Sono gli ultimi giorni per cercare di votare da fuorisede, con uno stratagemma

Cioè facendosi nominare rappresentante di lista in un seggio diverso da quello di residenza

Studenti e studentesse con cartelli per il voto fuorisede alla manifestazione di chiusura della campagna referendaria del comitato Società Civile per il No al referendum costituzionale sulla giustizia (ANSA/ Fabio Frustaci)
Studenti e studentesse con cartelli per il voto fuorisede alla manifestazione di chiusura della campagna referendaria del comitato Società Civile per il No al referendum costituzionale sulla giustizia (ANSA/ Fabio Frustaci)

Per il referendum sulla riforma della giustizia che si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo il governo di Giorgia Meloni non ha previsto che i fuorisede possano votare nella città dove vivono. Per evitare che siano costretti a lunghi e costosi viaggi per votare nel comune dove hanno la residenza, alcuni partiti hanno riservato loro i posti come rappresentanti di lista ai seggi, ruolo che permette di votare nel seggio a cui si è assegnati, anche se diverso da quello di residenza. Questi sono gli ultimi giorni utili per candidarsi prima delle votazioni.

I rappresentanti di lista sono persone che assistono alle operazioni di voto e allo scrutinio delle schede nei seggi per accertare che non ci siano irregolarità. Possono assistere a tutte le operazioni elettorali, far inserire nei verbali brevi dichiarazioni e apporre la loro firma su alcuni atti ufficiali delle votazioni (come i verbali o le strisce per chiudere le urne). Nel caso dei referendum, i rappresentanti di lista possono essere nominati da partiti e gruppi politici presenti in parlamento, oppure dai comitati promotori del referendum.

Il primo partito a promuovere questo metodo, già sperimentato in altre occasioni elettorali, è stato Alleanza Verdi Sinistra (AVS), a cui poi si sono uniti anche altri partiti di opposizione (il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, +Europa) e il comitato “Giusto dire No”, che fa riferimento all’Associazione Nazionale Magistrati, l’ANM, una specie di sindacato di categoria. L’ha promosso anche Azione Universitaria, associazione studentesca vicina al centrodestra e sostenitrice del Sì al referendum.

Nelle scorse settimane i partiti hanno pubblicato online i moduli per candidarsi: alcuni, come quelli di AVS e il comitato “Giusto dire No”, sono stati già chiusi per avere il tempo di sbrigare tutte le procedure per nominare i rappresentanti. Per il Movimento 5 Stelle, invece, i moduli sono ancora aperti, ma non in tutte le regioni, e alcune continuano ad accettare richieste anche se l’assegnazione dell’incarico non è garantita. Il PD, invece, ha organizzato i moduli in base alle province e per il momento ne ha chiusi solo alcuni.

La differenza, probabilmente, dipende dalla diversa organizzazione dei partiti e dalla quantità di richieste ricevute per ogni zona. Le procedure per le nomine, poi, possono svolgersi in diversi modi e con tempi diversi. La nomina ufficiale deve essere fatta dai segretari di partito, da parlamentari o da loro delegati: può essere consegnata entro il giovedì prima del referendum (in questo caso, giovedì 19 marzo) attraverso posta certificata alla segreteria del comune a cui appartiene il seggio, oppure può essere consegnata direttamente al presidente di seggio sabato pomeriggio o domenica mattina, prima dell’apertura del seggio.

Ogni partito, gruppo o comitato può nominare al massimo due rappresentanti per ogni seggio: uno effettivo e uno che funge da supplente se il primo non è più disponibile. Il numero di posti disponibili, quindi, non è molto alto. Se si conta che in tutta Italia ci sono circa 60mila seggi, significa che in teoria potrebbero essere nominati e votare al massimo 120mila fuorisede, a fronte di una stima, fatta dal governo, di circa 4,9 milioni.

Per questo referendum non è stato previsto il voto fuorisede perché a gennaio la maggioranza alla Camera aveva respinto gli emendamenti con cui l’opposizione aveva chiesto di introdurlo. Il ministero dell’Interno aveva sostenuto che non ci sarebbe stato abbastanza tempo per organizzare le procedure, ma secondo l’opposizione il governo l’aveva evitato di proposito, nel timore che i fuorisede, perlopiù orientati su posizioni di centrosinistra, potessero votare contro la riforma.