Il caso del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa

È successo in una scuola media in provincia di Bergamo, l'aggressione è stata trasmessa su Telegram, lei non rischia la vita

La scuola Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, Bergamo, 25 marzo 2026 (ANSA/MICHELE MARAVIGLIA)
La scuola Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, Bergamo, 25 marzo 2026 (ANSA/MICHELE MARAVIGLIA)

Mercoledì 25 marzo un ragazzino di 13 anni ha accoltellato la sua professoressa di francese nel corridoio della scuola media Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, trasmettendo l’aggressione su un canale Telegram dal telefono che portava appeso al collo. La docente, Chiara Mocchi, di 57 anni, è stata portata con un elicottero all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Sul mezzo è stata sottoposta a una trasfusione e in ospedale ha subito un’operazione di due ore. Ora si trova in terapia intensiva, la prognosi è riservata, ma non è in pericolo di vita.

Quello che si sa è che ieri mattina il ragazzino è uscito a piedi da casa, dove da circa un anno viveva con la madre e il suo nuovo compagno dopo la separazione dei genitori, e in cui passava la maggior parte del suo tempo. La casa si trova a circa 300 metri dalla scuola, frequentata da 332 studenti sia della primaria che della secondaria di primo grado. Il ragazzino è in terza media.

Alle 7:45, dopo il suono della campanella, è entrato a scuola insieme a tutti gli altri. Salito al primo piano, nel corridoio, ha individuato la professoressa di francese e con il coltello l’ha colpita una prima volta al collo, mentre lei era di spalle, e poi al fianco, all’addome e a una gamba. Non si sa con precisione quante volte. Dalla testimonianza della madre di una studentessa risulta che tre ragazzi avrebbero assistito direttamente al fatto. Si sa anche che alcuni studenti ancora nei corridoi, avendo intuito cosa stesse succedendo, sono corsi nelle loro aule barricandosi all’interno, spostando i banchi davanti alla porta. Si sa anche che altre classi più lontane avevano iniziato regolarmente le lezioni non avendo consapevolezza di quanto accaduto.

Con la professoressa a terra il ragazzino è scappato e ha provato a imboccare l’uscita della scuola, ma è stato fermato da un’insegnante e due collaboratrici scolastiche che l’hanno immobilizzato fino all’arrivo dei carabinieri.

Durante l’aggressione il ragazzino coinvolto indossava una maglietta con la scritta “vendetta”, aveva dei pantaloni mimetici con un’imbracatura per pistola e nello zaino aveva anche una pistola scacciacani, cioè di quelle che emettono solo un rumore simile a un vero sparo. Il coltello che ha utilizzato era da sub o da caccia, non è chiaro.

Nella sua casa, durante le perquisizioni, sono stati trovati alcuni vasetti di vetro pieni di reagenti chimici utili a fabbricare esplosivi in modo rudimentale. Dalle prime analisi fatte sul suo computer e sullo smartphone risultano ricerche su come fabbricare e assemblare esplosivi. Il sequestro ha allarmato i carabinieri che sono tornati a scuola con l’unità cinofila per verificare che non fosse stato piazzato qualche esplosivo nell’edificio. Aule e corridoio sono stati perlustrati, ma non è stato trovato nulla. Per capire il percorso del ragazzino e i suoi movimenti precedenti al giorno dell’aggressione sono stati acquisiti i video delle telecamere dei negozi del paese.

Ieri il ragazzino è stato interrogato per 7 ore. Dopodiché la procuratrice per i minorenni di Brescia Giuliana Tondina ha disposto il suo trasferimento in comunità: poiché ha meno di 14 anni non è imputabile in base all’articolo 97 del codice penale. Il procuratore capo di Bergamo Maurizio Romanelli sta indagando per capire se i genitori e il compagno della madre abbiano avuto un ruolo nel reperimento delle armi utilizzate e dei componenti dell’esplosivo.

Sul movente non ci sono notizie certe: si sa che qualche giorno fa il ragazzino aveva preso un brutto voto in francese, che al termine di una discussione con un compagno era stato ripreso davanti a tutta la classe dalla professoressa di francese, e che aveva preso una nota disciplinare. Qualche compagno ha riferito che a seguito di questi episodi il ragazzino aveva rigato la macchina della professoressa, ma non risultano denunce in tal senso. Nel comunicato diffuso ieri dai carabinieri di Bergamo si escludono «finalità terroristiche» e si precisa che quanto accaduto è stato «un gesto isolato».

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è subito intervenuto per chiedere di accelerare l’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza” già approvato dal Consiglio dei ministri e ora in commissione Affari costituzionali del Senato, dicendo fra l’altro che «dobbiamo anche riflettere sull’uso dei social che sono sempre più devastanti».

L’Associazione Nazionale Presidi (ANP) ha chiesto invece di «rafforzare le azioni preventive e educative». Il presidente Antonello Giannelli ha anche parlato di «imbarbarimento della società» e della «familiarità nell’uso dei coltelli tra i giovanissimi, fenomeno che chiama in causa famiglie, società e istituzioni». Sul fronte sindacale la posizione condivisa è di non affidarsi soltanto a risposte punitive. Gianna Fracassi, segretaria generale della Flc Cgil, ha detto che «le misure sull’inasprimento delle sanzioni e sull’introduzione di nuovi reati non hanno prodotto risultati efficaci».

Lo scorso dicembre il ministero dell’Istruzione e del Merito aveva diffuso i risultati di un monitoraggio avviato nel 2023 sulle violenze nelle scuole: «Il dato conferma una tendenza positiva: nell’anno scolastico 2024/2025 gli episodi complessivi erano stati 51, mentre nel 2023/2024 erano 71. Le vittime sono prevalentemente gli insegnanti, colpiti, nella maggior parte dei casi, da familiari degli studenti». In un recente sondaggio sul sito Tecnica della Scuola si dice che su 606 docenti intervistati il 73,8 per cento ha dichiarato di avere subito, almeno una volta durante la carriera, aggressioni dai genitori dei propri studenti: l’89,3 per cento parla di aggressioni verbali (offese, minacce), il 25,2 di aggressioni via chat o social, e il 5 per cento di aggressioni fisiche.