campagna per la promozione è già iniziata e molte aziende del settore hanno intenzione di pubblicizzarlo durante le Olimpiadi di Los Angeles che si terranno nel 2028.
Una tecnologia come il 6G, infatti, porta un giro d’affari da centinaia di miliardi di dollari, soprattutto ad aziende come Qualcomm, Ericsson e Huawei, che producono le antenne e l’infrastruttura necessaria al suo funzionamento. È anche per questo che in passato molte aziende del settore finirono per ingigantire le potenzialità del 5G, promettendo applicazioni rivoluzionarie che in molti casi non si sono concretizzate. Il 5G, infatti, ha in parte deluso le aspettative, trovando applicazione perlopiù in contesti molto specifici, come la copertura di luoghi affollati (gli stadi, ad esempio) e usi industriali.
Al tempo stesso, anche a causa del grande clamore mediatico, la diffusione del 5G si era accompagnata a teorie del complotto che portarono ad alcuni attacchi fisici alle antenne, ritenute parte di un piano per la sorveglianza di massa.
Secondo le previsioni del settore, i miglioramenti attesi con il 6G si concentrano soprattutto sull’uplink, ovvero la capacità di trasmissione dei dati dal dispositivo dell’utente verso la rete. Negli ultimi anni, la domanda di connessioni più veloci in questo senso è aumentata notevolmente, spinta dalla diffusione di servizi di videoconferenza come Google Meet e Zoom, ma anche dall’uso crescente di videocamere di sorveglianza e dispositivi indossabili, che inviano costantemente dati al cloud (l’insieme di servizi informatici che permettono tra le altre cose di archiviare e di elaborare dati su server remoti, e non sul dispositivo dell’utente).
I sostenitori del 6G ritengono inoltre che questa tecnologia possa agevolare anche l’interazione con i servizi basati sull’intelligenza artificiale, tanto che il nuovo standard è stato definito «AI-native», ovvero pensato fin dall’inizio per questa tecnologia. «Con il 5G abbiamo iniziato ad aggiungere funzionalità e soluzioni basate sulle AI quando eravamo già a metà del ciclo di vita», ha detto all’edizione italiana di Wired Marie Hogan, responsabile della strategia dell’offerta 6G per Ericsson, «ma nel 6G ci aspettiamo di avere funzionalità AI su ogni livello dell’architettura».
Il fatto che il nuovo standard venga associato ad alcune delle tecnologie più discusse del momento, come l’AI, non è una novità. Anche nel caso del 5G, infatti, le aziende del settore sottolinearono i legami con le novità tecnologiche più in voga, dalle automobili a guida autonoma alla chirurgia robotica. Quest’ultima fu protagonista di uno spot di TIM del 2019, in cui un chirurgo effettua una delicata operazione da un’isola remota, grazie al 5G.
Con il 6G sta succedendo qualcosa di simile: molte delle aziende che stanno investendo in questo standard sottolineano l’impatto che potrebbe avere in ambiti oggi molto discussi, come l’AI e la stessa guida autonoma, che nel frattempo ha fatto progressi notevoli.
Per quanto riguarda le AI, il nuovo standard potrebbe migliorare l’utilizzo dei chatbot, che si basano sul continuo trasferimento di dati dal dispositivo dell’utente al data center dove la risposta viene elaborata. Questo può produrre un lag, un ritardo dovuto alla distanza fisica tra l’utente e il server, che può essere ridotto con l’edge computing, ovvero la creazione di nodi decentralizzati e vicini all’utente in grado di elaborare i dati. Questo modello esiste già, ma secondo i suoi promotori il 6G lo renderebbe molto più efficiente.
Si tratta ovviamente di ipotesi, visto che lo standard è ancora in fase di sviluppo, ma è probabile che altri punti di forza del 6G riguarderanno le reti non terrestri e il cosiddetto sensing. Nel primo caso si tratta dell’utilizzo di satelliti a varie quote, che potrebbero portare connessioni rapide in qualunque punto del mondo, anche nelle aree rurali e più remote, oggi prive di copertura telefonica.
Il sensing, invece, riguarda la capacità di rilevare oggetti tramite segnali radio grazie a un paradigma noto come Integrated Sensing and Communication (ISAC), in cui la stessa infrastruttura che trasmette dati potrebbe anche rilevare posizione e movimento di oggetti nelle vicinanze. A renderlo possibile sarebbe l’utilizzo di frequenze molto alte, con onde cosiddette “sub-millimetriche“, che secondo i sostenitori potrebbero aprire la strada a applicazioni molto diverse tra loro: dall’analisi del traffico al monitoraggio della qualità dell’aria, fino a possibili usi in campo sanitario.
L’idea che i gestori di rete possano “vedere” la posizione degli utenti e dei loro dispositivi rappresenta ovviamente un potenziale rischio per la privacy. Al momento non è ancora chiaro come il nuovo standard funzionerà e quali garanzie verranno date agli utenti ma, visti i precedenti del 5G, è probabile che il sensing possa generare scetticismi o nuove teorie del complotto.
Si tratta infatti di una tecnologia diversa da quelle a cui siamo abituati: con l’ISAC, gli utenti potrebbero essere rilevati dalla rete anche quando non sono connessi. Come ha osservato al sito The Verge Petar Popovski, docente di Ingegneria della Comunicazione all’Università di Aalborg, in Danimarca, spegnere il telefono basta a disattivare le comunicazioni, ma «scegliere di non essere rilevato da una stazione radio base è una questione molto diversa».



