Non è normale che il ministro Crosetto viaggi da anni senza scorta
Dice lui stesso che da tre anni non la usa quando si muove per questioni private, ed è un grosso problema
di Valerio Valentini

L’11 gennaio del 2024 il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendo in Senato sul corretto rapporto che deve esserci tra tutela e tutelato, cioè tra gli agenti della scorta e il rappresentante del governo scortato, diceva questo: «Quando si è oggetto di tutela, bisogna rispettare le regole della tutela. Chi comanda la vita del tutelato è il responsabile della scorta. Fa una vita monacale, come la faccio io, ma deve farla perché questo è il suo impegno». Mercoledì, in un’intervista al Corriere della Sera, per giustificare il suo lungo viaggio a Dubai fatto senza una scorta al seguito, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto: «Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai».
Tra la raccomandazione di Nordio e l’atteggiamento adottato e rivendicato da Crosetto c’è una grande distanza, che fa capire l’anomalia delle prassi seguite dal ministro della Difesa. Crosetto ha confermato al Post che da tre anni segue questa prassi e che non ci trova nulla di sbagliato, che anzi preferisce talvolta sfruttare viaggi privati per fare anche incontri istituzionali, e non utilizzare questi ultimi per giustificare periodi di ferie all’estero. Mercoledì è stato chiesto al sottosegretario Alfredo Mantovano, responsabile politico per i servizi segreti nel governo, se sia consentito ai ministri andare all’estero senza scorta: Mantovano non ha voluto rispondere.
Crosetto dice che viaggiare a Dubai senza scorta per circa una settimana è stato anzitutto un modo per non pesare sulle casse dello Stato: una scorta ovviamente costa, nel senso che agli agenti vanno pagati viaggio, vitto e alloggio.
In realtà, però, al di là del marginale risparmio per il bilancio pubblico, andare all’estero per lunghi periodi, e ripetutamente, senza alcuna scorta, è una decisione estremamente discutibile, contraria alle prassi consolidate e senza precedenti noti. Espone infatti il ministro della Difesa, una delle persone che hanno maggiori e più delicate responsabilità per la Repubblica, a potenziali rischi che potrebbero mettere a repentaglio non solo la sua incolumità, ma anche la sicurezza della nazione.
– Leggi anche: La versione di Crosetto sul suo viaggio a Dubai non sta in piedi
Un ministro della Difesa gestisce dossier di enorme importanza. Anche quando viaggia all’estero, e anche per faccende private, porta con sé dispositivi e documenti che contengono informazioni riservate, talvolta segrete. Ci sono procedure ben codificate che si seguono per evitare il rischio di furti di dati o di materiale, e ogni ministro dovrebbe attenervisi. Ma è chiaro che andare in giro per il mondo senza una scorta aumenta le possibili complicazioni.
La scorta aiuta inoltre anche a occuparsi delle questioni logistiche, a tenere alla larga eventuali disturbatori, ad assicurarsi che i luoghi frequentati dal ministro siano sicuri. Sembrano precauzioni eccessive, a prima vista. Ma servono anche a fare in modo che il ministro possa muoversi in tranquillità, ed eventualmente rispondere con prontezza e lucidità a possibili emergenze. Per un ministro della Difesa certe incombenze, più o meno gravi e più o meno urgenti, sono all’ordine del giorno. Tanto più che Crosetto sostiene di avere avuto in quei giorni a Dubai anche incontri istituzionali di alto livello con le massime cariche emiratine: che un ministro ci vada senza scorta, e senza qualcuno che possa garantire la sua sicurezza rispetto a eventuali contrattempi, o incidenti, è quantomeno irrituale.
Per tutti questi motivi, per il funzionamento della scorta c’è una procedura ben codificata, sulla base di una legge del 2002, poi corredata da aggiornamenti e disposizioni accessorie, e che varia a seconda del livello di scorta – si va da 1, massimo livello, a 4, il minimo – e delle procedure concordate con gli apparati di sicurezza deputati alla tutela del singolo ministro, oltre che con i servizi di intelligence. Sulla base delle informazioni che è possibile riferire, per un ministro della Difesa come Crosetto è prevista la presenza costante di almeno due agenti (nel caso di Crosetto si tratta di Carabinieri) e di un’auto blindata di scorta, ma il dispositivo può variare a seconda delle circostanze.
Quando un ministro va all’estero per motivi personali, o quando comunque non è impegnato in attività istituzionali, può chiedere un alleggerimento della scorta. E infatti spesso succede così: la scorta viene ridimensionata in queste circostanze, spesso a un solo agente. Ma mai, tanto più in modo strutturale e per periodi prolungati, succede che venga del tutto rimossa, come è successo con Crosetto.
Il ministro in questione deve concordare la riduzione del dispositivo col responsabile del servizio di quel corpo – per il ministero della Difesa è il comandante del cosiddetto Nucleo scorte dei Carabinieri, un reparto specializzato – il quale a sua volta riferisce ai suoi superiori, lungo una catena di comando che in teoria arriva poi fino al ministero dell’Interno, dove è insediato l’UCIS, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale.
Questo, almeno, in teoria. Nella pratica però tutto è molto più rigido di così. E non vale solo per Crosetto. Da sempre i ministri, di vari governi, manifestano una certa riottosità a sottostare a queste procedure, essenzialmente per motivi di libertà personale. La scorta assicura protezione, ma toglie anche autonomia di azione, da tanti punti di vista. Gli aneddoti in questo senso sono tantissimi. L’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, della Lega, discreto alpinista, aveva l’abitudine di fare escursioni talvolta pericolose, anche sui ghiacciai delle Dolomiti: e siccome i suoi agenti di scorta faticavano non poco a seguirlo, lo attendevano direttamente al rifugio, concedendogli qualche ora di solitudine.

Giorgia Meloni presiede una riunione a Palazzo Chigi sulla guerra in Iran, il 28 febbraio 2026, con Crosetto collegato al telefono da Dubai (FILIPPO ATTILI/ANSA)
Lo stesso Nordio, nel ribadire quale dovrebbe essere la norma, nel suo intervento al Senato del gennaio del 2024 fece una chiosa maliziosa: «Vorrei però che molti, anche rappresentanti di governi precedenti e anche ex ministri della Giustizia, affermassero sul loro onore, mi basterebbe questo, che non hanno mai contravvenuto alla regola della tutela, che non sono mai scappati, come si dice, dalla scorta, seminandola. Io temo che questo sia accaduto nel passato». Era un’allusione perfida a un suo predecessore, Andrea Orlando del PD, sul quale aleggiano racconti un po’ divertiti, e un po’ goliardici, rispetto alla sua tendenza a ritagliarsi momenti di libertà eludendo il controllo della scorta. Racconti mai confermati ufficialmente da Orlando.
In ogni caso, com’è evidente, si tratta di episodi estemporanei, di infrazioni alle norme che durano al massimo lo spazio di una serata, di una cena, di un’escursione. Per Crosetto, per sua stessa ammissione, si tratta di un’abitudine: da tre anni, anche quando si assenta dall’Italia per vari giorni, lui viaggia senza scorta. Questo nonostante nel marzo del 2023, cioè in un periodo ricompreso in questi tre anni, lui si fosse convinto di essere oggetto di una minaccia serissima: e cioè che il gruppo di mercenari russo chiamato Wagner (da qualche tempo ha cambiato nome) avesse posto una taglia di 15 milioni di dollari sulla sua testa. Era persuaso di essere tra gli obiettivi di una milizia spietata, ma andava all’estero senza scorta.
È insomma una cosa del tutto anomala. Inevitabilmente legittima i sospetti anche più infondati, che vanno al di là della comprensibile ricerca di privacy o del virtuoso scrupolo di non far spendere soldi allo Stato: perché vuole andare da solo? Perché non comunica alle strutture di sicurezza e ai servizi di intelligence i suoi spostamenti? Deve fare qualcosa che non vuole che si sappia? Crosetto ha detto che a Dubai non ha affari personali da curare. Ma il fatto che si muova in questo modo insolito dà adito alle speculazioni di chi vuole mettere in giro voci malevole sul suo conto e su quello del suo ministero.
Inoltre, l’atteggiamento di Crosetto rivela anche una certa incoerenza per il governo nel suo complesso. Nel settembre del 2025, quando il ministero dell’Interno decise di rafforzare la scorta per i vice presidenti del Consiglio Antonio Tajani e Matteo Salvini a seguito dell’omicidio di Charlie Kirk, vari esponenti della maggioranza, e lo stesso Tajani, denunciarono un brutto clima, lamentarono l’esistenza di minacce crescenti. Ma un governo che ostenta queste preoccupazioni, e che prende decisioni così importanti in virtù di una percezione di aumentato pericolo per la sicurezza dei propri membri, può poi consentire che un ministro della Difesa vada serenamente in giro all’estero senza una scorta per anni?
Del resto, da sempre i rapporti dei politici con le proprie scorte sono accompagnati da diffidenze, paure, spesso paranoie. Giorgia Meloni, per esempio, finché ha potuto ha rifiutato di essere scortata. Poi, diventata presidente del Consiglio, quando non ha potuto più sottrarsi, ha fatto in modo che a guidare la squadra degli agenti a sua tutela fosse il marito della sua storica segretaria, Patrizia Scurti, generando non pochi pettegolezzi.

Mario Draghi, allora presidente della Banca centrale europea, a Roma nel maggio del 2013, accompagnato dalla sua scorta (ETTORE FERRARI/ANSA)
Il suo predecessore Mario Draghi, quando si vide assegnare una scorta gestita dalla Polizia, chiese e ottenne che fossero invece i Carabinieri a occuparsene, gli stessi che lo seguivano fin dai tempi in cui era governatore di Banca d’Italia prima, e presidente della Banca centrale europea poi. La cosa non fu ben accetta dalla Polizia, che tradizionalmente si occupa della protezione dei presidenti del Consiglio: per cui fu trovato un compromesso in base al quale ci sarebbe stata una collaborazione in alcune operazioni, e venne comunque garantito che la sicurezza di Palazzo Chigi (la sede del governo) restasse, come da prassi, responsabilità dei poliziotti.
– Leggi anche: Come funziona la sicurezza a Palazzo Chigi
La ragione per cui c’è tutta questa apprensione è legata sostanzialmente alla ricerca di riservatezza. I leader politici vogliono avere la certezza che certi loro spostamenti, certe loro attività, non diventino pubbliche, né – in casi estremi – possano essere utilizzate per costruire dossieraggi vari. Se un politico incontra un imprenditore, un banchiere, il capo di un partito avverso, ma anche se va a trovare un amico o un fidanzato o un amante di cui non vuole si sappia l’identità, o se accompagna un suo famigliare a fare dei controlli medici su cui non vuole che ci sia attenzione pubblica… insomma, per tutte le cose su cui è desiderabile e anche legittima un po’ di riservatezza, è bene che non ci siano testimoni di cui non abbia massima fiducia.
Questo spiega anche perché spesso, quando trovano agenti di scorta con cui instaurano un rapporto solido, i politici tendono a mantenerli con sé finché possono. Non vale solo per Draghi. Matteo Renzi ha ancora agenti che lo proteggevano quando era presidente del Consiglio; Salvini ha mantenuto gli stessi poliziotti di quando era ministro dell’Interno. E lo stesso avrebbe voluto fare Giancarlo Giorgetti, pure lui in grande sintonia con gli agenti di Polizia che lo scortavano da anni: sennonché, diventato ministro dell’Economia, gli è parso più opportuno affidarsi ad agenti della Guardia di Finanza, di cui proprio lui, come ministro, è responsabile.
C’è insomma una qualche discrezionalità, almeno entro certi limiti, che prescinde dal rispetto rigoroso di norme e prassi. E non a caso in più occasioni si è cercato di disciplinare meglio le procedure. Durante il secondo governo di Giuseppe Conte un giorno si tenne a Palazzo Chigi una riunione proprio su questo tema. Uno dei dirigenti degli apparati d’intelligence, per sostenere la necessità di regole più rigorose, raccontò un aneddoto. Parlò di un uomo condannato per mafia, poi diventato collaboratore di giustizia e al quale era stata dunque affidata una scorta, che s’era lamentato perché a suo avviso la sua scorta funzionava male, e lui quindi non si sentiva sicuro. «Ma è così che funziona per tutti, può stare tranquillo», gli aveva detto un funzionario dei servizi segreti. E lui subito aveva risposto: «Senta, io so come si fa…».



