Come è nata l’idea di Meloni di farsi intervistare da Fedez e Marra

Ci fu una proposta a novembre e poi una breve trattativa, favorita dalla tentazione di raggiungere un pubblico diverso

di Valerio Valentini

Giorgia Meloni durante la registrazione della puntata del podcast con Fedez e Marra (DOOM ENTERTAINMENT)
Giorgia Meloni durante la registrazione della puntata del podcast con Fedez e Marra (DOOM ENTERTAINMENT)
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La decisione di Giorgia Meloni di partecipare a una puntata di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Davide Marra, ha attirato subito molta curiosità. E in questo senso l’operazione può dirsi già riuscita, sul piano comunicativo: l’obiettivo dello staff della presidente del Consiglio era innanzitutto far sapere a un pubblico poco informato sulla politica e sui temi della giustizia che domenica e lunedì si vota per il referendum.

Un po’ tutti i sondaggi indicano che le possibilità di vittoria del Sì, e dunque del governo che propone la riforma della magistratura, aumentano proporzionalmente all’aumento dell’affluenza: tra i collaboratori di Meloni c’è la convinzione che ci sia una larga parte di elettorato vicina al governo, dunque potenzialmente a favore della riforma, che va però mobilitata, convinta cioè ad andare a votare. E dunque, per provare a raggiungere una platea più larga, tendenzialmente più giovane di quella che di solito segue i talk show, si è scelto un mezzo di comunicazione insolito.

Fedez è un cantante, Marra è uno youtuber, ma entrambi conducono da anni podcast, e con buon successo. Il loro stile è spesso scanzonato e provocatorio, talvolta volgare: non è insomma l’ambiente apparentemente più consono a una presidente del Consiglio. Ma da un po’ di tempo Fedez e Marra hanno dedicato un’attenzione crescente alla politica italiana e ai suoi protagonisti: hanno intervistato Matteo Renzi, Antonio Tajani, Maurizio Gasparri, Carlo Calenda, Nicola Fratoianni e Roberto Vannacci, tra gli altri.

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Al di là dei contenuti, c’è un interesse convergente tra intervistati e intervistatori, in questi casi: i politici sono tentati dalla possibilità di parlare a un pubblico diverso, Fedez e Marra ottengono visibilità sui media tradizionali – giornali e televisioni – e da questo traggono una sorta di legittimazione giornalistica. «Del resto, occupandosi spesso di politica, Fedez e Marra hanno acquisito una certa credibilità; e invece, francamente, negli ultimi tempi è venuta meno la credibilità dei giornalisti tradizionali, che spesso propalano bufale tanto quanto, e spesso più, di come non facciano certi profili social», dice Matteo Grandi, la persona che dirige il progetto di Pulp Podcast, e che ne è l’autore e l’organizzatore principale.

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Se c’è un rischio, lo corrono più i politici che i due conduttori: un leader di partito, o un ministro, che venisse coinvolto in una polemica un po’ triviale con Fedez e Marra potrebbe perdere credibilità; per loro invece tutto fa parte del gioco. Anche sulla collocazione politica di Marra e Fedez, del resto, ci sono pochi elementi solidi. Fedez, in particolare, dopo varie prese di posizione contro la destra e contro il governo di Meloni, negli ultimi tempi ha preso le distanze dal mondo culturale e dello spettacolo progressista e si è avvicinato in modo più o meno convinto al centrodestra, sempre assumendo posizioni abbastanza populiste.

Sono un po’ le stesse considerazioni fatte dallo staff di Meloni prima di accettare, anche se in questo caso era improbabile che ci fossero contenuti imbarazzanti. La puntata, come quasi sempre accade per Pulp Podcast, è stata registrata in anticipo. Meloni è stata intervistata non nel solito studio milanese del podcast ma a Roma, per venire incontro alle sue esigenze. L’accordo prevedeva che fosse trasmessa giovedì: a tre giorni dall’apertura dei seggi e in una giornata in cui Meloni, impegnata a Bruxelles per il Consiglio Europeo, non avrebbe potuto fare interviste e produrre significativi contenuti sui social, come sta facendo con una certa costanza da una settimana a questa parte.

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L’idea però non è nata in queste ultime settimane, ma a novembre. Quando, cioè, a Pulp Podcast intervennero Francesco Nicodemo, comunicatore di lunga esperienza da sempre vicino al Partito Democratico, già collaboratore di Renzi e responsabile di molte campagne elettorali del centrosinistra, e Tommaso Longobardi, il social media manager di Meloni. Poco prima di congedarsi, Fedez chiese a Longobardi: «Ci porti la Meloni?». E lui rispose dicendo che, fosse dipeso da lui, «assolutamente sì», perché «per me il podcast è il futuro e quindi io chiaramente sotto questo aspetto sto spingendo tantissimo». Disse che riteneva probabile una partecipazione di Meloni al «60 per cento».

Non è la prima volta che Longobardi tenta questa soluzione. Anche nel 2024, durante la campagna per le elezioni europee, si diede da fare per organizzare un confronto tra Meloni ed Elly Schlein, la segretaria del PD, su una piattaforma di podcast. Ma poi non se ne fece nulla, in particolare per le perplessità di Schlein.

«Da parte di Meloni abbiamo subito registrato una certa disponibilità a venire a Pulp Podcast, e poi da lì è partita una trattativa, che è stata comunque abbastanza veloce», racconta Grandi, che preferisce però non entrare nel merito del negoziato (è comunque una cosa frequente che un leader tratti, anche quando si fa intervistare da quotidiani o trasmissioni televisive). «Abbiamo avuto anche scambi lunghi e prolifici con il portavoce di Schlein, Flavio Alivernini, e con lo staff di Conte, ma senza esito», prosegue Grandi.

Longobardi ha rivendicato questo primato: «il primo presidente del Consiglio in un podcast». Per lui questa rappresenta «una nuova pagina di comunicazione». In realtà Meloni aveva già partecipato ad almeno un altro podcast, Mamma Dilettante della giornalista sportiva Diletta Leotta, nel maggio del 2024, in occasione della festa della mamma e meno di un mese prima delle elezioni europee. Ma in quel caso non si parlò di politica.

Meloni tende a fidarsi molto di Longobardi, romano, nato nel 1991 e laureato in psicologia. Si conoscono dal 2018, quando Longobardi, attraverso contatti comuni, fu convinto a proporsi a Meloni per la campagna elettorale delle politiche, dopo cinque anni di esperienza fatta negli studi della Casaleggio & Associati, a Milano. Da allora hanno sempre collaborato. E questo di per sé ha un certo valore, visto che nella prima fase del suo mandato da presidente del Consiglio Meloni ha più volte cambiato i responsabili della sua comunicazione, talvolta con avvicendamenti turbolenti e traumatici.

Longobardi invece è sempre rimasto lì, a guidare un ufficio composto da 5 collaboratori, e a curare la comunicazione social di Meloni su Facebook, X, Instagram, LinkedIn e TikTok.

Ultimamente lui stesso si è guadagnato una notevole visibilità: si fa intervistare spesso, partecipa a incontri con imprenditori e think tank, più o meno riservati. È una cosa che era accaduta già a consiglieri e a social media manager di altri leader prima di lui: da Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte, a Luca Morisi, responsabile dei social di Matteo Salvini. Longobardi, stando a quanto raccontano i suoi conoscenti, vorrebbe fondare una sua società di comunicazione, politica e non solo, quando il suo impegno con Meloni dovesse terminare. Lui finora non ha parlato del suo futuro, ma anche questa è una cosa che lo accomunerebbe ad altri suoi colleghi: lo stesso Nicodemo, per esempio, oggi dirige una società simile.