Come stanno cambiando Amplifon e il settore degli apparecchi acustici
Nonostante lo stigma che ancora c'è in Italia il mercato è in espansione, e intanto la tecnologia è migliorata enormemente
di Francesco Gaeta

Amplifon, azienda italiana tra le principali al mondo per la cura dei disturbi dell’udito, ha annunciato di avere comprato GN Hearing, gruppo danese che produce dispositivi acustici. È un’operazione che mette insieme due rami diversi dello stesso settore: da una parte una rete globale di assistenza ai pazienti, e dall’altra chi sviluppa strumenti e prodotti per quei pazienti. Amplifon, che ha oltre diecimila negozi e centri acustici in 25 paesi, avrà ora degli apparecchi propri, quelli di GN Hearing.
Da un punto di vista industriale, in casi come questo si dice che Amplifon ha «comprato ricerca», perché GN Hearing ha 700 ricercatori sparsi in vari centri di ricerca e realizza in proprio i microchip, che sono oggi la parte fondamentale degli apparecchi. Possiede inoltre 2.800 brevetti, un numero indicativo di quanto la tecnologia sia entrata in questo settore e lo abbia cambiato.
Per decenni gli apparecchi acustici hanno funzionato soprattutto come amplificatori: aumentavano il volume dei suoni senza distinguere tra ciò che serviva e ciò che disturbava. A partire dagli anni Novanta l’innovazione digitale ha cambiato radicalmente le cose: il suono viene analizzato da un microchip che consente di intervenire in modo diverso sulle frequenze, amplificando quelle che l’udito non coglie e attenuando i rumori di fondo.
La nuova tendenza in questo mercato è diventata così la personalizzazione. Le persone perdono l’udito in modo diverso l’una dall’altra, perciò gli apparecchi vengono regolati su misura sulla base di quattro test, che misurano non solo se e quanto si sente poco, ma anche come e perché si sente poco. L’intelligenza artificiale sta ora avviando una fase nuova: è lo stesso apparecchio a filtrare le frequenze sonore (che si misurano in Hertz) in base agli esiti di questi test e delle situazioni in cui si trova chi lo indossa. Una cosa che potrebbe rivoluzionare l’esperienza dei pazienti ma anche il modello di business dei produttori.
Anche per via di questo grado di sofisticazione, il settore globale delle protesi audio si è concentrato ormai in pochi grandi gruppi, in grado di sostenere finanziariamente il tasso di innovazione necessario ai prodotti, e a costruirseli da soli. Alcune di queste aziende hanno sede proprio in Danimarca, da tempo il principale polo tecnologico del settore: sono qui Demant e WS Audiology, che con gli svizzeri di Sonova sono i principali concorrenti di Amplifon. Questi tre gruppi hanno una dimensione simile, con ricavi annui che vanno dai 2,3 ai 3,7 miliardi di euro, e si distinguono da chi fa solo vendita, come la multinazionale statunitense Costco.
Il nuovo gruppo formato da Amplifon e GN Hearing avrà ricavi per 3,3 miliardi in un mercato che complessivamente ne vale 23, ma che ha ancora elevati potenziali di crescita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 430 milioni di persone nel mondo avrebbero già oggi bisogno di qualche forma di riabilitazione. Gli utilizzatori effettivi di apparecchi sono però meno di 68 milioni.
Alla Amplifon, che ancora oggi è controllata dalla famiglia Holland che la fondò, dicono che l’acquisizione sarà un modo per fare un salto di livello. L’azienda fu fondata da Algernon Charles Holland, ingegnere britannico che durante la Seconda guerra mondiale fu paracadutato in Italia al fianco degli Alleati e che, finito il conflitto, decise di restarci. In quegli anni la perdita uditiva era diffusa e poco trattata, e gli apparecchi erano costosi e ingombranti. All’inizio Holland pensò di portarli alle persone attraverso laboratori acustici allestiti dentro dei camion, poi costruì una rete di punti fisici, a partire da Milano e Torino.

Uno dei primi laboratori acustici mobile della Amplifon, negli anni 50 (foto Amplifon)
Amplifon non è cresciuta dunque attorno a una fabbrica ma costruendo e allargando la rete dei suoi negozi nel mondo, e poi anche comprando quelli di alcuni concorrenti che possedevano centri acustici nei paesi in cui intendeva espandersi. È avvenuto nel 1999, quando ha acquisito Miracle-Ear, la catena più importante degli Stati Uniti. E poi nel 2010 quando ha comprato National Hearing Care, per arrivare in Australia, Nuova Zelanda e India.
Dopodiché Amplifon è riuscita ad avere successo grazie alla creazione di un enorme servizio di assistenza, con cui seguire le persone oltre la prima diagnosi, nel periodo successivo all’adozione della protesi. È un percorso molto standardizzato, che comprende tre incontri per settare gli strumenti sul paziente e altre visite di monitoraggio nei mesi e negli anni successivi. Al centro di tutte le operazioni è l’audioprotesista, titolo che in Italia si consegue con una laurea triennale. Tra consulenza e apparecchiature, il costo nel primo anno può arrivare a 5mila euro.
Per questo settore di mercato l’Italia è un paese con ottime prospettive. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità l’ipoacusia – il termine tecnico per definire i difetti uditivi – riguarda circa 7 milioni di persone, ma si prevede che per il crescente invecchiamento della popolazione saranno 10 milioni nel 2050. Già oggi ne soffre il 13 per cento di chi ha più di 65 anni. Tra le persone anziane la riduzione dell’udito comporta un più elevato rischio di isolamento rispetto a chi non ha questo problema, e una più alta incidenza di sindromi depressive.
Il Cergas, l’osservatorio sulle politiche sanitarie dell’Università Bocconi di Milano, sostiene che lavorare sulla cura dei difetti uditivi comporti una spesa immediata ma anche un risparmio sulle patologie e i costi collaterali a questo problema: per ogni euro speso se ne risparmierebbero circa 14.
A fronte di una platea così ampia, molte persone arrivano alla diagnosi dopo anni. Avviene innanzitutto perché in Italia c’è un marcato stigma sociale nei confronti dei difetti dell’udito. Nei paesi del Nord Europa, dove questo stigma c’è meno e l’ipoacusia non è considerata un cosa di cui vergognarsi e associata all’anzianità, i tassi di diffusione degli apparecchi sono molto più alti. Negli Stati Uniti, che rappresentano il 40 per cento del mercato mondiale delle protesi acustiche, le aziende del settore sono riuscite a rafforzare la diffusione degli apparecchi con una comunicazione massiccia ed efficace, che ha presentato l’ipoacusia come un problema di ordine quotidiano più che come una malattia.
C’è anche un altro fattore più banalmente economico. L’adozione degli apparecchi acustici è più alta nei paesi in cui le spese sono coperte in tutto o in parte dallo Stato. L’esempio più evidente è la Francia, dove il governo ha approvato un piano per coprire interamente le spese. Nei due anni successivi a questa decisione, cioè tra il 2021 e il 2023, sono stati distribuiti circa 1,7 milioni di apparecchi senza alcun costo per i cittadini.
In Italia il sistema sanitario pubblico copre il costo di un apparecchio fino a un massimo di 1.400 euro. Per ottenere il rimborso è necessaria la visita di un otorino che certifichi un difetto uditivo superiore al 34 per cento, in un ospedale o un ambulatorio pubblico. Il problema è che in molte regioni le lista d’attesa per una visita possono essere molto lunghe, e questo spesso impedisce una diagnosi precoce.



