Quand’è che i figli devono essere allontanati dai genitori

La legge lo permette se non ci sono alternative, dopo una verifica accurata dei rischi a cui sono sottoposti i minori

La casa nel bosco a Palmoli dove vivono Nathan Trevallion e Catherine Birmingham a cui è stata sospesa la responsabilità genitoriale sui tre figli
La casa nel bosco a Palmoli dove vivevano Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, a cui è stata sospesa la responsabilità genitoriale sui tre figli (ANSA/ANTONELLA SALVATORE)
Caricamento player

Le ordinanze del tribunale per minorenni dell’Aquila che tra novembre e la scorsa settimana hanno allontanato Catherine Birmingham e Nathan Trevallion dai loro tre figli, coinvolti nel caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”, non sono molto diverse da migliaia di provvedimenti decisi ogni anno dai tribunali in tutta Italia. L’allontanamento dei figli dai genitori è previsto dalla legge e regolato da alcune norme del codice civile, adattate nel corso degli ultimi decenni: capire il contesto giuridico e i presupposti esaminati dai giudici può essere utile per farsi un’idea migliore su questa vicenda che da mesi attira enormemente l’attenzione dell’opinione pubblica.

L’intervento dei tribunali è legittimato dall’articolo 30 della Costituzione, che anzi impone allo Stato di intervenire quando sono accertati rischi per i minori. Dice così: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti».

I due concetti indispensabili per individuare le incapacità di cui parla la Costituzione sono la “responsabilità genitoriale” e il “pregiudizio”. La responsabilità genitoriale non si è sempre chiamata così: prima della riforma sul diritto di famiglia del 1975 veniva chiamata “patria potestà” e stabiliva il potere assoluto del pater familias, cioè dell’uomo, sugli altri membri della famiglia.

Da patria potestà si passò all’espressione “potestà genitoriale”, che nel 2013 dopo una nuova riforma cambiò in “responsabilità genitoriale” per privilegiare il concetto di responsabilità rispetto a quello di potere, mettendo al centro la salvaguardia degli interessi del minore, considerati superiori e determinanti in ogni decisione.

La parola “pregiudizio” può ingannare. Nel linguaggio comune viene usata per descrivere un’opinione preconcetta, invece nel diritto di famiglia ha un significato tecnico preciso: indica qualsiasi condizione che comprometta o che potenzialmente possa compromettere (pregiudicare, appunto) la crescita equilibrata dei minori, bambini o adolescenti, dal punto di vista fisico, psicologico o emotivo, educativo, relazionale o sociale. L’articolo 315-bis del codice civile dice che «il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni».

I giudici parlano di pregiudizio in caso di maltrattamenti fisici o psicologici, quando i minori assistono a violenza tra i genitori, in caso di dipendenze o comportamenti gravemente inadeguati dei genitori, quando vengono segnalati problemi come la mancanza di cure, di igiene o di alimentazione adeguata, l’abbandono scolastico o un grave disinteresse educativo, relazionale o comunque sociale.

Non va tenuto conto solo di un “pregiudizio” attuale, ma del cosiddetto danno evolutivo, ovvero delle possibili conseguenze dei comportamenti attuali sul futuro. Paola Ortolan, presidente del tribunale per i minorenni di Milano, spiega che ogni gesto dei genitori, compiuto o omesso nei confronti dei figli, deve essere valutato considerando la prospettiva di crescita.

Un esempio concreto: non mandare a scuola un bambino per un anno è di per sé una decisione di gravità discutibile nell’immediato, ma grave soprattutto in prospettiva, perché priva il minore di istruzione, di esperienze, di conoscenze e rapporti con i compagni. «Privare un minore del rapporto con i pari significa creare un danno alla sua capacità presente e futura di entrare in relazione con le persone», dice Ortolan.

Quando viene accertato un pregiudizio nei confronti di un minore, il tribunale per i minorenni può decidere di limitare la responsabilità genitoriale, e nei casi più gravi di farla decadere. Tutti questi provvedimenti vengono decisi al termine di procedimenti piuttosto lunghi.

Alla segnalazione di un possibile danno per i minori segue una valutazione attenta sugli interventi più adatti, che sono diversi da caso a caso. In questa fase intermedia i servizi sociali aiutano i genitori a fare le scelte migliori nell’interesse dei minori. Se durante questo periodo – che può durare mesi – i genitori non collaborano o peggio ostacolano l’intervento dei servizi sociali, allora viene decisa la sospensione della responsabilità genitoriale.

La sospensione non comporta automaticamente l’allontanamento dei figli dai genitori. «Non ci sono modelli standard, ogni caso è a sé», dice Ortolan. «Quando ci sono nonni, zii o fratelli che possono dare una mano ai genitori si tende a non allontanare i minori dalla famiglia. La sospensione della responsabilità permette comunque ai servizi sociali di decidere cosa è meglio fare per i bambini, come curarli e come istruirli, come garantire relazioni sociali». Se dopo un periodo di controllo le cose vanno meglio, cioè se il rischio di pregiudizio viene meno, la responsabilità genitoriale viene ripristinata.

Se al termine della valutazione si accerta che uno o entrambi i genitori non esercitano adeguatamente la responsabilità genitoriale creando un rischio per i figli, può essere deciso un provvedimento di decadenza della responsabilità genitoriale, regolata dall’articolo 330 del codice civile, mentre alla sospensione è dedicato l’articolo 333 del codice civile. La maggior parte delle decadenze viene decisa in seguito ad abbandono, maltrattamenti, abusi e violenze.

Nel caso della famiglia nel bosco, la prima segnalazione ai servizi sociali risale al settembre del 2024, quando i genitori si rivolsero a un ospedale dopo un’intossicazione alimentare da funghi. Quando un bambino arriva in ospedale per una possibile ingestione di sostanze tossiche, il personale sanitario deve verificare se la situazione possa essere ricondotta a un reato, da segnalare alla procura ordinaria. Se durante la visita medica emergono indizi di abbandono, incuria o altre condizioni di rischio, i medici hanno l’obbligo di segnalare la situazione alla procura per i minorenni.

Sempre nel 2024 il tribunale per i minorenni dell’Aquila attivò i servizi sociali con l’obiettivo di monitorare la situazione dei tre minori coinvolti, in particolare le condizioni della casa dove vivevano e i controlli medici da eseguire dopo l’intossicazione. Questo percorso di sostegno, però, nei mesi seguenti si interruppe perché l’attività di osservazione dei servizi sociali fu ostacolata e impedita dai genitori dei tre bambini.

A fronte di questa situazione, e dopo varie udienze, con l’ordinanza del 13 novembre il tribunale per i minorenni dell’Aquila ha sospeso in via provvisoria la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori e deciso di collocare temporaneamente i tre bambini in una casa famiglia, insieme alla madre, allontanata con un’ulteriore ordinanza la scorsa settimana.

Nei casi molto più urgenti, quando i rischi di pregiudizi sono immediati, i minori possono essere allontanati dai genitori prima delle decisioni del tribunale. Questo intervento, previsto dall’articolo 403 del codice civile, spetta alla cosiddetta pubblica autorità amministrativa: i servizi sociali o sanitari, il sindaco o le forze dell’ordine. Ma è un’eventualità prevista in situazioni di emergenza.

In qualsiasi caso, urgente o meno, l’allontanamento dei figli da uno o da entrambi i genitori è un provvedimento possibile se non ci sono alternative. La Corte di Cassazione lo ha definito più volte un intervento di extrema ratio.

L’avvocata Marina Marconato, che collabora con l’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, dice che l’allontanamento è una deroga al diritto fondamentale dei minori di vivere e crescere nella propria famiglia, come sancisce la Costituzione, la convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e la convenzione europea dei diritti dell’uomo. «L’allontanamento è un evento traumatico e impattante», dice Marconato. «Inoltre se i minori oppongono resistenza, il trasferimento dovrebbe essere immediatamente sospeso, perché anche i bambini hanno diritto alla libertà personale».

Secondo i dati diffusi dal ministero delle Politiche sociali, i più recenti disponibili, nel 2024 i servizi sociali avevano in carico 355.844 minori, esclusi i minori stranieri non accompagnati. Di questi, 16.246 erano in affidamento a famiglie dopo l’allontanamento dai genitori e 25.033 erano accolti in strutture.

Considerando solo gli affidi in famiglia, in Italia il tasso di “allontanamento” è di 3,3 minori ogni mille, all’undicesimo posto in Europa e molto distante da paesi come la Francia (11,2 minori affidati alle famiglie su mille), Germania (10,8), Polonia (17,9), ma anche dalla Spagna (5).