Le milizie curde iraniane sono nascoste nel Kurdistan iracheno, e aspettano
Sono in contatto con la Cia e potrebbero iniziare una ribellione contro il regime iraniano nei territori curdi dell’ovest
di Daniele Raineri

Nel Kurdistan iracheno sono nascoste milizie armate di curdi iraniani in contatto con la Cia che aspettano di entrare in Iran e combattere contro il regime iraniano. Il Kurdistan iracheno è una regione autonoma nel nord dell’Iraq, che condivide un lungo confine con l’Iran. Mercoledì sera le milizie sono rimaste spiazzate dalla notizia, che ha cominciato a circolare rapidamente, di una loro offensiva in Iran. «Migliaia di combattenti curdi stanno attraversando il confine», era la notizia.
In realtà, dicono due fonti curde al Post, le milizie sono ferme. Hanno l’ordine di mantenere alcune misure di sicurezza base per non far capire con precisione dove siano e che cosa stiano facendo, anche se la posizione dei loro campi principali è nota da anni.
«Se i gruppi curdi iraniani decidessero di entrare in Iran, con ogni probabilità si limiterebbero alle aree curde del paese, cioè quello che i curdi chiamano Kurdistan iraniano: le province di Kurdistan, Kermanshah e Ilam, oltre alle parti curde della provincia dell’Azerbaijan Occidentale», dice al Post Mohammed A. Salih, analista del think tank statunitense Foreign Policy Research Institute ed esperto in affari curdi e mediorientali.
«È difficile immaginare che si spingano in altre regioni, perché non vorrebbero creare tensioni con altre comunità etniche presenti in Iran. Inoltre non è neppure certo che, qualora entrassero, sarebbero in grado di prendere il controllo di tutte le aree curde. Molto dipenderebbe anche dall’estensione e dall’intensità della resistenza opposta dalle forze armate iraniane», aggiunge Salih.
L’Iran è un paese a stragrande maggioranza sciita, uno dei due rami principali dell’Islam; i curdi sono invece a maggioranza sunnita, il ramo maggioritario nel mondo.
L’obiettivo delle milizie sarebbe entrare in Iran e prendere soltanto il controllo delle città curde subito al di là del confine. Il Kurdistan iraniano ospita circa dieci milioni di curdi e forma una fascia che va da nord a sud lungo il confine tra Iraq e Iran. È un’area che in tempi normali ha scambi continui con il Kurdistan iracheno e durante le rivolte che scoppiano in modo ciclico in Iran è la prima a cacciare le forze di sicurezza del regime, grazie alla coesione dei curdi, per poi ripiombare sotto il controllo del regime quando la rivolta finisce nel giro di pochi giorni.

Macerie di edifici distrutti dopo che un drone ha colpito un deposito di armi nel quartier generale di un gruppo di opposizione curdo-iraniano, a Dekala, nel Kurdistan iracheno, 4 marzo 2026 (REUTERS)
I curdi iraniani sono sempre stati limitati, nelle loro rivendicazioni e nella loro insofferenza alle violenze sistematiche del regime iraniano, dalla mancanza di armi e soprattutto dalla mancanza di un vero obiettivo politico. Se anche si ribellassero con la violenza, dopo che cosa farebbero? Non hanno mai chiesto di separarsi dall’Iran, ma di conquistare un grado di autonomia e di riconoscimento, come hanno fatto i curdi iracheni. Il regime iraniano ha sempre ignorato queste richieste.
Oggi le milizie curde iraniane aspettano che i bombardamenti degli aerei israeliani e statunitensi al di là del confine (ma più israeliani, perché nella divisione dei compiti gli aerei israeliani si occupano di bombardare il nord dell’Iran e quindi l’area curda è più di loro pertinenza) indeboliscano le forze di sicurezza del regime. Le bombe stanno distruggendo stazioni di polizia, caserme, centri di comando, basi dell’intelligence e tutte le postazioni dei Guardiani della rivoluzione. Qualcuno dice che l’inizio dell’offensiva delle milizie curde sia imminente, altri dicono che il regime iraniano è ancora troppo forte.
Il regime iraniano ha inviato i Guardiani della rivoluzione, il corpo militare formato da 200mila lealisti che è specializzato nella controinsurrezione, nella regione curda. In particolare c’è un reparto dei Guardiani chiamato Jondollah, che in farsi, la lingua che si parla in Iran, vuol dire I soldati di Dio, che è stato creato per contrastare le rivolte dei curdi.
I Guardiani hanno preso il posto delle guardie di frontiera, in modo da mantenere il controllo del confine, e – dicono fonti locali – hanno trasformato alcuni ospedali nelle loro basi, per non essere bombardati. Inoltre il regime ha cominciato a bombardare le postazioni delle milizie e le basi americane in Iraq, con una serie di attacchi preventivi, come li ha definiti, per fermare l’offensiva. Ha anche minacciato i leader del Kurdistan iracheno, dicendo che per adesso bombarda soltanto le milizie curde iraniane ma che presto potrebbe bombardare le città curde in Iraq se continueranno a dare appoggio e ospitalità alle milizie.

I danni al muro di un edificio colpito da un drone ad Ankawa, a nord ovest di Erbil, nel Kurdistan iracheno, 5 marzo 2026 (Ismael Adnan/dpa/ansa)
Anche le milizie sciite filo iraniane, al servizio del regime dell’Iran, partecipano a questi bombardamenti contro i curdi. Oggi un’esplosione ha interrotto la produzione di petrolio dal giacimento petrolifero di Duhok, nel Kurdistan iracheno.
Sul numero e sulla forza delle milizie curde ci sono informazioni contrastanti. C’è il Pjak, sigla di un nucleo combattivo di miliziani che combatte contro il regime da anni ed è affiliato al Pkk, il Partito dei lavoratori curdi (un movimento politico militare ispirato a nazionalismo curdo e marxismo leninismo). Ma è formato da pochi uomini e donne, che per quanto veterani della guerriglia non sono in grado da soli di montare un’offensiva temibile.
Ci sono altri partiti d’opposizione di curdi iraniani, ciascuno con un’ala militare, che potrebbero unirsi alla guerra. Ma la loro posizione non è ancora chiara. Forse perché stanno ancora negoziando con l’amministrazione statunitense di Donald Trump, forse perché la situazione è confusa e non vogliono trovarsi a combattere un regime iraniano ancora saldo e reso ancora più feroce dall’attacco combinato di Israele e Stati Uniti.
Domenica il presidente americano Donald Trump ha telefonato ai due leader più importanti del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani e Bafel Talabani, per chiedere loro di appoggiare le milizie curde iraniane in due modi. Il primo è che non dovrebbero opporsi al grande va e vieni dall’Iran che dovrebbe cominciare in caso di offensiva. Il secondo sarebbe permettere alle milizie di usare il Kurdistan iracheno come una retrovia sicura. Trump garantisce la difesa contro gli attacchi da parte dell’Iran e l’appoggio dei bombardieri statunitensi per le milizie.
Il fatto che escano molte informazioni fa pensare che sia una scelta deliberata, per aumentare la pressione sul regime iraniano, nota un’analisi di Amwaj Media, una testata indipendente, che definisce quest’operazione «un gioco d’azzardo della Cia» e si può leggere qui.
Sui negoziati in corso tra Stati Uniti e curdi pesa il recente voltafaccia americano in Siria. A partire dal 2015, gli Stati Uniti appoggiarono con gli aerei e l’intelligence la lotta dei curdi siriani contro lo Stato islamico. Per quattro anni i curdi combatterono una guerra dura contro un nemico fanatico che non voleva arrendersi. Dopo la vittoria nel 2019, i curdi siriani hanno trasformato la grande regione siriana che avevano liberato in un’area autonoma e facevano affidamento sulla protezione degli Stati Uniti, considerati come il garante di fatto del nuovo Kurdistan siriano.
Quando questo gennaio il governo centrale della Siria ha deciso di riprendersi l’area controllata dai curdi per riunificare il paese, l’amministrazione americana ha dichiarato che ormai il ruolo dei curdi era «scaduto» e non li ha protetti. Questo succedeva due mesi fa. Oggi i curdi in Iraq e in Iran temono che sul medio termine anche loro potrebbero essere abbandonati, se cambiassero le circostanze sul campo.
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