Sulle “nuove opere di Michelangelo” i dubbi sono tanti

Critici, studiosi e riviste specializzate stanno confutando nuove attribuzioni provenienti da due ricerche

Il “Cristo Salvatore” nella basilica di Sant'Agnese fuori le mura, a Roma (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)
Il “Cristo Salvatore” nella basilica di Sant'Agnese fuori le mura, a Roma (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)
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Nell’ultima settimana quotidiani e riviste specializzate in arte hanno dato grande risalto all’attribuzione di due opere a Michelangelo Buonarroti, uno degli artisti più importanti del Rinascimento italiano: il busto del “Cristo Salvatore”, scultura conservata nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma, e “Pietà spirituali”, dipinto anonimo in precedenza datato tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo e acquistato da un collezionista privato nel 2024.

Anche se molti articoli e servizi le hanno definite “scoperte”, in realtà si tratta più propriamente di proposte di attribuzione, cioè tentativi di assegnare la paternità di un’opera a un artista specifico (in questo caso Michelangelo, per l’appunto) quando quest’ultima è anonima o attribuita a qualcun altro. Sono operazioni che avvengono spesso nel mondo dell’arte antica, e che generano frequentemente dubbi, fraintendimenti e intensi dibattiti critici: è successo anche in questa occasione.

L’attribuzione del “Cristo Salvatore” proviene da uno studio intitolato Michelangelo, gli ultimi giorni. È stato condotto da Valentina Salerno, una ricercatrice indipendente che sul suo sito si definisce «scrittrice, attrice, regista, pedagoga e storica della cultura». Quella di “Pietà spirituali” è stata invece proposta da Michel Draguet, storico dell’arte ed ex direttore dei Musei Reali di Belle Arti del Belgio.

Diversi esperti, tra cui la storica dell’arte rinascimentale Cristina Acidini e la direttrice dei Musei Vaticani Barbara Jatta, hanno suggerito di prendere queste attribuzioni con le dovute cautele, dato che provengono da ricerche indipendenti su cui non si è ancora formato un consenso da parte della comunità scientifica. In un’intervista al New York Times Francesco Caglioti, professore di storia dell’arte alla Scuola Normale Superiore di Pisa, le ha descritte come esempi di «un approccio alla Dan Brown applicato alla storia dell’arte», citando uno scrittore statunitense che nei suoi romanzi presenta spesso come fatti storici accertati invenzioni o teorie cospirazioniste. «È un processo lento: le attribuzioni si stabiliscono nel corso di decenni, non di giorni», ha aggiunto Caglioti.

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Salerno ha analizzato decine di documenti provenienti da archivi italiani e stranieri, e propone di attribuire a Michelangelo una ventina di opere che l’artista avrebbe realizzato negli ultimi anni di vita: tra queste ci sarebbe per l’appunto il “Cristo Salvatore”. In sostanza la ricerca di Salerno confuta l’ipotesi, sostenuta dallo storico dell’arte e pittore italiano Giorgio Vasari, coevo di Michelangelo, secondo cui prima di morire quest’ultimo avrebbe distrutto una parte di opere – soprattutto disegni – che considerava non all’altezza della sua fama.

Secondo Salerno, Michelangelo avrebbe invece occultato quelle opere con la complicità di alcuni suoi studenti. «Uno dei documenti ritrovati descrive l’esistenza di una stanza in cui vennero nascosti dei disegni dagli allievi di Michelangelo, una stanza segreta che conteneva materiale tanto prezioso da prevedere un sistema di chiavi multiple per la sua apertura», ha detto Salerno. Stando alla sua ricostruzione, Michelangelo avrebbe fatto sottoscrivere ai suoi studenti un «patto d’indissolubilità» per impedire la vendita delle opere, e soltanto tre di loro sarebbero stati in possesso delle chiavi.

Per quanto riguarda il caso specifico del “Cristo Salvatore”, la tesi di Salerno è che Michelangelo abbia deciso di scolpire il volto di Gesù Cristo soltanto in un secondo momento: inizialmente la scultura – che Salerno data al 1534, ma senza spiegare perché – doveva essere un ritratto del nobile italiano Tommaso de’ Cavalieri, al quale fu legato da una forte amicizia. Per sostenere questa ipotesi Salerno cita alcuni «marcatori stilistici», cioè delle somiglianze, che il “Cristo Salvatore” avrebbe in comune con altri ritratti attribuiti allo stesso Michelangelo, come la “Testa divina” conservata all’Ashmolean Museum di Oxford.

La “Testa divina”

Sempre secondo Salerno, Michelangelo avrebbe lasciato in eredità una parte di opere, tra cui proprio il busto del “Cristo Salvatore”, alla Compagnia del Santissimo Sacramento, confraternita di cui faceva parte anche Tommaso de’ Cavalieri. Dal 1564 il busto sarebbe stato custodito prima nella basilica romana di San Pietro in Vincoli, che fin dal Medioevo è affidata all’ordine dei Canonici Lateranensi, e poi nello studio del cardinale Alessandro de’ Medici (futuro papa Leone XI) all’interno della basilica di Sant’Agnese.

La ricostruzione di Salerno è stata confutata da critici e siti specializzati. Finestre sull’Arte per esempio ha scritto che identificare il volto del Cristo Salvatore con quello di Tommaso de’ Cavalieri è difficile, perché non esistono ritratti del nobile romano attribuibili con certezza a Michelangelo. Ci sono alcune ipotesi riguardo a un disegno conservato preso il Musée Bonnat-Helleu di Bayonne, in Francia, ma non è ancora stato raggiunto un consenso.

Il presunto ritratto di Tommaso de’ Cavalieri attribuito a Michelangelo, conservato al Musée Bonnat-Helleu di Bayonne, in Francia

Altre critiche riguardano il curriculum di Salerno, che non ha una formazione da storica dell’arte, e il reale livello di coinvolgimento del comitato scientifico che dovrebbe valutare l’attendibilità della sua ricerca, annunciato dal cardinale arciprete della basilica di San Pietro Mauro Gambetti. Dovrebbero farne parte alcuni tra i più importanti storici dell’arte contemporanei, tra cui William Wallace, Hugo Chapman, Barbara Jatta, Pietro Zander, Alessandro Cecchi e Cristina Acidini.

In un’intervista all’Associated Press, Jatta ha però detto di non essere stata coinvolta in alcun comitato. Sebbene consideri il metodo di ricerca di Salerno «solido», Wallace ha ricordato che molte opere attribuite a Michelangelo nel corso dei decenni non hanno mai ottenuto il consenso della comunità scientifica. Gli altri membri del comitato non hanno risposto alle domande dell’agenzia.

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La ricerca di Draguet, lunga più di 600 pagine, si basa su analisi tecniche molto complesse. Secondo i risultati della datazione al carbonio, “Pietà spirituali” risalirebbe a un periodo tra il 1520 e il 1580, compatibile con gli ultimi anni di vita di Michelangelo. Draguet sostiene inoltre di avere individuato materiali che i pittori del tempo (tra cui Michelangelo, appunto) utilizzavano spessissimo per rifinire i loro disegni, tra cui lo smalto, un pigmento blu minerale, e una lacca rossa ricavata da cocciniglie messicane.

Draguet e gli altri ricercatori coinvolti nello studio hanno anche suggerito che “Pietà spirituali” abbia delle soluzioni stilistiche compatibili con lo stile di Michelangelo, tra cui le pieghe del mantello di Maria. L’altro elemento a sostegno della tesi è la presenza di due segni nella parte inferiore della tela che ricordano le iniziali che Michelangelo scriveva sulle sue lettere: una “M” e una “A”.

“Pietà spirituali”

Molti studiosi, però, hanno rigettato questa ricostruzione con una particolare veemenza. Caglioti per esempio ha definito il dipinto «completamente ridicolo e grottesco». «Non ha niente, ma proprio niente a che fare con Michelangelo. Se dovessimo attribuirglielo, dovremmo fare lo stesso con non meno di altri 5mila dipinti».

Matthias Wivel, esperto di arte rinascimentale, responsabile della ricerca presso il museo Glyptotek di Copenaghen e curatore di due recenti mostre su Michelangelo, ha detto che “Pietà spirituali” è «certamente michelangiolesco» ma che quest’affinità di stile dice molto poco, perché «tutti gli artisti che hanno lavorato nell’Italia centrale dopo Michelangelo in qualche modo hanno preso ispirazione da lui».

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