Il dialetto è meno parlato ma più di moda
Sembra un paradosso, ma non lo è: c’entrano la fine della stigmatizzazione e i nuovi contesti d’uso

Alla fine di gennaio l’Istat ha pubblicato un rapporto sull’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere in Italia, che è stato molto ripreso e commentato perché registra una diminuzione drastica dell’uso del dialetto, un po’ dappertutto. Dal 1988 al 2024 la quantità di persone che in famiglia parla solo o principalmente il dialetto è passata da circa una su tre a meno di una su dieci. È un fenomeno descritto spesso sulla stampa come “scomparsa del dialetto”, in corso da decenni, ma diversi linguisti e anche l’Istat suggeriscono di leggere e interpretare i dati con prudenza e tenendo a mente che i dialetti sono sì sempre meno diffusi, ma soprattutto stanno cambiando usi e funzioni.
«Direi che siamo ancora ben lontani da un’imminente scomparsa dei dialetti», ha chiarito la ricercatrice Marina Musci dell’Istat, segnalando che comunque quasi metà della popolazione (il 42 per cento) parla il dialetto in almeno uno dei tre contesti relazionali presi in considerazione: in famiglia, tra amici o con gli estranei. È una percentuale che comprende sia chi usa soltanto quello, sia chi lo usa alternandolo all’italiano, che negli ultimi anni si è diffuso sempre di più.
La diversa relazione tra l’italiano e il dialetto è proprio una delle differenze più evidenti emerse dal sondaggio dell’Istat, i cui dati si riferiscono al 2024. Tra il 2006 e il 2015 la diffusione del dialetto era sì diminuita, ma la popolazione che parlava quasi solo l’italiano in tutti i contesti relazionali era rimasta in percentuale più o meno la stessa. Dal 2015 al 2024 è invece passata dal 40,6 al 48,4 per cento, mentre quella della popolazione che parla quasi solo il dialetto in tutti i contesti relazionali è passata dal 3,7 al 2,3 per cento.
L’uso del dialetto, da solo o alternato all’italiano, è comprensibilmente più frequente nelle relazioni familiari (38 per cento) e di amicizia (35 per cento), e molto meno con gli estranei (13 per cento). E ci sono, prevedibilmente, anche grosse differenze territoriali: il dialetto è più diffuso nel nord-est, soprattutto in Veneto e nella provincia di Trento, e in molte regioni meridionali, soprattutto Calabria, Sicilia e Campania. Allo stesso modo, per ragioni storiche e sociali, l’italiano è invece più diffuso in Toscana e nel Lazio, aree in cui la popolazione ha una minore percezione del dialetto come codice distinto dall’italiano.
Nel caso della Toscana dipende banalmente dal fatto che l’italiano standard discende dal volgare fiorentino del Trecento. E nel caso del Lazio ebbe un’influenza storica molto rilevante il fatto che nel Cinquecento, dopo il sacco di Roma, la popolazione si ridusse drasticamente e la città fu ripopolata da persone immigrate provenienti da altre regioni, moltissime dalla Toscana. In quel contesto pluridialettale una forma di idioma toscano finì per prevalere tra gli altri.
Gran parte delle differenze attuali nella diffusione dei dialetti in Italia riflette dinamiche sociali comuni e ricorrenti, spiega Riccardo Regis, docente di dialettologia italiana all’università di Torino. Nel secondo dopoguerra l’area del cosiddetto triangolo industriale, quindi il nord-ovest, fu interessato da un’intensa immigrazione da diverse regioni del sud, e questo condizionò la conservazione dei dialetti locali, favorendo la diffusione dell’italiano come lingua comune.

Un murale dedicato all’astronauta Samantha Cristoforetti a Castelgrande, in provincia di Potenza, il 15 maggio 2025 (Dario Belingheri/Getty Images)
I dati più recenti sul censimento mostrano che ancora oggi in diverse province del nord-ovest quasi un residente su tre è nato in un’altra regione. Ed è un dato da tenere in considerazione anche quando si interpretano i risultati del rapporto, spiega Regis. Se per esempio una persona intervistata residente a Milano risponde sì alla domanda se usa il dialetto in famiglia, ma quella persona è pugliese e vive a Milano con la propria famiglia pugliese, la sua risposta darà un’indicazione sull’uso di un dialetto pugliese, non di una varietà della lingua lombarda.
Titoli come «Il dialetto piace sempre meno» e «Addio dialetto» circolano sui giornali italiani fin dagli anni Novanta, come commento ai sondaggi Istat. Ciò che emergeva già allora era un fenomeno che i linguisti definiscono language shift, il normale processo attraverso cui una comunità linguistica passa da usare una lingua a usarne un’altra. Succede perché diminuiscono le persone che parlano la lingua precedente, per ragioni anagrafiche, e si riduce il livello di competenza generale nell’uso di quella lingua.

Malcesine, in provincia di Verona, vista dall’alto (Steve Christo/Corbis/Getty Images)
Il che non significa che i dialetti siano scomparsi. Già nel 2006 l’influente sociolinguista Gaetano Berruto parlava di «risorgenze» per definire una nuova tendenza in corso per i dialetti. Il numero di persone che lo parlavano stava diminuendo, ma stavano aumentando gli ambiti d’uso e i contesti comunicativi in cui il dialetto riemergeva. «Cosa era successo? Che semplicemente il dialetto non faceva più paura», dice Daria Motta, docente di linguistica italiana dell’università di Catania.
Per decenni il dialetto era stato visto come un ostacolo all’acquisizione dell’italiano, da estirpare nelle scuole. Ma una volta diventato l’italiano «un bene comune, per quanto maltrattato», aggiunge Motta, il dialetto aveva perso gran parte dello stigma negativo e aveva smesso di essere associato solo alla popolazione poco colta. Era possibile, com’è ancora oggi, usarlo anche con nuove funzioni ludiche, espressive e identitarie: è diventato «parte del paesaggio linguistico delle nostre città».

Un manifesto elettorale con uno slogan in napoletano a Napoli, il 29 gennaio 2013 (Ciro Fusco/Ansa)
È vero che sempre meno persone parlano in dialetto, specialmente nei grandi centri urbani. Ed è vero che una correlazione tra un maggiore uso del dialetto e un minore livello d’istruzione o un’arretratezza socio-economica esiste ancora oggi e alimenta qualche pregiudizio. Ma nel paese è anche molto diffusa l’abilità di alternare al discorso in italiano frasi in dialetto (code switching) o di usare qualche parola dialettale in una frase tutta italiana (code mixing). E succede non per mancanza di capacità di costruire un discorso tutto in italiano, «ma perché si riconosce al dialetto una forte carica identitaria», dice Motta, e attraverso il dialetto «si esprimono meglio i sentimenti, la rabbia, l’ironia».
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Il dialetto è in popolari serie tv, come Gomorra o L’amica geniale, diffuso cioè attraverso lo stesso mezzo che era servito a diffondere l’italiano. Ma non è più associato solo alla rappresentazione di subculture o ambienti malavitosi: è anche nelle canzoni, sui social, nei fumetti, sulle magliette, sui cartelloni pubblicitari. Spesso è anche sulle insegne di negozi e ristoranti, insieme all’italiano o all’inglese, perché rimanda con immediatezza alla cultura di un luogo anche se i destinatari non ne conoscono il significato.
Sono tutti segnali positivi, perché mostrano che in molti contesti non c’è più alcuno stigma negativo, dice Regis, peraltro curatore di un recente progetto molto apprezzato sul settimanale Topolino: una stessa storia a fumetti tradotta in diversi dialetti, in occasione della “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali”, il 17 gennaio. Regis ha coordinato il gruppo di linguisti responsabili delle traduzioni su questi numeri speciali, finora tre, usciti tra il 2025 e il 2026 (con storie in milanese, napoletano, fiorentino, catanese, romanesco, barese, torinese, veneziano, bolognese, genovese, catanzarese e valdostano).

La versione in dialetto catanzarese della storia “Paperino lucidatore a domicilio”, scritta da Vito Stabile e disegnata da Francesco D’Ippolito, sul numero 3660 di Topolino, uscito il 14 gennaio 2026
«Si è passati da un giudizio estremamente negativo sui dialetti a una progressiva accettazione, forse anche a una progressiva nostalgia, e a un certo punto i dialetti sono diventati à la page», dice Regis. Secondo lui, le varie «risorgenze dialettali» e le molte operazioni di rivalutazione sono però avvenute «fuori tempo massimo», perché non incidono sull’unico vero dato importante: la trasmissione intergenerazionale, sempre più rara.
Da questo punto di vista il rapporto mostra in modo molto chiaro quanto i dialetti, che in Italia erano stati vitali e funzionali per secoli, siano destinati a esserlo sempre meno per ragioni puramente anagrafiche. A usare in famiglia quasi solo il dialetto è circa il 20 per cento della popolazione con più di 64 anni e solo il 2,7 per cento di quella tra i 6 e i 24 anni. E, specularmente, a usare in famiglia quasi solo l’italiano è il 45,8 per cento della popolazione con più di 64 anni e il 67,3 per cento di quella tra i 6 e i 24 anni.
Il dialetto è ancora molto presente in varie forme e con diverse funzioni, ma un conto è usare e comprendere singoli «sintagmi fossilizzati», dice Regis: qualche parola o qualche frase dialettale in mezzo a un discorso in italiano. Un altro conto è avere competenze linguistiche specifiche e apprese nell’uso comunicativo, necessarie per articolare frasi in dialetto in qualsiasi contesto. Come sintetizzava il linguista italiano Francesco Sabatini nel 2018, il dialetto continua sì ad avere una funzione, ma «limitata, non governabile», perché si impara solo da chi lo usa. E a usarlo sono sempre meno persone.
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