Abbiamo sempre sottostimato l’innalzamento del livello dei mari

Secondo una nuova ricerca, più del 99% degli studi scientifici sulle coste a rischio ha usato i dati in modo sbagliato

Hanapepe, Hawaii (AP Photo/Jessie Wardarski)
Hanapepe, Hawaii (AP Photo/Jessie Wardarski)

Quasi tutte le stime sull’innalzamento del livello del mare sono sbagliate, col risultato che la quantità di territori e popolazioni a rischio è stata ampiamente sottostimata. È la conclusione di una ricerca pubblicata su Nature, che ha analizzato 385 studi peer-reviewed pubblicati tra il 2009 e il 2025 sui rischi costieri e sull’innalzamento dei mari. La maggior parte degli studi ha usato modelli matematici della forma della Terra invece di misurazioni reali del livello del mare. Le analisi, condotte da una collaborazione internazionale di cui fa parte anche l’università di Padova, mostrano che solo lo 0,3% degli studi ha usato dati e modelli nel modo corretto.

Le conseguenze di questo errore metodologico hanno un impatto notevole: molti degli studi analizzati erano stati citati nei rapporti dell’IPCC, il gruppo di scienziati che dal 1988 monitora la crisi climatica e formula le strategie di risposta a livello globale. Applicando la correzione proposta dallo studio, il numero di persone che vivono nelle zone costiere più basse, cioè entro dieci metri sul livello del mare, sale dagli 896 milioni stimati dall’IPCC a una cifra compresa tra 966 milioni e 1,07 miliardi.

L’innalzamento dei mari ha due principali cause, entrambe legate all’emergenza climatica in corso. Una è lo scioglimento dei ghiacci e l’altra è il fenomeno per cui quando l’acqua si riscalda occupa più spazio, un po’ come il mercurio in un termometro. Gli oceani hanno assorbito più del 90% del calore in eccesso prodotto dalle nostre emissioni, e il loro volume è cresciuto di conseguenza. In altre parole, occupano più spazio.

Per capire l’errore rilevato dallo studio uscito su Nature bisogna capire come si misura e cosa si intende per “livello del mare”, che non è una linea dritta, come l’orizzonte che vediamo quando osserviamo dalla spiaggia. La superficie del mare è infatti molto più simile alla superficie di un continente, con valli, colline e distese pianeggianti. In parte dipende da differenze di temperatura, salinità e correnti, in parte dalla gravità. Per esempio, le grandi masse di ghiaccio attraggono acqua. Quando fondono, l’intensità dell’attrazione che esercitano diminuisce e l’acqua si muove, accumulandosi in alcune zone e disperdendosi in altre.

Gli oceani, quindi, hanno forme molto irregolari e variabili nel tempo, che però riusciamo a misurare con buona precisione. Un satellite a 1.300 chilometri di quota riesce a rilevare variazioni del livello del mare inferiori a 5 centimetri, più o meno un tappo di sughero. Avendo a disposizione tantissimi dati in continua evoluzione, per chi fa ricerca è comodo usare delle approssimazioni e dei modelli di simulazione.

Uno dei modelli più usati è chiamato geoide: rappresenta la forma teorica che la superficie degli oceani assumerebbe sotto l’influenza della sola gravità e della rotazione terrestre, se non ci fossero venti e correnti. Poiché la gravità varia da punto a punto a seconda della densità delle rocce e delle masse sottostanti, il geoide è una superficie irregolare che i ricercatori usano come “livello zero” universale di riferimento.

(International Centre for Global Earth Models – ICGEM, Creative Commons)

Ma il geoide è appunto un modello, la cui aderenza alla realtà dipende molto dalla precisione dei dati su cui è basato. Alcuni provengono da tecnologie estremamente precise, che sono però costose e generalmente disponibili solo nei paesi più ricchi. Nel resto del mondo si usano sistemi non sempre affidabili, che sulle aree costiere possono sbagliare anche di alcuni metri. Il risultato è che il geoide ha una minore definizione nel sud del mondo. Nelle regioni tropicali e nel sud-est asiatico per esempio lo scarto tra il modello e il livello reale del mare può superare il metro. In media, lo studio su Nature ha dimostrato che il livello del mare è 27 centimetri più alto di quanto il geoide suggerisca.

Il 90% degli studi esaminati non teneva in considerazione lo scarto tra i modelli e i dati aggiornati. Per Philip Minderhoud, uno degli autori dello studio, la ragione è un “punto cieco metodologico”. Infatti, per stimare in modo accurato il livello del mare rispetto alla costa, sono richiesti calcoli molto avanzati che o non sono stati eseguiti o non sono stati documentati correttamente. Anche perché chi li ha svolti potrebbe non essere specializzato in geodesia, la disciplina che studia la forma della Terra: il rischio costiero viene indagato anche da ricercatori di geografia, ingegneria idraulica, scienze ambientali. Il risultato, insomma, è che per anni la comunità scientifica ha raccolto e combinato questi dati in modo impreciso.

Minderhoud si era accorto che qualcosa non tornava dieci anni fa, studiando il delta del fiume Mekong, in Vietnam. Ha raccontato al New York Times che l’acqua gli sembrava molto più alta di quanto le mappe indicassero. Indagando, scoprì che il mare si stava alzando; ma anche che il terreno si stava abbassando. Insieme al suo gruppo di ricerca, stimò che in 25 anni il suolo del delta era sceso in media di 18 centimetri, in una regione dove l’altezza media è di soli 82 centimetri sul livello del mare. Il risultato è che l’acqua salata del mare è entrata anche nelle falde, contaminando le riserve di acqua dolce. Nel 2020 queste intrusioni hanno lasciato senza acqua potabile oltre 200.000 famiglie. È il tipo di impatto che misurazioni più accurate avrebbero potuto anticipare.

Perdere l’accesso all’acqua potabile è uno dei motivi per cui l’innalzamento del mare può costringere le popolazioni costiere a spostarsi. La quantità di persone stimata potenzialmente in movimento entro la fine del nostro secolo varia tra i 17 e i 72 milioni, a seconda degli scenari. La migrazione modifica la densità di popolazione nei territori di arrivo e di partenza, il modo in cui viene trasformato il territorio e quindi anche le future stime di rischio.

Minderhoud e l’altra autrice dello studio, Katharina Seeger, hanno aggiornato le stime di rischio dopo le correzioni dell’errore rilevato. Le proiezioni sull’incremento del livello dei mari non sono cambiate. Cambia a che punto siamo: molte zone costiere sono già più vicine alla soglia di allagamento di quanto i modelli indicassero. Se il mare salisse di un metro entro il 2100, come prevede uno degli scenari più usati, tra 77 e 132 milioni di persone potrebbero trovarsi a vivere in aree costiere sotto il livello del mare.

Molti ricercatori hanno commentato lo studio. Andrew Shepherd, del Centre for Polar Observation and Modelling dell’università di Northumbria, ha osservato che circa 80 milioni di persone vivono già oggi sotto il livello del mare, 50 milioni in più di quanto si credesse. In molti casi sopravvivono grazie a dighe, difese costiere, adattamenti costruiti nel tempo: modi di gestire il territorio che il resto del mondo potrebbe dover studiare più da vicino, e più in fretta.

Robert Nicholls, dell’università di East Anglia, ricorda che l’esposizione al rischio non coincide con il rischio: essere sotto il livello del mare non significa essere in pericolo immediato, contano anche infrastrutture e capacità di adattamento. Ma costruire e mantenere le risorse che mitigano gli effetti della crisi climatica ha costi che sono fuori dalla portata per la maggior parte delle regioni più esposte, rendendo la distribuzione di queste strategie ancora più impari dell’errore di misura scoperto dallo studio.