In Sud Sudan un gruppo di miliziani ha ucciso almeno 169 persone, fra civili e soldati

Domenica una milizia locale ha massacrato gli abitanti di un villaggio nella zona di Abiemnom, nella parte settentrionale del Sud Sudan, e ha combattuto per ore con le forze dell’esercito regolare, intervenute per fermare le violenze: le autorità della provincia di Ruweng, dove c’è stato l’attacco, hanno detto che sono state uccise 169 persone, di cui 90 civili e 79 soldati, e altre 50 sono rimaste ferite. Come conseguenza degli scontri nella zona, la missione dell’ONU in Sud Sudan (UNMISS) ha accolto in una sua base un migliaio di persone.
Il Sud Sudan ha affrontato lunghi periodi di guerra civile sia prima sia dopo la sua indipendenza, nel 2011, e nonostante un accordo di pace firmato nel 2018 le violenze su base etnica, politica o per il controllo delle risorse naturali sono ancora diffuse. La situazione è peggiorata nel 2025, quando il presidente Salva Kiir ha fatto arrestare Riek Machar, il suo vice ed ex rivale nella guerra civile.
L’attacco di domenica è stato compiuto da un gruppo di giovani uomini armati provenienti dal vicino stato dell’Unità. Non è chiaro se fossero affiliati a una formazione militare più ampia o, come suggerito da alcuni funzionari sudsudanesi, facessero parte del cosiddetto Esercito bianco, un insieme informale di milizie organizzate su base locale per difendersi dai gruppi militari più potenti del paese. Altri funzionari locali hanno invece negato il coinvolgimento dell’Esercito bianco e hanno attribuito le violenze all’Esercito di liberazione del popolo del Sudan (conosciuto con l’acronimo SPLA-IO), la principale formazione armata che si oppone al governo del Sud Sudan.


