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  • Domenica 22 marzo 2026

Il secondo turno in Francia si gioca tutto sulle alleanze

E soprattutto su quelle nella sinistra, fatte caso per caso, mentre a destra ce ne sono state ben poche: si vota in oltre mille comuni, tra cui Parigi

Il seggio elettorale di Henin-Beaumont, Francia, 15 marzo 2026 (AP Photo/Jean-Francois Badias)
Il seggio elettorale di Henin-Beaumont, Francia, 15 marzo 2026 (AP Photo/Jean-Francois Badias)
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Domenica in 1.580 comuni francesi c’è il secondo turno delle elezioni amministrative. Ci saranno più di 800 “triangolari”, cioè ballottaggi a tre, quasi 200 “quadrangolari” e in 17 casi le liste che si potranno votare saranno addirittura cinque. È possibile perché il sistema elettorale francese prevede che l’accesso al secondo turno dipenda dalla percentuale di voti ottenuti sul totale dei voti espressi, e non dalla posizione. Al secondo turno vince invece chi ottiene più voti.

I candidati e le candidate hanno presentato le loro liste martedì, dopo due giorni di negoziati complicati in cui si è discusso soprattutto delle alleanze da fare o non fare, sia nell’area politica della destra che in quella della sinistra, sempre più frammentata e conflittuale al proprio interno.

Il primo turno, che si è tenuto il 15 marzo in circa 35mila comuni, è stato caratterizzato da una forte astensione, non abituale alle comunali e pari a oltre il 40 per cento. I risultati hanno dimostrato l’irrilevanza a livello locale della coalizione centrista del presidente Emmanuel Macron, che ha perso voti a favore dell’estrema destra in diverse città in cui governava. Hanno poi confermato il radicamento locale della destra tradizionale dei Repubblicani (LR) e della sinistra storica del Partito Socialista (PS) che, invece, nella politica nazionale contano sempre meno. Il Rassemblement National (RN, di estrema destra) ha ottenuto risultati meno promettenti di quanto ci si aspettasse, ma comunque molto buoni, mentre La France insoumise (LFI, di estrema sinistra) è andata piuttosto bene, superando le aspettative in alcune città di medie e grandi dimensioni.

Contrariamente a quanto sostenuto da Jean-Luc Mélenchon, leader di La France insoumise, i candidati del suo partito non hanno però ottenuto «successi» ovunque. Il partito partiva da una posizione non ottimale: è sempre più isolato all’interno della propria area politica, e lo era diventato ancor di più per quello che è successo nelle ultime settimane a Lione, dopo l’omicidio del militante di estrema destra Quentin Deranque durante uno scontro con militanti di estrema sinistra.

Al primo turno La France insoumise si era presentata quasi ovunque in modo indipendente, sfidando apertamente il resto della propria area politica. In questo modo è arrivata ad avere un ruolo decisivo al secondo turno in molte grandi città per garantire, in caso di alleanze, la vittoria dei candidati socialisti o ecologisti arrivati primi.

In vista del secondo turno Mélenchon ha invitato i partiti della sinistra più moderata a creare «un fronte antifascista» o almeno delle «fusioni tecniche» per impedire la vittoria della destra e dell’estrema destra del Rassemblement National, riuscendo a sfruttare quest’occasione per creare una potente narrazione politica nazionale anche in vista delle presidenziali del 2027 («A sinistra LFI sembra essere l’unico partito che è riuscito a costruire una narrazione convincente a partire da queste elezioni», scrive Le Monde).

Jean-Luc Mélenchon e Sébastien Delogu, Marsiglia, 7 marzo 2026 (AP Photo/Philippe Magoni)

Il partito ha insistito sul fatto che, in molte città, la sinistra moderata non potrà vincere senza di loro. Ha anche potuto rivendicare di essere il partito più responsabile all’interno di quella area politica, perché pronto a fare un passo indietro per raggiungere un obiettivo che ritengono essere comune (la sconfitta della destra).

Marsiglia, una città storicamente di sinistra, ne è un esempio. Al primo turno il candidato del Rassemblement National Franck Allisio è arrivato secondo con il 35 per cento di voti, poco dietro al sindaco uscente, l’indipendente di sinistra sostenuto dai Socialisti Benoît Payan. Il deputato di LFI Sébastien Delogu è arrivato terzo e di fronte al rifiuto di un’alleanza posto da Payan ha scelto di ritirarsi, dicendo che «di fronte all’irresponsabilità di un uomo, ci assumeremo la responsabilità di un milione di persone».

Anche a Parigi il vincitore del primo turno, il socialista Emmanuel Grégoire, ha annunciato che non «ci sarà alcuna alleanza con LFI» al ballottaggio, ma in questo caso la candidata di LFI Sophia Chikirou (che aveva preso quasi il 12 per cento dei voti) non si è ritirata: «Se sono qui, è perché Emmanuel Grégoire ha deciso di non voler avere nulla a che fare con noi e con i nostri elettori», ha detto.

Secondo alcuni osservatori, e in base a come andranno effettivamente le cose a Marsiglia e a Parigi, questa differente strategia di LFI potrebbe servire a mostrare in modo molto evidente il peso del partito anche in vista di votazioni future. Dall’altro lato una vittoria a Parigi e a Marsiglia senza LFI potrebbe fornire argomenti convincenti ai sostenitori di una coalizione di sinistra senza Mélenchon.

A Parigi ci sarà comunque un triangolare: oltre a Sophia Chikirou ed Emmanuel Grégoire, che è arrivato primo, ci sarà l’ex ministra della Cultura Rachida Dati, dei Repubblicani, che alle amministrative del 2020 arrivò seconda e che in vista del ballottaggio si è alleata con Pierre-Yves Bournazel, responsabile elettorale di Horizons, il partito creato nel 2021 dall’ex primo ministro Edouard Philippe una volta fuoriuscito dai Repubblicani. Dati è sostenuta anche dal partito del presidente francese Emmanuel Macron, Renaissance. Sarah Knafo, dell’estrema destra di Reconquête, si è invece ritirata, cosa che favorirà Dati.

Sophia Chikirou, Emmanuel Grégoire e Rachida Dati prima del dibattito televisivo in vista dei ballottaggi, Parigi, 18 marzo 2026 (AP Photo/Thibault Camus)

Nonostante i Socialisti e i Verdi avessero escluso qualsiasi alleanza con La France insoumise, di fronte alla concreta possibilità di perdere entrambi hanno lasciato aperta la possibilità di fare accordi a livello locale, spiegando che comunque non esiste un «accordo nazionale», che le questioni locali e quelle nazionali vanno tenute separate e che va fatta una distinzione tra Jean-Luc Mélenchon (spesso criticato per le sue posizioni radicali) e i candidati del suo stesso partito.

Questo approccio caso per caso ha dato ai candidati Socialisti la libertà di massimizzare le loro possibilità di vittoria, e in effetti degli accordi sono stati fatti: a Strasburgo, Besançon, Grenoble, Brest, Avignone, Limoges e Nantes, tra le altre.

A Lione, il sindaco ecologista uscente Grégory Doucet è arrivato primo con il 37 per cento dei voti, ma avrà bisogno del 10 per cento della candidata di LFI se spera di battere le destre. Per questo le due liste hanno concluso un accordo, con LFI che si è unita alla lista del sindaco uscente.

A Tolosa, dove il candidato di LFI François Piquemal è arrivato secondo, ha annunciato la fusione con la lista di François Briançon sostenuto da Socialisti e Verdi, mentre Raphaël Glucksmann, leader di Place Publique (di centrosinistra), ha sospeso l’unico suo candidato presente sulla lista dei Socialisti. «Quando si è di sinistra, si unisce la sinistra», ha detto Briançon andando però contro Carole Delga, presidente del Partito Socialista della regione di cui Tolosa è capoluogo.

I conflitti interni ai partiti della sinistra moderata sulle alleanze si sono manifestati in modo evidente a Limoges, nel sud-ovest della Francia, governata dalla destra dal 2014. Prima del primo turno, Glucksmann aveva fatto campagna elettorale per il candidato socialista rivendicando di voler «rompere definitivamente con Mélenchon» e promettendo che la lista socialista sarebbe arrivata prima. Invece il candidato socialista sostenuto da Glucksmann ha ottenuto solo il 17 per cento, quasi dieci punti in meno del candidato di LFI arrivato secondo, che al secondo turno si presenterà infine anche con il sostegno dei Socialisti.

Raphaël Glucksmann, Parigi, 2 settembre 2025 (AP Photo/Thibault Camus)

In generale la mancanza di una linea unitaria e le decisioni prese per puro pragmatismo elettorale hanno alimentato una certa confusione tra elettori ed elettrici della sinistra moderata. Secondo Brice Teinturier, vicedirettore dell’istituto di statistica Ipsos, questo «potrebbe generare sfiducia nei confronti dei leader dell’apparato socialista, che potrebbero essere accusati di fare solo delle manovre politiche». Ma hanno alimentato anche molte critiche da parte del partito di Macron, della destra e del Rassemblement National: «Ciò che doveva essere impossibile sta di fatto diventando la norma. I Socialisti e la sinistra si alleano con La France insoumise, nonostante le promesse e le grandi dichiarazioni», ha scritto per esempio Gabriel Attal, segretario generale di Renaissance, su X.

Nelle molte città medio-piccole dove le sinistre non sono riuscite a fare fronte comune contro l’estrema destra (città lontane dall’attenzione dei media e dove gli interessi personali dei candidati e le contrapposizioni locali prevalgono su qualsiasi altra cosa, precisa Le Monde), RN potrebbe invece uscirne rafforzato. Ma più per la non volontà delle sinistre di unirsi che per la forza in sé del partito che non è riuscito, in vista dei ballottaggi, a stringere delle alleanze significative come invece sperava di fare per migliorare i propri risultati.

L’assenza di un’alleanza a destra si è concretizzata ad Amiens, a Saint-Étienne, a Limoges e anche a Marsiglia, dove la candidata dei Repubblicani Martine Vassal, sostenuta da Macron, ha deciso di partecipare al secondo turno e di non sostenere il candidato di RN Franck Allisio. Il sondaggista Mathieu Gallard ha spiegato che di una possibile alleanza delle destre si parla «da anni» e che tuttavia questo scenario non si è mai concretizzato, né a livello locale né in parlamento.