I luoghi, quando una persona manca

«Cosa accade – in particolare a Venezia - quando viene a mancare solo la persona che ami? Ci si trova davanti a un vuoto più grande, sconfinato. Resterai qua, non andrai da nessuna parte, ti adeguerai alla mancanza e pretendi che anche la città lo faccia»

Due foto affiancate di Venezia, l'isola di San Michele vista da Fondamenta Nove e la Laguna vista dalla fermata del vaporetto di San Michele (foto Gianni Montieri)
Due foto affiancate di Venezia, l'isola di San Michele vista da Fondamenta Nove e la Laguna vista dalla fermata del vaporetto di San Michele (foto Gianni Montieri)
Gianni Montieri
Gianni Montieri

È nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per molti giornali. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette (2019), editi da LiberAria. Vive a Venezia.

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Vivo a Venezia, la sua unicità si riflette anche nei sentimenti che una persona prova. Questa città è una sorta di esaltatrice di stati d’animo. Se sei felice, Venezia, spinge quella sensazione fino al vertice. Se sei triste fa la stessa cosa, ti trascina fino al punto più oscuro della laguna e ti affonda sotto uno strato di alghe ghiacciate. La tua malinconia viene spinta talmente in alto che sembra quasi piacerti, ti ritrovi a piangere, alle Zattere, o a Fondamenta Nove, e ti guardi intorno, come a domandare alla bellezza circostante: Mi stai salvando o mi stai uccidendo?

Venezia se ne frega, come sempre, e non risponde. Sono fatti suoi e sono fatti tuoi, ma non sono fatti vostri. Lei sopravvive sempre, tu no, lei può fare a meno di tutti, lo sapeva bene Brodskij quando scriveva:

«Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi
la torbida pupilla con l’ansia di fissare nel ricordo
questo paesaggio, capace di fare a meno di me»

Sono tre versi che chiudono un testo di Poesie italiane pubblicate da Adelphi e tradotte da Giovanni Buttafava. Brodskij lo sapeva, infatti Venezia così ha fatto, certo lo ha accolto al Cimitero di San Michele, ma poi è andata avanti, sempre meravigliosa nonostante tutto, incurante di ogni morte, di ogni passaggio nelle sue calli, lungo i suoi canali.

Mancanza significa essere privo di qualcosa. Di qualcosa, di qualcuno. Ti manca un oggetto, ti manca la tua casa, ti manca un posto in cui non torni da tempo. Ti manca una persona cara che per qualche motivo non vedi più: è partita, il tempo vi ha allontanati, o tu o lei avete cambiato zona o città, è morta. La donna o l’uomo che amavi, con cui avevate scelto di invecchiare insieme, a un certo punto muore, ed è sempre troppo presto. Mancanza, così come amore, così come disperazione, così come solitudine, così come senso del vuoto, sono termini o definizioni imprecise. E nessun calcolo matematico può misurarne il grado di espansione che è costante e tiene conto di un sacco di variabili. Questa espansione del concetto di mancanza non si riduce ma è destinata ad ampliarsi giorno dopo giorno. Molto spesso, a domande cortesi, provi a spiegare cosa significhi l’assenza, ma poi rinunci e te ne vai. Tra le cose difficili c’è anche quella di sottrarsi all’eccesso di gentilezza.

La mancanza, la disperazione, il senso del vuoto. Immaginiamo per un attimo Venezia vuota, non è difficile, basta andare indietro al tempo del Covid. Camminavi di soppiatto destinato al tremito, non sapevi dove nascondere le mani, l’occhio non trovava il modo di posarsi. Prima di capire cosa stesse davvero accadendo in quei giorni e quello che sarebbe avvenuto nei mesi avvenire, cominciavi ad avvertire il senso del vuoto.

Dopo poche ore dall’inizio del lockdown ho girato un video con lo smartphone. Ascoltavo il suono dei miei passi che tagliava in due Campo San Barnaba e proseguiva verso il Rio de la Toletta. Per paura, ricordo d’aver aggiunto la mia voce; non per specificare il quando il dove il come, ma per ritrovarmi, per aggiungere un suono. Ripetevo la data, un numero di marzo dell’anno 2020, e mi dirigevo verso il Ponte dell’Accademia e da lì a casa. Le persone erano sparite e stentavo a crederlo. Il vuoto.

Me lo raccontavo come un sogno o un bel racconto horror di Michele Mari. La realtà mi scuoteva con un gabbiano che mi sfiorava la spalla destra, eravamo noi due soli ma sentiva già di poter comandare. Il deserto. Smettevo di riprendere. Ricordo di essermi fermato per qualche minuto sul Ponte dell’Accademia e in quegli istanti ho avvertito, per la prima volta forse nella vita, il senso del vuoto. Più altre sensazioni non piacevoli, come il pericolo, la paura, forse l’angoscia. Il Canal Grande era senza barche, Venezia mi sembrava magnifica e inquietante, stava già esercitando un nuovo tipo di dominio. Era resistente, libera, e capace di fare a meno di noi, come ha scritto Brodskij. Un regno vivo e feroce.

– Leggi anche: Scendere in campo, a Venezia, di Gianni Montieri

Qualche giorno dopo, un piccione era disorientato al punto da lanciarsi (non caderci accidentalmente) contro uno spuntone nella nostra corte. Mi era parso un suicidio, come le mucche che si lanciavano nel vuoto per sfuggire alla mattanza, in un bel romanzo della scrittrice brasiliana Ana Paula Maia (Di uomini e bestie, La nuova frontiera, traduzione di Marika Marianello). Durante quel periodo valeva il «Mi manca chiunque» di David Foster Wallace. Trattandosi, però, di una condizione comune a tutti, veniva a significare pure: non mi manca nessuno.

Cosa accade invece al luogo – e in particolare a Venezia – quando viene a mancare solo la persona che ami? Ci si trova davanti a un vuoto più grande, sconfinato. A questa mancanza, disagio, non puoi porre rimedio, devi attraversarla intanto che la bellezza a ogni angolo o riflesso ti ferisce.

Non sei solo, cammini, incontri persone – a Venezia è molto più facile che in altre città – la bellezza struggente del luogo ti invade. Ogni palazzo, ogni cambio di luce, ogni uccello che fende l’aria a pelo d’acqua manifesta la propria indifferenza a ciò che senti. Venezia diventa un deserto vero, una manifestazione di potere sul tempo e sugli stati d’animo della gente.

Venezia, senza la persona che ami, non è più, rimane la tua città ma non può confortarti. La bellezza non significa più niente perché non puoi condividerla, non puoi più mettere le mani sui mattoni dei Magazzini del Sale e passarle i granelli sul viso, non puoi più decidere quali mostre andare a vedere insieme, quando andare a fare la spesa, farle leggere una poesia. Non puoi fotografarla di schiena mentre guarda il Canale della Giudecca.

Tutto questo e mille altre cose semplicemente non ci sono più, sono sparite e allora anche la città sparisce. L’andatura che avresti riconosciuto tra centinaia di turisti non la vedrai più. In questo senso il luogo è vuoto e non ne ha contezza, resta magnifico ma privo di ogni significato che negli anni tu e la persona amata gli avevate attribuito. Esteticamente non cambia ma non emette più alcun suono, mentre rispecchia ogni palazzo sull’acqua, riflette la tua solitudine, la assorbe e in questo modo si svuota. È terribile, è ovvio, è inevitabile. Se è ancora poetico non ti è dato saperlo, somiglia più a un contenitore, bellissimo se vogliamo, ma niente di più.

L’architettura, a differenza dell’anima della città, non può nascondersi. Le pietre, i mattoni, le mura, le porte, le finestre alte, le chiese, i masegni, i tavolini dei caffè all’aperto, i ponti assorbono la tua condizione e, secondo te, la fanno propria.

Prima di sederti per un caffè sposti la sedia diverse volte, come se non fosse a posto. La ritieni poco stabile, te lo ripeti. Si tratta del genere di pensiero inutile e imbarazzato che tendiamo a elaborare quando ci troviamo al cospetto dell’assurdo. Cosa vuoi da quella sedia, la stessa sulla quale ti siedi da anni perché è quella del tavolino preferito del bar preferito? Non esiste più la morte circostante come durante la pandemia, adesso è una circostanza che ti riguarda, un fatto personale. Quella sedia che adesso ti sembra instabile, quasi fragile, ti riporta alla mente una fotografia: venti bare sospese nel vuoto al cimitero di Poggioreale. Tu e la sedia siete sospesi su una sorta di baratro. L’immagine che viene dal passato pare spiegarti meglio questo momento. E su un burrone si stendono tutte le fotografie che scatti a ripetizione.

Venezia si trasforma in un’isola dell’abbandono, è il tuo archivio della persona perduta, fai un inventario della felicità all’indietro. Ti convinci che lei ci sia, che da qualche parte sia con te, ti accompagni, le parli. «Ci raccontiamo storie per sopravvivere», scrive Joan Didion, ed è quello che ti sembra di fare. Intanto il tessuto urbano si sottrae, il suono dei tacchi degli altri non ti riguarda, nemmeno il vociare compulsivo dell’apertura del Carnevale, il turbinio di conoscenti e turisti è solo una Fata Morgana di ombre che ondeggiano e sfumano nel Bacino di San Marco. La città splende nella sua solitudine, vuole dirti che ti sopravvivrà, ma tu non le credi. Resterai qua, non andrai da nessuna parte, ti adeguerai alla mancanza e pretendi che anche la città lo faccia.

Cammini e Palazzo Ducale è uno schiaffo inatteso che ti colpisce a tradimento. Un barcone della Veritas passa accanto alla riva di San Samuele, l’unico uomo a bordo sembra un reduce, la schiena su cui far scivolare i titoli di coda, anche se non hai capito il film. Non hai afferrato l’idea nascosta del regista, il mistero sotteso della trama. Viene un alito di vento da chissà dove, non è scirocco, non pare tramontana, ma tanto non hai mai saputo distinguerli. Ogni volta che soffia ti volti alla tua sinistra, al fianco lungo il quale camminava tua moglie. Tua moglie, Anna Toscano, che definiva questo posto il suo barometro dell’anima e che ha raccontato in mille poesie che hai amato e che ora ti trafiggono, come questa:

«Ho contato i passi,
lunghi cauti orizzontali
per arrivare a te;

ho contato i passi,
passi lenti orizzontali cauti
raccontando a increduli
come l’acqua venga da sotto
e non solo da sopra
come ci sia anche col sole
non solo con la pioggia;

ho contato i passi,
passi cauti lenti lunghi
credendo la vita fatta di questi
passi lunghi orizzontali cauti lenti;
ho contato i passi / un’eternità per arrivare a te»

(in Cartografie, Samuele editore – Pordenone Legge).

Questa poesia che conosci a memoria, più e meglio delle tue, diventa un’unità di misura nuova. Il camminare nelle città e a Venezia in particolare ha sempre fatto parte della vostra relazione. I passi sono stati una questione sentimentale. Lo sono anche ora, ma sono trascinati, come quando vai con gli stivali nell’acqua alta e non sollevi il piede, ma lo spingi in avanti. L’unico modo per avanzare, quello che lei ti ha insegnato.

– Leggi anche: In giro per Milano con i poeti, come Raboni, di Gianni Montieri

Pensi, riconti i passi, aspetti che l’acqua scenda. Intanto, Venezia pare autorigenerarsi, lei il vuoto lo usa a suo piacimento, è un fatto. Sulla spinta del sole di questo inverno i palazzi appaiono più luminosi, però ti pare di non distinguerli più. È molto più facile immaginarli nelle mattine di nebbia.

L’unico posto che riconosci è quello che da poco frequentato è diventato un’abitudine, il Cimitero di San Michele. L’unico posto della città che non è vuoto, anzi è denso, pieno di storie, l’unica isola accogliente. Ti interroghi, arrivi a pensare che, al riparo del tuo sguardo, la notte i palazzi si scambino di posto: Ca’ Farsetti va a fare un giro a Punta della Dogana, Ca’ Dario stanco della sua nomea se ne va lungo riva dei Sette Martiri, beve qualcosa al Danieli e poi torna indietro. Le gondole che fanno?

Ti ritrovi a pensare che si mettano a ballare magari sulle note di quella struggente canzone dei The National che amavate. Quando col buio esci con i cani, sbirci tra i riflessi notturni per scoprire se si muovano, se improvvisino una danza del traghetto, un tango di sopravvivenza, un valzer dell’assenza. Hai ben presenti i versi di Attilio Bertolucci «Assenza / più acuta presenza», versi che aveva scritto a 18 anni. Che ne sa un diciottenne della morte? Che ne sa un poeta? Tutto, probabilmente. E quelle quattro parole – che tua moglie ripeteva sempre, tanto le amava – le reciti ogni giorno e, finalmente, senza consolazione, le capisci.

La mancanza, la disperazione, il vuoto. Ti metti a sfogliare libri che non leggevi da tempo. Sopra eroi e tombe; Respirazione artificiale; Il diavolo sulle colline, come se Ernesto Sabáto, Ricardo Piglia o Cesare Pavese potessero darti qualche risposta. Meglio allora i bambini che volano di Silvina Ocampo, meglio di ogni cosa la poesia. E poi libri su Venezia, la salva di Simone Weil, gli incurabili di Brodskij, e pare che quei testi lo sappiano. Sanno che Venezia andrà oltre, lei in piedi e tu no, destinata alla sopravvivenza, alla solitudine, a reggere il vuoto, a dondolarci sopra, con le finestre dei palazzi tutte quante spalancate senza che nessuno vi si affacci, le porte delle botteghe aperte e invitanti, senza gli invitati, senza le bottegaie.

La città non respinge il tuo vuoto, lo prende lo fa suo ma poi lo controlla, te lo restituisce a pezzetti, a schegge, e ti ghiaccia le lacrime.

Venezia «limpida e ghiacciata», come ha scritto Anna in un’altra poesia, si farà salva, con gli affreschi che si parlano tra di loro, di chiesa in chiesa, dai Frari a San Giovanni e Paolo, dalla Scuola Grande di San Rocco a quella della Misericordia.

Salva, con le Fondamenta Nove che si fanno novissime e che non affacciano più su San Michele che i morti se la sono portata via, lungo l’Adriatico a prendere il sole a Rimini o a Riccione.

Salva, con il Ponte di Rialto che si trasforma in uno scivolo che finisce direttamente in acqua come a Mirabilandia.

Salva, senza te, o chiunque altro che la possa continuare a disturbare.

Sola, sola e salva.

– Leggi anche: Le cose che restano (e quelle che no), di Gioia Guerzoni

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