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  • Giovedì 19 marzo 2026

La situazione al confine tra Iraq e Iran, spiegata da un contrabbandiere

Il regime iraniano ha rafforzato le sue posizioni sul lato curdo, quello che teme di più

di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi

Yousef, 37 anni, contrabbandiere (Gabriele Micalizzi, CESURA, per Il Post)
Yousef, 37 anni, contrabbandiere (Gabriele Micalizzi, CESURA, per Il Post)

Yousef ha 37 anni, appartiene a una famiglia di contrabbandieri curdi che vive al confine con l’Iran e dice che gli attraversamenti illegali non si sono mai fermati, nemmeno adesso che c’è la guerra. Mentre parla guarda verso il territorio iraniano, che comincia a un chilometro di distanza. Siamo tra le montagne, in un punto tra la città irachena di Sulaymaniyah e la città iraniana di Sardasht. In mezzo non c’è una linea di reticolati o di torrette di guardia: il confine esiste perché i soldati lo sorvegliano.

Racconta dei campi minati piazzati dagli iraniani. Sono invisibili, nascosti sotto la terra e le foglie, ma in mezzo c’è un passaggio largo poco più di un metro – allarga le mani a mostrare la misura – che permette di passare indenni da una parte all’altra. Alla domanda su come faccia a conoscerlo, sorride e non risponde, come se fosse un segreto di famiglia.

Per loro attraversare il confine richiede circa un’ora e si fa tutto a piedi. I carichi si portano sulla schiena, divisi in 25 chili a testa. Sul telefono mostra le foto dei contenitori: trattano ogni genere di merce, se è conveniente da trasportare senza pagare un dazio al confine. Benzina, che in Iran costa molto meno. Persino ortaggi, dice Yousef. Anche persone, per 300 dollari a passaggio, soprattutto iraniani che scappano di nascosto dall’Iran. Racconta anche che altri contrabbandieri fanno passare eroina e cocaina dall’Iran – dove il traffico di droghe è forte – verso ovest.

Non è realistico aspettarsi che un contrabbandiere racconti tutto con sincerità, durante un’intervista a ridosso del confine. Mettere sullo stesso piano ortaggi e droghe non ha senso dal punto di vista economico: un carico di eroina vale centinaia di viaggi di merce normale. Ma sulla logistica del territorio e sui movimenti lungo questo tratto di frontiera Yousef è un esperto. Descrive un confine ancora facile da attraversare.

Sulla strada verso il confine con l’Iran, nel Kurdistan iracheno (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

La strada verso il confine con l’Iran, nel Kurdistan iracheno (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Da una ventina di giorni questa zona tra Iraq e Iran è un’area di interesse speciale. Sulle montagne dal lato iracheno, gruppi di esuli iraniani armati aspettano il momento per attraversare e combattere contro il regime.

Giovedì 5 marzo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sostenuto con entusiasmo l’idea di un’offensiva dei curdi. La rete statunitense CNN e altri media avevano rivelato che la CIA sarebbe in contatto con gli esuli curdi e che da mesi li starebbe preparando in vista di un’irruzione in Iran attraverso queste montagne. Per qualche ora è sembrato che qualcosa potesse succedere davvero.

Due giorni dopo però, sabato 7 marzo, Trump si è rimangiato in pubblico l’appoggio che aveva dato ai curdi iraniani. Un’offensiva del genere, ha detto, rischierebbe di complicare ancora di più una situazione già complicata. Il confine è tornato in una condizione sospesa, che in realtà è la sua normalità.

Dagli anni Ottanta i gruppi della guerriglia curda conducono piccole operazioni contro il regime iraniano partendo da queste montagne: attraversano, colpiscono e poi tornano nel Kurdistan iracheno. L’Iran ha schierato al confine i Guardiani della rivoluzione, il corpo militare più affidabile e meglio armato. In Iran il comando dei Guardiani di quella regione era considerato il centro militare che doveva affrontare le situazioni più violente, prima della guerra.

La valle sulla strada che porta al confine con l’Iran, nel Kurdistan iracheno (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Da in cima a un cocuzzolo erboso che domina il paesaggio, Yousef indica i passaggi usati dai contrabbandieri. Mostra con il dito i sentieri lungo le pendici delle montagne, attraversa il fondo della valle, risale tra gli alberi ancora spogli per l’inverno e passa per alcuni pianori già verdi. Dice che adesso il momento migliore per attraversare è alle quattro di pomeriggio quando cambia la guardia.

Con le foto sul telefono spiega come sono organizzati. I contrabbandieri usano walkie talkie invece dei telefoni. Alcuni stanno di vedetta per controllare i movimenti dei soldati, gli altri passano. A volte usano anche i cavalli per trasportare carichi, «ma una volta ci hanno trovato, noi siamo scappati e loro ci hanno ammazzato i cavalli». Due anni fa hanno sparato a un suo collega e amico, lo hanno colpito. Mostra un’altra foto: è il contrabbandiere ferito dai proiettili ma vivo in un letto d’ospedale.

Alla domanda se sia possibile corrompere i soldati iraniani, Yousef risponde di sì ma non elabora. Dalle sue risposte si capisce che c’è un sistema rodato negli anni, fatto di accordi tra i gruppi di contrabbandieri e i vari scaglioni di soldati che si sono dati il cambio lungo il confine, ma che questo sistema è disturbato da alcuni eventi. La guerra è uno di questi eventi.

La strada verso il confine con l’Iran, nel Kurdistan iracheno (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Sulla strada verso il confine con l’Iran, nel Kurdistan iracheno (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Di recente il regime ha rimpiazzato i militari di guardia con i Guardiani della rivoluzione, che assicurano una tenuta migliore del confine. Non stanno più nelle caserme locali, ma si nascondono nelle case dei civili nei villaggi della zona, perché a stare nelle solite basi hanno paura di essere uccisi dai bombardamenti degli aerei israeliani o statunitensi.

La fascia di territorio iraniano vicina al confine è abitata da 10 milioni di curdi e i raid aerei, soprattutto israeliani in quella regione, stanno distruggendo tutte le caserme e le stazioni delle forze di sicurezza per indebolire la presenza del regime e incoraggiare una rivolta locale.