Se ne riparla dopo il referendum
Aspettando il voto del 22 e 23 marzo il governo ha rimandato molte discussioni delicate, in particolare quella sulla legge elettorale

Negli ultimi mesi il referendum sulla riforma della magistratura (chiamata più spesso riforma della giustizia), per cui si voterà il 22 e il 23 marzo, ha influenzato molto l’agenda del governo, che ha preferito rallentare o rimandare a dopo il voto diverse iniziative legislative che aveva in programma, per meglio concentrarsi sulla campagna referendaria. C’era comunque poco tempo per lavorarci, ma la maggioranza ha evitato di aprire nuove questioni anche per evitare contrasti interni alla coalizione, visto che il centrodestra non è del tutto allineato su diversi temi.
La questione più grossa riguarda il cambiamento della legge elettorale, cioè la norma che stabilisce come calcolare e assegnare ai partiti i seggi in parlamento sulla base dei voti ricevuti alle elezioni politiche. Cambiando la legge elettorale, la presidente del consiglio Giorgia Meloni spera di aumentare le sue possibilità di vittoria alle elezioni politiche del 2027. È un ragionamento che hanno fatto anche altri politici in passato e che spiega l’anomala proliferazione di leggi elettorali in Italia.
Il centrodestra aveva cominciato a parlarne la scorsa estate e poi aveva cercato di accelerare i lavori parlamentari verso la fine dello scorso anno, dopo le elezioni regionali in Puglia, Campania e Veneto. Nei mesi successivi il governo aveva quindi scritto il disegno di legge definitivo con una certa fretta, lavorando notte e giorno, e a febbraio lo aveva depositato alla Camera e al Senato per la discussione. Il risultato di questa velocità è stato un testo che non convince molto, in cui sono stati fatti diversi compromessi politici per evitare allungamenti e intoppi.
La fretta si deve soprattutto a una questione politica strettamente legata al referendum: se alle consultazioni vincerà il “Sì”, come vorrebbe il centrodestra, i partiti al governo si presenteranno più forti e con più argomenti in loro sostegno. Se invece vincerà il “No” questo vantaggio passerà ai partiti di opposizione, generalmente schierati per il “No”, anche se con alcune eccezioni. Se però Meloni approvasse una riforma della legge elettorale subito dopo essere uscita sconfitta da un voto importante, potrebbe essere accusata di voler modificare la legge solo per avvantaggiarsi alle elezioni politiche.
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Da qui la decisione di approvare subito il testo e di rimandarne la discussione ad aprile, dopo il referendum. L’idea del governo è di ottenere il voto della Camera entro luglio e quello del Senato prima di metà ottobre, ma non sarà facile perché le procedure di voto sulla legge elettorale sono più ostiche di quelle ordinarie.
Un’altra questione rimandata è la riforma costituzionale per dare al comune di Roma la possibilità di approvare leggi in autonomia in alcuni settori (ora, come tutti i comuni, può approvare solo delibere, cioè atti che riguardano interventi piuttosto limitati). Se ne discute da circa trent’anni ormai, con diversi progetti di legge fatti sia dal centrodestra che dal centrosinistra. I costituzionalisti, però, avevano più volte espresso dubbi sulla necessità di una legge costituzionale che desse più poteri a Roma
Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge lo scorso luglio. Come tutte le leggi che modificano la costituzione (questa, più precisamente, cambierebbe l’articolo 114), il percorso in parlamento sarà piuttosto lungo, perché il testo dovrà essere votato due volte da entrambe le camere e potrà essere approvato solo con determinate maggioranze. Il testo è stato approvato pochi giorni fa dalla commissione Affari costituzionali della Camera ed è ora pronto per la discussione, che però è stata rimandata a martedì 24 marzo, dopo il referendum.
La prossima settimana, infatti, gran parte dei lavori parlamentari saranno interrotti sia alla Camera che al Senato per permettere a deputati e senatori di dedicarsi alla campagna referendaria. La Camera ha terminato le sue attività venerdì 13 marzo, il Senato già giovedì 12, anche se alcuni parlamentari hanno detto a Pagella Politica che continueranno i lavori delle commissioni, seppure a regime ridotto. La sospensione dei lavori delle camere in vista dei referendum è abbastanza normale: c’era stata anche in occasione del referendum sulla cittadinanza e sul lavoro dell’8 e 9 giugno 2025.



