Giorgia Meloni non si dimette
In un video pubblicato dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia si è detta rammaricata per l'esito del referendum, ma «andremo avanti»

Lunedì pomeriggio, dopo la netta vittoria del No al referendum sulla giustizia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pubblicato un breve video per commentare il risultato elettorale. Meloni si è detta rammaricata per l’esito, ma ha di fatto escluso che si dimetterà: del resto nelle scorse settimane era stata categorica su questo punto.
«La sovranità appartiene al popolo, e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale (…) i cittadini hanno deciso: noi, come sempre, rispettiamo la loro decisione», ha scritto Meloni. Che poi ha aggiunto:
Resta chiaramente il rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia, ma questo non cambia il nostro impegno per continuare con serietà e determinazione a lavorare per il bene della nazione e per onorare il mandato che ci è stato affidato. Andremo avanti come abbiamo sempre fatto: con responsabilità, con determinazione e soprattutto con rispetto verso l’Italia e verso il suo popolo.
Per il governo di Meloni il referendum era molto importante: la riforma della magistratura era l’unica grande riforma che il governo potesse sperare di approvare prima delle elezioni politiche del 2027, dal momento che le altre due più importanti – quella sull’autonomia differenziata e quella sul cosiddetto “premierato” – sono ferme per diversi motivi: la prima è stata smantellata dalla Corte costituzionale, la seconda è arenata in parlamento.
Prima del referendum, per evitare che l’esito della consultazione potesse trasformarsi in un giudizio sul suo governo, Meloni aveva chiesto agli elettori di concentrarsi unicamente sul merito della riforma. Aveva affidato il compito di fare campagna ai suoi ministri e alla maggioranza, sempre con l’indicazione di non politicizzare il referendum. Le cose però non erano andate benissimo, per vari motivi, tra cui alcune uscite più o meno infelici del ministro della Giustizia Carlo Nordio e l’immobilismo dei suoi alleati. Da quel momento in poi aveva cominciato a esporsi in modo più diretto.


