Perché per spiegare il presente usiamo il passato?

«L’analogia è uno strumento utile per decidere in tempi brevi. Il nostro cervello si è evoluto quando l’ambiente attorno a noi era molto più ostile e la competizione fra gruppi potenzialmente fatale. E vuole andare per le spicce»

Un cartello di Trump come Hitler durante una manifestazione a Barcellona, Spagna. (David Ramos/Getty Images)
Un cartello di Trump come Hitler durante una manifestazione a Barcellona, Spagna. (David Ramos/Getty Images)
Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi
Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi

Gilberto Corbellini insegna storia della medicina e bioetica all'Università di Roma La Sapienza. Alberto Mingardi storia del pensiero politico all’Università IULM di MIlano e dirige l’Istituto Bruno Leoni.

  • Gaza è Auschwitz, anche se non ci sono forni crematori
  • Donald Trump (e non solo lui, ovviamente) è un “fascista”, anche se non ha fatto la marcia su Roma o su Washington, non aveva un re di cui cercare la complicità e non ha creato un regime a partito unico.
  • L’intelligenza artificiale è la “nuova rivoluzione industriale”, anche se non siamo nel Settecento.
  • L’immigrazione è un’invasione, anche se nessun esercito è impegnato in manovre ai nostri confini.
  • Infine, se un video viene rimosso da un social network, «è l’Inquisizione».

Perché per orientarci nel presente cerchiamo somiglianze nel passato?

Le opinioni appena elencate sono esempi di “pensiero analogico” perché le analogie più immediate e che fanno più presa attingono al repertorio della storia. «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo». La citazione è di George Santayana, filosofo e poeta oggi pressoché dimenticato. Il contesto è interessante: Santayana, che scrive nel 1905, parla del modo in cui il rapporto con la memoria cambia nel corso della vita di un individuo. L’idea non è che gli eventi si ripresentino uguali a sé stessi, ma che, senza la sedimentazione dell’esperienza, ciascuno di noi tende a ricadere in errori ricorrenti.

Anche questo ha a che fare con l’analogia. Si tratta di un meccanismo cognitivo fondamentale, attraverso il quale proviamo a prendere le misure della realtà che ci circonda. I bambini imparano, appunto, collegando ciò che vedono a ciò che è già noto. Questo porta a generalizzazioni che, per quanto imperfette, funzionano abbastanza bene nella vita di tutti i giorni. Se ho mangiato un certo numero di yogurt nella vita, so cosa aspettarmi quando lo trovo al buffet della colazione in albergo. Per Jean Piaget, psicologo un tempo citato ovunque e oggi un po’ dimenticato anche lui, il pensiero analogico è una forma necessaria ma transitoria dell’intelligenza: guida la scoperta nei primi stadi dello sviluppo cognitivo e nelle culture pre-scientifiche, ma deve essere superato da strutture logiche e sperimentali, perché possa esserci conoscenza scientifica.

Il problema scatta, infatti, quando passiamo dal vissuto individuale alla realtà sociale o politica. Si finisce per attribuire uno statuto di necessità a ciò che è contingente. Per renderci capaci di vivere e agire, il nostro cervello tende a catalogare e semplificare.

Il successo della storia come termine di paragone nel dibattito pubblico si spiega anche in virtù di alcuni bias. Vale la pena ricordarne almeno due: il bias di somiglianza e quello di conferma.

Il primo è la distorsione per cui tendiamo a considerare più competenti le persone (o le situazioni) che consideriamo affini – e, ovviamente, a considerarle negativamente nel caso non ci somiglino. È per questo che ogni manifestazione organizzata da movimenti o forze politiche che apprezziamo diventa una nuova marcia dei diritti civili. Ogni raduno sgradito, invece, è l’adunata di Norimberga.

Il bias di conferma è, invece, quello per cui tendiamo a cercare, selezionare, interpretare e ricordare le informazioni che confermano le convinzioni che abbiamo già. È più probabile, insomma, che ricordiamo le (orrende) dichiarazioni di Donald Trump sugli immigrati somali che l’ampia operazione di aiuti organizzata dalla Casa Bianca per Giamaica, Haiti, Cuba e le Bahamas dopo l’uragano Melissa.

I bias cognitivi non sono “difetti” che riguardano soltanto, o in particolare modo, le persone poco informate o poco istruite. Una persona coltissima può esserne vittima quotidianamente. Sotto alcuni aspetti, è persino più probabile che ne sia vittima: più una nostra opinione è radicata, più tenderemo a trovarne conferma. Lo psicologo cognitivo Keith Stanovich ha studiato empiricamente il fenomeno delle persone molto intelligenti che dicono e fanno cose stupide, coniugando il termine dysrationalia: se apprezziamo la libera concorrenza e il mercato, innanzi a un problema ci parranno subito chiare le colpe della burocrazia; se, al contrario, siamo sospettosi dei privato, individueremo subito gli effetti nefasti della ricerca del profitto.

Quando si parla di politica il bias di conferma e il bias di somiglianza si nutrono di quello che siamo convinti di sapere della storia. Il fatto è che a livello individuale l’analogia è uno strumento utile per decidere in tempi brevi. Il nostro cervello, che si è evoluto quando l’ambiente attorno a noi era molto più ostile e la competizione fra gruppi potenzialmente fatale, vuole andare per le spicce.

La storia, al contrario, come disciplina accademica, richiede decantazione e riflessione. Esiste un ricco dibattito critico sull’uso politico della storia che risale a Tucidide, Polibio, Livio e Tacito. Già i grandi storici dell’antichità sapevano che la storia non esamina regolarità naturali e che, inevitabilmente, ricostruiamo il passato in vista del presente. Ma il passato assomiglia davvero a un paese straniero: nel senso che non tutto ciò che è esistito ci è istintivamente familiare ed è sbagliato pensare di poter cogliere subito le motivazioni del comportamento di chi è venuto prima di noi.

Di fronte alla storia c’è sempre da fare un esercizio di traduzione che può rivelarsi straordinariamente interessante, ma anche ingannevole. Un grande storico come Marc Bloch riteneva che il difetto principale dello storico fosse l’anacronismo: cioè finire per giudicare, per esempio, la condizione della donna o dei bambini in epoca premoderna, utilizzando il metro di ciò che è oggi eticamente accettabile per noi.

Il problema è antico, ma è stato amplificato da una società come la nostra, in cui tutti sanno leggere e scrivere, sono andati a scuola e individuano, pertanto, nella storia una sorta di vocabolario condiviso. Non solo i riferimenti storici abbondano nei discorsi degli uomini politici, ma i fatti storici abitano la letteratura e il cinema e, dunque, il nostro immaginario.

Così qualunque crisi finanziaria diventa “il 1929”, qualunque pandemia “la Spagnola”, qualunque conflitto armato in Europa “l’alba della Prima guerra mondiale” e chi aiuta un malato a morire, in alcuni luoghi commettendo un reato, viene sempre paragonato a Mengele…

La storia non è un archivio di cause che producono sempre gli stessi effetti, né un manuale di previsione. È una ricostruzione selettiva, interpretativa, dipendente da fonti, categorie e prospettive. Non dice la verità nel senso forte del termine. Fornisce narrazioni plausibili, fondate, controllabili, ma sempre parziali. E ancora più fragile è il passaggio dalla ricostruzione dei fatti alla loro spiegazione. Quando entrano in gioco scelte umane, decisioni negoziate, contingenze istituzionali e culturali, le spiegazioni si muovono in un dominio di complessità che non consente chiusure deterministiche e facili similitudini. La stessa ascesa dei fascismi storici non è spiegabile da una sola causa, bensì da una costellazione di fattori economici, psicologici, geopolitici e culturali, difficilmente replicabili.

Chiunque studi la storia professionalmente lo sa bene e, come regola, dovrebbe guardarsi dal “presentismo”. Invece a volte anche gli storici, quando si trovano davanti a una telecamera, a un giornalista o vogliono ispirare un politico, faticano a non ricorrere a un uso retorico del ragionamento analogico, basandolo sulle proprie competenze. Si comportano, cioè, come persone di cultura comune, con il vantaggio di risultare più convincenti.

Chiamare fascismo ciò che non lo è consente di evitare l’analisi delle specificità del presente e delle sue complessità, ma è un riduzionismo che produce più rumore che comprensione, rassicura il militante, ma rallenta qualsiasi forma di riflessione che si vorrebbe costruttiva, perché sostituisce la spiegazione con l’allusione.

Inoltre la facilità con cui nel presente vediamo il passato porta spesso a scimmiottarlo: a fare gesti eclatanti, a vestirsi in un modo anziché in un altro, a usare parole o slogan che consolidano la nostra propensione al pensiero analogico, in un circolo vizioso che non ci prova nemmeno più ad andare a fondo nell’analisi dei fenomeni.

Idealmente, ciascuno di noi dovrebbe provare a tenere sotto controllo i propri bias. Sappiamo di averli, come sappiamo di avere due occhi, un naso e una bocca. Ma grazie alla ragione possiamo provare a mettere in discussione le soluzioni e le affermazioni che ci sembrano più “scontate”, proprio quando quadrano perfettamente: quando non abbiamo sorprese. Se ci sembra “naturale” che le cose vadano in quel modo e non in un altro, se l’azione di un leader o l’evolversi dei fatti politici segue esattamente la traiettoria che avremmo immaginato, è il momento di fermarsi e di sospendere il giudizio. È il momento di fermarci a ragionare su come sottoporre a un vaglio critico il nostro stesso pensiero. Questa incapacità di controllare l’impulsività secondo Stanovich, che basa la sua idea su un centinaio di esperimenti di psicologia cognitiva decisionale, sarebbe alla base della “disrazionalità”.

La scienza ha successo perché è un metodo per l’esame di ipotesi alternative, ma anche tra gli scienziati c’è competizione e non ce n’è uno che si senta contento quando sbaglia o quando un collega avanza un’ipotesi migliore. Ma il fatto che questa competizione si svolga nell’arena specifica della scienza, che ha regole d’ingaggio precise, la rende più accettabile.

Al bar, la mattina, quando prendiamo il caffè, o a pranzo in famiglia, o in un talk show, sospendere il giudizio e mettersi in discussione è più difficile. A nessuno piace riconoscere di avere torto e nemmeno di non avere del tutto ragione. E se pure sappiamo che un conto è avere ragione e tutt’altro farsela dare, è la seconda cosa che ci interessa. Per questo la storia può essere usata come un’arma retorica, quella con cui dare l’affondo decisivo in una disputa, forti della magia del pensiero analogico. Per questo non smetteremo mai di usarla. Il ragionamento analogico, spiegava lo psicologo Jean Piaget, non se ne va mai a causa dell’inerzia strutturale del pensiero umano. Ma sarebbe opportuno poterlo riconoscere e insegnare alle scuole superiori un po’ di economia comportamentale e di psicologia cognitiva, per capire cosa sono e come funzionano i nostri bias.

Per prendere sul serio la storia bisognerebbe usarla per esplorare e provare a capire (non necessariamente per giustificare) le ragioni degli altri. Non per segnare un punto a proprio favore, né per incasellare quello che accade in schemi prefissati, per quanto rassicurante possa essere. Per accettare che, soprattutto in politica, non esistono scorciatoie epistemiche: la comprensione resta un’impresa faticosa, aperta, inevitabilmente incompleta. Per riconoscere che tra passato e presente esistono somiglianze, ma soprattutto discontinuità radicali.

– Leggi anche: Il paese a rischio fascismo, di Luca Sofri

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