Perché è difficile far suonare una band straniera in Italia
Il post virale di una band metal tedesca ha fatto riparlare degli ostacoli burocratici, delle rigide norme di sicurezza e della mancanza di spazi adatti

L’esperienza di controllare le date di un tour europeo di una band internazionale e accorgersi che non ce ne sono in Italia accomuna tutti gli appassionati di musica, e con una certa regolarità. Se i paesi del Nord Europa sono sempre presenti, così come la Germania e spesso anche la Francia, è normale che i tour non passino nemmeno per Milano o Bologna, che pure sarebbero città ben collegate rispetto al resto d’Europa, più comode per esempio di Roma.
È una situazione che interessa sia le band di grande successo sia quelle più di nicchia, e dipende da vari fattori: il minore interesse del pubblico italiano per la musica che arriva dall’estero, le complicazioni burocratiche e la carenza di strutture adatte a ospitare eventi di questo tipo, che in Italia sono poche e concentrate nelle grandi città. Sono inadeguatezze note e che generano spesso discussioni molto appassionate, come quella che è seguita a un post virale pubblicato su Instagram dai Kanonenfieber, una band tedesca che suona un death metal moderno e sperimentale, e che da qualche anno ha cominciato a farsi notare anche fuori dalla Germania.
Dopo il concerto all’Alcatraz di Milano di venerdì scorso, il gruppo ha criticato pubblicamente alcuni aspetti organizzativi dell’evento. Tra le altre cose si è lamentato dei divieti imposti dalle normative italiane sulla sicurezza, che gli hanno impedito di usare gli effetti pirotecnici tipici dei loro spettacoli; del poco spazio che aveva a disposizione sul palco, che li ha costretti a fare a meno di gran parte della scenografia; e dell’atteggiamento degli organizzatori dell’Alcatraz, che dopo il concerto gli avrebbero chiesto di liberare il palco entro un’ora per fare spazio a una serata dance.
Il gruppo ha raccontato anche di aver dovuto rinunciare alla vendita del merchandising a causa dell’IVA al 22 per cento e delle commissioni chieste dalla società che doveva occuparsene, che avrebbero reso l’operazione insostenibile visto che loro per scelta vendono le magliette a 25 euro, una cifra relativamente bassa. I Kanonenfieber hanno aggiunto che eviteranno di tornare a suonare in Italia, perché «la documentazione richiesta, i permessi e le formalità consumano un’enorme quantità di tempo e risorse».
Alessandro Corno, il promoter che ha organizzato il concerto, dice che forse le lamentele sono state dovute a una «mancata comunicazione» tra la band e la società che si occupa di produrre i loro concerti. In gergo tecnico il termine “produzione” indica l’insieme degli aspetti tecnici e logistici, dall’allestimento della scenografia alla gestione degli spostamenti di musicisti e tecnici.
«Quando un promoter vuole fare esibire una band estera in Italia non si interfaccia mai direttamente con lei, ma con un’agenzia del posto», dice Corno. A quel punto bisogna stabilire una data, definire un «cachet» (il compenso della band) e inviare alla società che gestisce la produzione una scheda tecnica molto precisa: «serve a far conoscere in anticipo le dimensioni del palco e del locale, in modo tale che la band sappia quanto spazio avrà a disposizione per le scenografie e le attrezzature» dice Corno, secondo cui «i Kanonenfieber sapevano già tutto».
Corno spiega che la principale difficoltà burocratica che le band incontrano quando si esibiscono non soltanto in Italia, ma in tutti i paesi dell’Unione Europea, è la presentazione del cosiddetto modello A1, cioè una specie di «passaporto previdenziale». Serve a dimostrare che un lavoratore paga già i contributi previdenziali nel proprio paese d’origine, e quindi non deve farlo anche in Italia. Diversamente il promoter sarebbe obbligato per legge a trattenere una parte del compenso della band per versarla all’INPS. Questa documentazione deve essere presentata non soltanto dai musicisti, ma da tutto il loro staff: fonici, assistenti di produzione, autisti ed eventuali turnisti.

Il pubblico di un concerto del rapper statunitense Lil Tracy all’Alcatraz di Milano, 9 novembre 2025 (Sergione Infuso/Getty)
Per quanto riguarda la questione del merchandising, di norma questo servizio non viene gestito direttamente dai promoter, ma dalle cosiddette «concessionarie», ossia società italiane che se ne occupano. La band può rifiutare di accordarsi con la concessionaria proposta dal promoter ma è molto raro che accada, perché in quel caso dovrebbe trovarne una da sé oppure gestire direttamente la vendita del merchandising, adempiendo a tutti gli obblighi che ne derivano.
Per vendere legalmente i propri prodotti in Italia bisogna aprire una partita IVA, possedere un registratore di cassa registrato collegato col fisco italiano e ottenere dal comune in cui si svolge l’evento la cosiddetta SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), un permesso necessario per vendere prodotti (magliette, dischi, poster, gadget) in modo temporaneo e in aree specifiche. «Diversamente la band venderebbe i propri a nero, col rischio tutt’altro che remoto che nel bel mezzo della serata la Guardia di Finanza si presenti sul posto per confiscare tutto», dice Corno.
Le concessionarie traggono la propria retribuzione da una percentuale sul ricavato delle vendite, che può andare «dal 10 al 25 per cento». Secondo Corno, tendenzialmente, «più la percentuale è alta, più la concessionaria sa fare il suo lavoro». Gestire questo servizio infatti richiede tutta una serie di competenze «non così scontate»: bisogna fare un inventario della merce disponibile, controllare lo stand per prevenire eventuali furti e, banalmente, avere una certa dimestichezza nel dare i resti. I Kanonenfieber hanno detto che era stata proposta loro una percentuale del 25 per cento, ma Corno – che ha visto il contratto – dice che era di meno.
L’altro aspetto di cui si lamentano spesso le band straniere che suonano in Italia riguarda le normative sulla sicurezza, che sono particolarmente rigide. «Quando una band internazionale porta scenografie, quadri elettrici o strutture da appendere deve fornire documenti che ne attestino il corretto montaggio e la sicurezza tecnica» dice Marco Ercolani, uno dei responsabili dell’agenzia Barley Arts. «Ad esempio, per un quadro elettrico serve la certezza che non vada in corto circuito, mentre per le strutture sospese bisogna dichiarare esattamente pesi e carichi».

Il concerto della band post punk inglese degli Ist Ist alla Santeria Toscana 31, Milano, 17 marzo 2026 (Francesco Prandoni/Getty)
Per una band emergente e che fa un genere di nicchia, comunque, suonare in Italia può essere effettivamente molto più sconveniente che altrove. «L’affluenza per concerti di questo tipo è molto più bassa rispetto ad altri paesi. All’Alcatraz i Kanonenfieber hanno suonato davanti a 850 persone, in posti come Inghilterra o Svezia probabilmente sarebbero stati più del doppio e in Germania dieci volte tanto», dice Corno.
La scarsa affluenza di pubblico si traduce in compensi più bassi. I contratti sono strutturati quasi sempre per bilanciare il rischio tra il promoter e la band: semplificando molto, di solito prevedono il cosiddetto minimum guarantee, cioè una cifra fissa che il gruppo percepisce a prescindere da quanti biglietti saranno venduti; e una percentuale sugli incassi (lo split) che la band incassa solo se questa cifra supera il minimum guarantee.
L’altro aspetto che può rendere difficile convincere una band a esibirsi in Italia sono gli spazi, tanto più nel caso di gruppi emergenti. «C’è una cronica mancanza di spazi di media grandezza che siano già attrezzati per ospitare un concerto» dice Ercolani. «A Roma non ci sono strutture che coprano la fascia tra un locale da 600, 1.000 posti e il grande palazzetto, e anche a Bologna non c’è nulla di intermedio tra l’Estragon e l’Unipol Arena».
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