Un ordinario caso di molestie nella scuola italiana

«La settimana successiva scrivo una lettera al rettore per chiedere il trasferimento. Mi concentro su questa polemica per non dire mai il nome di quell’insegnante»

(Getty)
(Getty)
Francesca Mancini
Francesca Mancini

Responsabile dei progetti speciali e coordinatrice dell’ufficio stampa del Salone del libro di Torino. Coordinatrice editoriale di BookPride. Ideatrice e curatrice del festival femminista InQuiete. Questo articolo è parte della campagna Unite a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

Caricamento player

Ho provato a scrivere questa storia diverse volte, ma ogni volta mi coglie la stessa stanchezza. Le gambe diventano molli, lo stomaco si stringe come quando sono molto triste e arriva quel dolore ai reni di quando il corpo supplica riposo. I nervi delle dita delle mani si tendono, si artigliano: quello è l’inizio di un attacco di panico. Sono iniziati a vent’anni, su un volo che faceva ritorno da Siviglia.

Il cielo era nitido, nessuna nuvola, eravamo a un’ora da Roma ma io cominciai a sentire l’aria venire meno, le dita irrigidirsi e la paura di morire afferrarmi la gola. In quella vacanza, la notte prima, avevo macchiato di sangue il letto della camera d’albergo. Moltissimo. Il sangue aveva lasciato una chiazza enorme sulle lenzuola bianche. Probabilmente il tutto si era aggravato a causa di alcuni ovuli vaginali che usavo per curare la candida, di cui mi dovevo preoccupare almeno tre volte l’anno. Mestruazioni e ovuli: un incontro disastroso. Così come il mio ritorno in Italia. Da lì in poi, gli attacchi di panico sono diventati falsi amici di vita per quasi vent’anni. Li ho curati con lo xanax, l’analisi, la danza, lo yoga. Una relazione più sana con gli uomini e con mia madre. Gli uomini e mia madre, i grandi protagonisti della mia terapia, per almeno i primi dieci anni.

E anche questa storia ha a che fare con mia madre, i suoi e i miei desideri, con gli uomini, i loro e i miei desideri. Ho venticinque anni, mi sono appena laureata in Lettere moderne e ho trovato un lavoro part-time nella redazione di una casa editrice che pubblica libri per ragazze, ragazzi, bambini. Sembrerebbe sufficiente per il momento, e invece, senza un vero desiderio, per fare contenta mia madre, che mi voleva insegnante di italiano e latino in un liceo della provincia, la sera torno a casa in motorino dall’altra parte di Roma, preparo qualcosa da mangiare e studio per l’esame di ammissione al biennio della SISS, quella che fino al 2008 era la scuola di specializzazione per diventare insegnante. Due prove: scritto e orale. Pochi posti, migliaia di domande in tutta Italia.

Non ricordo perché scelsi proprio Parma, probabilmente a Roma c’era troppa concorrenza. Ho una memoria fragile, non ricordo quasi nulla del mio passato lontano. Solo le cose tristi, che si trasformano in dolore fisico. Vorrei imparare a ricordare anche il piacere, per sperimentare sulla pelle come si sente la gioia di qualcosa che è esistito, anche se ora non c’è più. Vengo ammessa, supero a pieni voti entrambe le prove, e la mia vita si complica: un terzo della settimana lo passo a Roma, in ufficio; un terzo a Parma, a seguire le lezioni; un altro terzo in una classe di scuola superiore per il tirocinio obbligatorio.

A Parma, la mia vita diventa molto faticosa. A Roma ho un lavoro e una vita costruita con un dispendio di energie, ma io ho tantissime energie: sono andata via da Latina a diciotto anni, divido un appartamento con tre amiche e ho una relazione lunga e complessa con un ragazzo che amo molto.

Ma devo avere un lavoro sicuro. Questo mi chiede la provincia. La provincia vuole figlie femmine che si prendano cura della famiglia d’origine, che abbiano un lavoro stabile, che si trucchino il giusto, che abbiano modi gentili e educati con i vicini e i commercianti di zona. Il matrimonio con un “bravo ragazzo”, affidabile almeno esteriormente, è la prima regola. Esteriormente. Quello che hai dentro sono fatti tuoi: cose che restano assiepate, in cerca di un ramo su cui sbocciare.

Studio, lavoro e a Parma dormo in un istituto gestito da suore, per spendere il meno possibile e non finire tutto il mio misero stipendio in questa doppia vita. Devo frequentare le lezioni e fare tirocinio il venerdì o il sabato in una scuola superiore. Insegno italiano a una classe di ragazzi di un istituto tecnico. Ho conservato anche il lavoro in casa editrice. Faccio una vita che sento tutta addosso. Non ho più tempo a Roma, a Parma non ho una vita. Piango di stanchezza in treno mentre torno a Roma con l’ultimo Frecciarossa da Bologna e studio I promessi sposi. O forse dovrei dire: studio “come si insegnano I promessi sposi”. Anche se chi ha fatto la SISS come me sa che questo, in realtà, non è mai davvero accaduto: ricordo quanto ci lamentammo perché non ci insegnavano un metodo. Sembravano non avere a cuore le studentesse e gli studenti. Dovevamo solo reimparare le cose come le avevamo studiate all’università.

Mi assegnano un tutor. Ha circa trentacinque anni e insegna italiano nella stessa scuola dove faccio lezione io. Ho pochi ricordi. Ha i capelli ricci, forse castani, gli occhi chiari. Alto, agile nel camminare. I suoi alunni lo amano. Insegna con passione, è simpatico, i ragazzi ridono mentre cerca di farli appassionare all’inferno dantesco.

Dobbiamo condividere la classe per un anno, tre ore a settimana. Ha modi gentili, all’inizio. Mi introduce alla classe e ci dividiamo le ore. Io faccio degli approfondimenti alle sue lezioni, cerco di interessare i ragazzi con storie e notizie che non troverebbero sui manuali scolastici. Preparare queste lezioni mi diverte, perché anche io scopro cose nuove.

Poi, dopo un mese, comincia a farmi complimenti sui miei vestiti: gli piacciono le mie scarpe, le mie gonne. Usavo molto le gonne allora, molto più di adesso. Così inizio a indossare i jeans, perché quegli apprezzamenti mi mettevano a disagio.

Oggi come allora non riesco a fingere le mie emozioni: mi infastidisco, mi irrito, non sopporto essere esposta se non sono io a deciderlo.

Lui continua: come lego i capelli, le camicie che indosso. Poi, a un certo punto, comincia a invitarmi a dormire sul divano di casa sua. Vive da solo, non disturbo. Questa parte la pronuncia fuori dalla classe, in corridoio, ogni settimana, prima che io riesca a dileguarmi dopo lezione. I suoi “gentili apprezzamenti”, invece, li snocciola appena varca la soglia dell’aula, davanti a una classe di adolescenti maschi. Ci sono, lui è accanto a me, circa venti sedicenni che ci guardano. Non è giusto, come si permette, ma le buone maniere mi costringono a tacere.

Quest’uomo con i capelli ricci, che insegna Dante con passione, deve scrivere la relazione finale sul mio tirocinio. Lui dovrà compilare molti moduli, descrivere la mia capacità di insegnare e di gestire una classe.

Un venerdì, a fine maggio, dopo lezione, mi invita a cena. Io ho allenato l’arte del rifiuto, da anni la alleno. Mento e dico che ho il treno per Roma. A volte è vero: arrivo a Termini a mezzanotte per essere in casa editrice la mattina dopo alle 9:30. Mi chiedo quanto si rendesse conto dello stato pietoso in cui ero.

Ma non ero una donna stanca.

Ero una ragazza con le gonne a fiori e l’allegria sotto le occhiaie.

Stavolta è una bugia, l’ennesima. Lui mi ha fatto diventare una bugiarda sfacciata. Sono tutti no quelli che continuo a dire: no a un caffè, no a un bicchiere, no al suo divano.

No. No. No. No. No. No.

Qual è la parte della parola no che un uomo non capisce?

Siamo nel cortile della scuola, che si è svuotato. Il cielo è grigio, forse piove. Piove sempre a Parma, anche se la primavera è arrivata. Io sono sempre distante da lui, questo lo ricordo bene.

Il mio spazio rispetto al suo. Anche in classe sposto sempre un po’ di più la sedia, così sono sicura che le gambe non si sfioreranno nemmeno per caso. Un esercizio continuo di posizionamento. Rispetto a lui. Rispetto ai maschi. Quanta vita passata a studiare la distanza giusta.

Siamo lì, io parlo.

Improvvisamente mi passa una mano fra i capelli. Lo fa con un gesto incerto. Ma ho le sue dita nei miei capelli. Conosco lo sguardo che sto facendo. Eppure continua. Sono paralizzata.

Vorrei urlare: come ti permetti. Sono i miei capelli. È la mia testa. Come hai fatto a venirmi così vicino. Sono stata così attenta. Sento salire il disgusto. Muovo la testa con forza, mi volto e me ne vado.

La settimana successiva scrivo una lettera al rettore per chiedere il trasferimento a Roma. Lo chiedo, lo spiego: non riesco più a condurre quella vita. Sono stanca. Studio, lavoro, vivo sui treni, dormo in letti diversi ogni settimana.

Non lo chiedo per quella mano nei capelli. (La sento ancora). Lo chiedo perché non voglio vivere così, perché non desidero essere un’insegnante.

Se avessi detto la verità, mi avrebbero creduta?

La mia richiesta viene respinta. Lascio la SISS dopo aver fatto tutti gli esami del primo anno, superati con il massimo dei voti. Un anno della mia vita senza aver quasi mai sorriso. Scrivo una seconda lettera al rettore solo per dire come questo sia il paese che dovrebbe formarci come insegnanti e non ci lascia la possibilità di lavorare per pagare la scuola di specializzazione nella stessa città in cui lavoriamo.

Mi concentro su questa polemica col rettore per non dire mai il nome di quell’insegnante.

Non ho salutato la classe. Non ho mai più rivisto quel professore di italiano che i suoi studenti ricorderanno come un uomo intelligente, simpatico, con una certa capacità nel raccontare storie. L’uomo che, forse, li ha fatti anche appassionare a Dante. Probabilmente non si ricorderanno di me.

Non ho mai raccontato questa storia all’uomo con cui vivo né alle mie amiche. Ho sempre detto che avevo smesso perché non volevo fare l’insegnante. È una parte di verità. Ma non tutta. Chi non è stato umiliato da una mano nei capelli non può capire. A chi lo è stata, invece, sembra quasi non ci sia bisogno di spiegare niente.

E allora questa cosa, questo fatto della vita di così tante donne rimane sospeso, sembra ancora indicibile, non se ne parla a cena, sembra ancora una cosa sconveniente, troppo piccola, troppo stupida, non siamo forse molto più forti di così? Eppure mi si artigliano le mani, eppure mi si stringe lo stomaco.

Ho faticato a mettere in fila tutti questi ricordi.

Eppure, anche quando sembra un fatto isolato, non lo è.

Al di là dei casi di cronaca più noti, quantificare il fenomeno delle violenze nel contesto accademico non è semplice. Alcune indicazioni arrivano dal report Misure di prevenzione e contrasto ad abusi, molestie e violenze di genere negli atenei italiani, pubblicato dalla Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI). Secondo l’indagine, aggiornata al 4 novembre 2024, tra marzo e novembre dello stesso anno sono state registrate 243 segnalazioni tra molestie sessuali, psicologiche, fisiche e online, stalking, mobbing e altre forme di abuso: in media quasi una al giorno. Altri dati arrivano dal questionario La tua voce conta, promosso dall’Unione degli Universitari (UDU) dopo i casi emersi all’Università di Torino. Dallo studio risulta che il 38% di chi ha risposto considera gli spazi universitari non sicuri. Un dato che conferma come questi episodi non possano essere considerati isolati, ma parte di un fenomeno più ampio e strutturale.

– Leggi anche: Gli abusi e le molestie nelle università italiane

Il quadro si allarga ulteriormente se si osservano i dati Istat: nel 2022-2023 il 13,5% delle donne tra i 15 e i 70 anni che lavorano o hanno lavorato dichiara di aver subito molestie a sfondo sessuale nel corso della vita. La percentuale sale al 21,2% tra le più giovani. Nella maggior parte dei casi si tratta di comportamenti come sguardi insistenti, commenti, proposte indesiderate, ma non mancano episodi di contatto fisico. Le molestie, inoltre, non sono quasi mai isolate: nell’80% dei casi le donne dichiarano di averle subite più volte. I capi e i supervisori autori di molestie sono circa il 10% per le donne e il 4,2% per gli uomini. Tuttavia, mentre le prime sono vittimizzate quasi totalmente da capi maschi, i secondi lo sono in misura del tutto simile da uomini e donne. In un quinto circa dei casi, le vittime, sia maschi sia femmine, affermano che hanno subito più molestie dalla stessa persona. Gli episodi di molestia non si configurano come casi isolati. Per le donne la ripetitività ha un’incidenza maggiore rispetto agli uomini. L’indagine misura questa dimensione attraverso un quesito relativo agli episodi verificatisi negli ultimi 12 mesi precedenti l’intervista.

Storie/Idee

Da leggere con calma, e da pensarci su