La storia dello “smemorato di Collegno”, cent’anni fa

Un uomo affetto da amnesia fu identificato da due famiglie diverse, creando un caso mediatico e giudiziario che andò avanti anni

Lo smemorato di Collegno (Wikimedia Commons)
Lo smemorato di Collegno (Wikimedia Commons)
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Nel linguaggio comune l’espressione “smemorato di Collegno” viene talvolta utilizzata per indicare una persona molto distratta o che fa finta di non ricordare qualcosa. È un modo di dire legato a un famoso caso giudiziario che cominciò cent’anni fa, e che appassionò moltissimo i giornali e l’opinione pubblica del tempo. Nel marzo 1926 un uomo affetto da amnesia fu arrestato dalla polizia di Torino, che non riuscì a identificarlo e lo fece internare nel manicomio della vicina Collegno.

L’uomo vi rimase per quasi un anno prima di essere identificato da due persone diverse: Giulia Canella e Rosa Negro. La prima, una donna di Verona, sosteneva che fosse suo marito Giulio Canella, stimato professore di filosofia scomparso durante la Prima guerra mondiale. Ma anche la seconda vi riconobbe il marito, Mario Bruneri, un truffatore di cui non si avevano più notizie da alcuni anni. Un lungo processo lo identificò come Bruneri, ma lui visse il resto della vita come Canella.

Lo “smemorato di Collegno” fu arrestato il 10 marzo 1926 in piazza San Carlo, a Torino, con l’accusa di aver rubato alcuni vasi dal settore ebraico del cimitero monumentale. Incuriosì fin da subito gli agenti, perché pur non ricordando nulla del proprio passato parlava un italiano distinto e forbito. In tasca aveva pochi oggetti e una cartolina con un messaggio che sembrava scritto da un bambino: «Al mio caro babbo, accetta gli auguri di un buon giorno onomastico che di cuore ti invia il tuo affezionatissimo Giuseppino». Ma non aveva documenti con sé, e non sapeva rispondere a nessuna domanda relativa al suo nome, alla sua provenienza e ai suoi familiari.

La vicenda diventò un caso soltanto a partire dal 6 febbraio del 1927, quando il manicomio di Collegno fece pubblicare per la prima volta una foto dell’uomo sulla Domenica del Corriere.

Nello stesso giorno La Stampa pubblicò un’intervista con l’uomo, che alimentò la curiosità attorno alla storia. Ugo Pavia, il giornalista che se ne occupò, scrisse che il suo volto ricordava quello di Nicola II Romanov, l’ultimo zar di Russia ucciso nel 1918, riprendendo una teoria del complotto molto in voga che sosteneva che quest’ultimo fosse ancora vivo. Da quel momento in poi alcune persone cominciarono a inviare lettere al manicomio o a fargli visita per provare a identificarlo.

Una delle prime a farsi avanti fu proprio Giulia Canella. La sua tesi era molto convincente: disse che la cartolina che l’uomo portava con sé era stata scritta dal suo figlio minore Giuseppe, e poi inviata al marito tramite la Croce Rossa. La ricostruzione reggeva anche perché l’eloquio dell’uomo, raffinato ed elegante, poteva ricordare quello di un professore di filosofia. Così il 2 marzo l’uomo, identificato come Giulio Canella, fu dimesso dal manicomio senza autorizzazione giudiziaria e tornò a vivere a Verona.

Cinque giorni dopo però la questura di Torino ricevette una lettera anonima che ipotizzava che lo “smemorato di Collegno” fosse un tipografo con una lunga storia di truffe alle spalle: Mario Bruneri, che risultava scomparso dal 1916. L’uomo, che in quel momento si trovava in vacanza con Giulia Canella in Veneto, fu convocato nuovamente a Torino. La procura coinvolse nell’identificazione la moglie di Bruneri Rosa Negro, alcuni vecchi conoscenti del tipografo e una sua presunta amante: tutti lo riconobbero come Mario Bruneri.

Il 26 maggio 1927, dopo la seconda identificazione, lo “smemorato di Collegno” fu portato nuovamente in manicomio. Qualche mese dopo, a settembre, la procura affidò il compito di valutare l’eventuale infermità dell’uomo a un perito, che concluse che stava fingendo di non ricordare nulla per evitare di finire in carcere.

Nel gennaio dell’anno dopo Rosa Negro e gli altri familiari citarono in giudizio l’uomo affinché fosse riconosciuto come Mario Bruneri. Il processo contro lo “smemorato di Collegno” cominciò il 22 ottobre 1928, e nonostante i vari ricorsi dell’uomo (che continuò a sostenere di essere Giulio Canella) si concluse nel dicembre 1929, quando la Corte di Cassazione confermò la sentenza d’appello con cui era stato riconosciuto come Bruneri. L’uomo fu mandato nel carcere di Pallanza per scontare le pene per i reati in precedenza commessi dalla persona con cui era stato identificato.

Nel 1932 la pena di Bruneri fu ridotta da un’amnistia, e l’uomo fu rilasciato il 1º maggio dell’anno dopo. Nonostante in Italia fosse ormai ufficialmente Mario Bruneri, una volta libero lo “smemorato di Collegno” si trasferì insieme a Giulia Canella, con cui nel frattempo aveva avuto tre figli, in Brasile, dove imparò il portoghese e diventò una specie di intellettuale locale scrivendo articoli, pubblicando saggi filosofici e partecipando a moltissime conferenze. Morì l’11 dicembre 1941 a Rio de Janeiro, dove fu sepolto come Giulio Canella.

Nell’ultimo secolo il caso dello “smemorato di Collegno” è stato trattato da molti programmi di approfondimento, e in un certo senso è diventato parte della cultura pop italiana. Nel 1962 il regista Sergio Corbucci ne trasse un film con Erminio Macario e Totò, e nel 2009 la Rai dedicò al caso una miniserie in due puntate. Lo scrittore Leonardo Sciascia invece scrisse Il teatro della memoria, un racconto ispirato a questa vicenda.

Nel 2014 il programma Chi l’ha visto?, che negli anni ha seguito moltissimo la vicenda, contattò un nipote certo del vero Giulio Canella, discendente di un figlio che il professore aveva avuto prima della guerra. Il suo DNA fu confrontato con quello di uno dei figli dello smemorato (il cromosoma Y nelle discendenze maschili rimane pressoché identico). In una puntata del programma Julio Canella (il nipote certo) aprì la busta con dentro l’esito dell’esame e disse: «Non è il risultato che mi aspettavo, ma questa è una prova come altre, ce ne sono tante a favore e tante contro, per noi non cambia niente», facendo intendere che i due uomini non fossero figli dello stesso padre. Ma di fatto non rivelò il contenuto esatto dell’esito, lasciando aperta la possibilità che il materiale genetico non fosse adatto a permettere un confronto.

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