Come si fa un discorso di ringraziamento agli Oscar
Un po' di esempi più o meno riusciti e qualche dritta da chi ne ha visti tanti, che nella vita non si sa mai

«È davvero stressante» esordì Olivia Colman quando salì sul palco della cerimonia degli Oscar nel 2019 per ricevere il premio come miglior attrice protagonista per La Favorita di Yorgos Lanthimos. E continuò: «fa molto ridere, ho vinto un Oscar!». Colman andò avanti alternando ringraziamenti affettuosi alla famiglia a battute un po’ caotiche: il suo discorso diventò poi uno dei momenti più commentati della cerimonia, anche nei giorni successivi, per la spontaneità con cui lo pronunciò e per la genuina emozione che traspariva.
In generale agli Oscar i discorsi di ringraziamento occupano buona parte della cerimonia e per questo sono spesso molto commentati, elogiati o criticati sui social e sui giornali nei giorni successivi. Non esiste un prontuario per il discorso di ringraziamento perfetto, anche perché molto dipende da chi lo pronuncia. E non è neanche detto che sia una questione di preparazione e buona scrittura, come dimostra il caso di Colman.
La prima cosa di cui tenere conto sono i tempi. Prima del 1953 gli Oscar non venivano trasmessi in televisione e questo consentiva ai vincitori di dilungarsi sul palco senza ricevere sollecitazioni né essere interrotti bruscamente. Quando hanno cominciato a essere mandati in onda in tv la scaletta è necessariamente diventata più rigida e così anche i tempi per i discorsi si sono accorciati.
Dal 2010 agli Oscar è stata introdotta una regola secondo cui i discorsi non dovrebbero durare più di 45 secondi, ma non è raro che qualcuno trasgredisca. Lo stesso discorso di Colman durò circa 2 minuti e mezzo. Il caso recente più eclatante però è stato nel 2024, quando Adrien Brody vinse come attore protagonista per il film The Brutalist e batté il record per il discorso più lungo mai pronunciato: parlò per 5 minuti e 40 secondi. Il record precedente era dell’attrice Greer Garson, che nel 1943 vinse per il suo ruolo nel film La signora Miniver e parlò per circa quattro minuti.
Per contenere i discorsi troppo lunghi gli organizzatori degli Oscar da un po’ di tempo fanno partire una musica di chiusura quando chi sta sul palco ha esaurito il tempo a sua disposizione. Lo fecero anche con Brody che però continuò a parlare. Al di là della durata comunque il suo non fu un discorso particolarmente apprezzato: scrisse il New York Times che non aveva «né una struttura né una via d’uscita, ed era stato mormorato con lo stesso tono sommesso e auto-solenne dall’inizio alla fine».
In generale molti esperti consigliano di fare discorsi brevi, anche per evitare di annoiare il pubblico. C’è chi ha preso questo suggerimento alla lettera, come Joe Pesci nel 1991, quando vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista per Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese. In quell’occasione Pesci era visibilmente emozionato: fece un respiro che sembrava l’inizio di un lungo discorso e poi disse soltanto: «È un privilegio, grazie», e se ne andò.
Il discorso di Pesci è rimasto nella storia degli Oscar proprio per la sua brevità ed efficacia. Va detto però che conta anche molto chi fa il discorso: un altro attore al suo posto non avrebbe probabilmente fatto lo stesso effetto.
Kyle Buchanan è l’esperto del New York Times che ogni anno commenta la stagione dei premi cinematografici (quella che inizia con i Golden Globe a gennaio e arriva fino agli Oscar a marzo) e ha messo insieme quattro dritte secondo lui valide in generale per fare un buon discorso da Oscar.
Come prima cosa Buchanan incoraggia a scegliere solo poche persone significative da ringraziare sul palco: le lunghe liste di ringraziamenti annoiano e non interessano a nessuno, dice; anziché fare elenchi infiniti è meglio citare pochi nomi e dar loro enfasi. Un buon esempio di come applicare questa regola è il discorso che fece il regista italiano Paolo Sorrentino nel 2014, quando vinse l’Oscar al miglior film straniero per La grande bellezza. Ringraziò i suoi idoli, Federico Fellini, i Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Maradona, insieme alla famiglia e ai collaboratori stretti: ne uscì un discorso breve e appassionato che piacque molto.
Un altro consiglio di Buchanan, che vale soprattutto per gli attori che hanno una lunga carriera alle spalle, è di usare il proprio discorso per raccontare brevemente la propria carriera e quello che li ha portati a quel momento: cosa che fa sempre un certo effetto sull’emotività degli spettatori. Lo ha fatto per esempio Demi Moore durante la premiazione dei Golden Globes del 2024, sottolineando come fosse la prima volta che riceveva un premio nonostante fossero passati 45 anni dall’inizio della sua carriera.
Una cosa analoga ha fatto poche settimane fa anche Michael B. Jordan agli Actor Awards, con un risultato che secondo alcuni commentatori avrebbe aumentato le sue possibilità di vincere l’Oscar come migliore attore per I peccatori. Nel discorso Jordan ha raccontato la sua candidatura premio come il punto di arrivo di una storia di riscatto e superamento di ostacoli, ha parlato del sogno americano e ha ringraziato sua madre, presente in sala e inquadrata, citando i suoi sacrifici per aiutarlo all’inizio della sua carriera. Ma ha anche furbescamente esaltato il sistema hollywoodiano e tutti quelli che ne fanno parte: «Ricordo che vedevo che tutte le persone che stimavo e che erano miei punti di riferimento facevano parte di questa comunità», ha detto.
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Quando ci si prepara un discorso, poi, è bene avere in mente una conclusione, dice Buchanan. Il discorso che Matthew McConaughey fece nel 2014, dopo aver vinto l’Oscar per Dallas Buyers Club, funzionò proprio perché era evidente che fosse stato pensato e scritto in anticipo e perché aveva una struttura chiara. C’era un messaggio rivolto al futuro, una progressione riconoscibile e una chiusura efficace. McConaughey, che quell’anno era considerato il favorito, non provò nemmeno a fingere sorpresa per la vittoria. Il discorso era costruito attorno a un’idea semplice: il suo «eroe» era se stesso tra dieci anni, una versione futura da inseguire continuamente.
Infine, l’ultimo suggerimento di Buchanan riguarda i casi in cui qualcuno sa che riceverà molteplici premi: non strafare. Fa l’esempio del regista Paul Thomas Anderson, che è stato nominato a 11 Oscar ma non ne ha mai vinto uno, finora: per il film Una battaglia dopo l’altra ha già ricevuto diversi premi ed è molto probabile che ne vincerà altri agli Oscar. Finora però Anderson non ha fatto grandi discorsi definitivi, ma ha ogni volta ringraziato poche persone diverse senza dilungarsi, strategia che Buchanan ha molto apprezzato.
Wendy Shanker, che di mestiere aiuta i personaggi famosi a scrivere i discorsi di ringraziamento, suggerisce sempre ai suoi clienti di concentrarsi su un’idea sola molto chiara, «che possa ricollegarsi alla propria performance, all’album o al tema del progetto in cui sono stati coinvolti — qualcosa che parli di una questione sociale o culturale legata all’opera per la quale si viene premiati».
Questo è probabilmente uno dei motivi per cui il discorso che fece Tom Hanks nel 1994 è tuttora ricordato e ritenuto da molti uno dei più riusciti nella storia degli Oscar. Hanks vinse il premio per il ruolo da protagonista in Philadelphia, un film che parlava dell’epidemia di AIDS in quei primi anni Novanta e in particolare di come la malattia colpisse le persone omosessuali. Durante il suo discorso, visibilmente commosso, rese omaggio alle vittime della malattia dicendo: «Le strade del paradiso sono troppo affollate di angeli. Conosciamo i loro nomi. Sono un migliaio per ciascuno dei nastri rossi che indossiamo qui stasera».
I discorsi più politici invece non sempre vengono accolti bene. Nel 2003, quando Michael Moore fu premiato per il miglior documentario per Bowling a Columbine, fece un discorso molto critico e accorato sulla guerra in Iraq iniziata dal presidente George Bush. Moore fu fischiato in sala, ma il suo è un discorso che viene ancora ricordato da molti, a riprova del fatto che i gusti dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che organizza gli Oscar, e quelli degli spettatori presenti alla cerimonia non sempre coincidono con quelli di un pubblico più ampio.
Un altro discorso politico che attirò qualche critica fu quello del 1973, quando fu assegnato a Marlon Brando il premio Oscar come miglior attore protagonista per Il padrino. Brando decise di boicottare la cerimonia mandando al suo posto l’attrice e attivista apache Sacheen Littlefeather, che rifiutò il premio al posto suo per protestare contro il modo in cui Hollywood trattava e ritraeva i nativi americani nei film. Il suo fu un discorso contemporaneamente molto contestato e applaudito dalla platea. Nel 2022 l’Academy poi si scusò con Littlefeather per il trattamento che le fu riservato quella sera.
Agli Oscar i discorsi politici attecchiscono più facilmente quando chi parla è direttamente coinvolto, e quando non si usano toni recriminatori ma si riesce a veicolare un messaggio attraverso una storia, meglio se personale. Lo fece per esempio l’attrice Lily Gladstone nel discorso che tenne ai Golden Globes del 2024, quando vinse come miglior attrice protagonista per Killers of the Flower Moon. Gladstone iniziò il suo intervento parlando in lingua blackfeet, una minoranza linguistica ed etnica degli Stati Uniti, e disse: «Ho appena parlato un po’ di lingua blackfeet, una bellissima comunità: la nazione che mi ha cresciuta».
Nel 2018 Frances McDormand, accettando l’Oscar come migliore attrice protagonista per Tre manifesti a Ebbing, Missouri fece un discorso che provava a trasformare il suo momento di vittoria individuale in una riflessione collettiva. McDormand chiese a tutte le donne candidate quella sera di alzarsi in piedi. Disse che ognuna di loro aveva una storia da raccontare e progetti che meritavano di essere finanziati. Era un modo per spostare l’attenzione dalla singola vittoria al tema più generale delle disparità di genere nell’industria cinematografica.
Concluse con una frase rimasta molto citata: «Ho due parole con cui lasciarvi: inclusion rider». Si tratta di una clausola contrattuale che può essere inserita negli accordi con attori e attrici e che chiede alle produzioni di garantire una certa diversità – per genere ed etnia – tra le persone che lavorano sul set. Il giorno successivo “inclusion rider” fu l’espressione più cercata su Google e molti giornali si misero a spiegare cosa significasse. Un termine fino ad allora piuttosto tecnico e legato ai contratti di Hollywood entrò così, almeno per un po’, nella discussione pubblica.
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