Per i 900 abitanti rimasti sfollati a Niscemi non è facile trovare una casa

Il rallentamento della frana ha permesso a circa 600 persone di tornare a casa, le altre devono fare i conti con l’aumento dei prezzi degli affitti

La frana di Niscemi
La frana di Niscemi (Valeria Ferraro/Anadolu via Getty Images)

Nell’ultima settimana circa 600 abitanti di Niscemi hanno potuto rientrare nelle loro case: la frana che dal 25 gennaio ha fatto collassare una parte del centro storico ha rallentato al punto da convincere la Protezione civile a ridurre il perimetro della zona rossa. Le altre 900 persone sfollate dovranno aspettare ancora, e molte di loro probabilmente non potranno più tornare nelle loro case, troppo a ridosso del fronte. Finora gli sfollati si sono arrangiati, ospitati da parenti o amici, ma trovare una sistemazione stabile non è facile.

La frana ha messo a repentaglio soprattutto i quartieri di Sante Croci, Trappeto e la zona di via del Popolo, lungo i circa 4 chilometri di lunghezza del fronte. Inizialmente era stato necessario evacuare circa 1.600 persone, diventate circa 1.400 dopo un paio di settimane.

Secondo la rilevazione fatta dall’ufficio tecnico del comune, 201 edifici sono compresi in una fascia a meno di 50 metri dalla frana, 240 sono tra i 50 e i 100 metri, altri 439 tra 100 e 150 metri. Nel primo mese la zona rossa comprendeva tutte queste case, ora è stata ridotta escludendo gli edifici lontani oltre 100 metri dal fronte.

In tutte queste aree ci sono anche molti edifici che già prima della frana non erano abitati perché sgomberati dopo la frana del 12 ottobre 1997 che fece collassare una parte del quartiere di Sante Croci. Molte case dovevano essere abbattute perché abusive, ma il finanziamento per le demolizioni – di 4 milioni di euro – è arrivato solo il 20 dicembre del 2025.

Gli sfollati che non sono riusciti a trovare una sistemazione in seconde case o da amici e parenti sono ospitati in un centro di accoglienza, allestito dalla Protezione civile nel palazzetto dello sport e nella casa di riposo Sacro Cuore di Gesù.

L’aumento improvviso della domanda di case ha avuto conseguenze anche sui prezzi. Il giornale La Sicilia ha raccolto alcune testimonianze di persone sfollate che hanno segnalato un aumento in particolare degli affitti: prima si trovavano appartamenti a prezzi tra i 300 e i 400 euro al mese, ora si va da un minimo di 500 fino a 700 euro al mese. Alcuni proprietari hanno messo sul mercato case disabitate da decenni, non ristrutturate, o hanno adattato ad abitazioni spazi come rimesse o magazzini.

La regione ha stanziato un contributo mensile per gli sfollati di 400 euro per ogni nucleo familiare e 100 euro per ogni componente fino a massimo 900 euro al mese, con un fondo complessivo di 320mila euro. Finora sono state presentate 488 domande oltre a circa 1.100 richieste di risarcimento per i danni. Il governo ha stanziato in totale 150 milioni di euro per finanziare la demolizione e la ricostruzione delle case troppo a rischio, ma non sono ancora stati definiti i criteri per chiedere quel contributo.

L’aumento dei prezzi degli affitti ha convinto molti sfollati a trasferirsi nella vicina città di Gela.