Cos’è successo nel quindicesimo giorno di guerra
Gli Stati Uniti hanno attaccato l'isola da cui parte il petrolio iraniano, Trump ha chiesto collaborazione per riaprire lo stretto di Hormuz

Nelle prime ore di sabato gli Stati Uniti hanno bombardato l’isola iraniana di Kharg, nel golfo Persico settentrionale. È il principale terminal del commercio petrolifero iraniano, da cui parte il 90 per cento del petrolio esportato dal paese. Proprio la sua importanza l’aveva finora risparmiato dagli attacchi: danneggiare o distruggere le strutture che gestiscono il petrolio influenzerebbe anche il mercato globale dell’energia e potrebbe provocare pesanti ritorsioni iraniane sulle infrastrutture petrolifere dei paesi del Golfo.
L’esercito statunitense per il momento ha danneggiato solo le basi militari iraniane sull’isola, e il regime iraniano ha detto che importazioni ed esportazioni procedono come prima. Però ha promesso ritorsioni.
Sempre nella notte tra venerdì e sabato è stata bombardata (di nuovo) l’ambasciata statunitense a Baghdad, in Iraq. L’attacco è stato rivendicato da Kataib Hezbollah, milizia sciita irachena alleata dell’Iran. È il terzo attacco in Iraq a obiettivi occidentali in tre giorni, dopo quello alla base italiana e quello alla base curdo-francese nel Kurdistan iracheno. Negli ultimi giorni milizie filoiraniane hanno attaccato in particolare obiettivi associati agli Stati Uniti, come sedi consolari e hotel frequentati da turisti. Oggi gli Stati Uniti hanno esortato i propri cittadini a lasciare il paese.
Nel corso della giornata sono emerse nuove conferme di un’ipotesi che circola da giorni, e cioè che Israele stia preparando una nuova invasione via terra nel sud del Libano per prendere il controllo di tutta la zona a sud del fiume Leonte, vicina al proprio confine settentrionale. Israele è già presente nell’area con avamposti militari, ma una nuova invasione sarebbe una cosa diversa. Lo farebbe con lo scopo dichiarato di eradicare Hezbollah, la milizia sciita alleata dell’Iran che periodicamente lancia razzi e missili contro Israele.
Con l’inizio della guerra però, e con i nuovi pesanti bombardamenti israeliani sul Libano, proseguiti anche sabato, è successa una cosa senza precedenti: il governo libanese ha preso una posizione netta contro Hezbollah. È intervenuto anche il governo francese, che ha storici legami col Libano e si è offerto di mediare tra Israele e Libano.
Un’altra cosa notevole è stato l’appello di Hamas all’Iran, affinché fermi gli attacchi nel Golfo. Hamas è il gruppo palestinese che, insieme a Hezbollah e altri, fa parte del cosiddetto “asse della resistenza”, cioè l’insieme di milizie e gruppi sostenuti e finanziati dal regime iraniano e operanti in Medio Oriente. È quindi molto raro che prenda posizione contro l’Iran. Al tempo stesso però Hamas riceve appoggio politico o finanziario anche da alcuni dei paesi colpiti dagli attacchi iraniani, in particolare dal Qatar. Il regime iraniano non ha risposto.
Nel corso della giornata sono proseguiti gli attacchi iraniani sui paesi del Golfo e Israele (che comunque diminuiscono in modo graduale dall’inizio della guerra). C’è stato un grosso incendio in un importante porto degli Emirati Arabi Uniti e tre missili hanno superato le difese antiaeree israeliane e hanno colpito Eliat, nel sud.
Israele e Stati Uniti hanno continuato a bombardare l’Iran, dove le persone uccise dall’inizio della guerra sono più di 1.400. Lo stretto di Hormuz continua a essere chiuso: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato dell’invio da parte di «molti paesi» di navi militari per scortare quelle commerciali, ma per ora non ci sono conferme di paesi coinvolti. Trump ha anche continuato a dire che gli Stati Uniti hanno vinto la guerra: un’affermazione molto discutibile.



