“Lo chiamavano Jeeg Robot” non lo voleva produrre nessuno

Quando uscì dieci anni fa sembrò potesse cambiare molte cose nel cinema italiano: poi non successe, ma come film è rimasto

di Gabriele Niola

Una foto di scena di Lo chiamavano Jeeg Robot (Ansa)
Una foto di scena di Lo chiamavano Jeeg Robot (Ansa)

Ancora prima che fosse proiettato nei cinema il 25 febbraio del 2016, di Lo chiamavano Jeeg Robot si parlava come di un film senza veri precedenti in Italia. Una storia di superpoteri all’americana, quindi molto commerciale, calata in un contesto molto locale, scritta molto bene e diretta con una sorprendente padronanza del genere. Il successo al cinema sarebbe stato clamoroso, almeno per un film così inusuale, di un esordiente e non comico: 5 milioni di euro, che non furono incassati come capita di solito nelle prime settimane, ma lungo tre mesi, fino alla fine di maggio. L’arrivo di Lo chiamavano Jeeg Robot in quel momento sembrava potesse cambiare una parte del cinema italiano: oggi, dieci anni dopo la sua uscita, si può dire che non è successo, anche se alcune cose effettivamente non sono più state le stesse.

Lo chiamavano Jeeg Robot, che per il suo decimo anniversario torna al cinema per tre giorni dal 2 al 4 marzo, è un film di supereroi, adattato a personaggi, storie e contesti romani. Inizia con un ladruncolo che per nascondersi dalla polizia si tuffa nel Tevere, entra in contatto con delle sostanze tossiche e sviluppa forza e resistenza sovrumane, che inizialmente prova a sfruttare per fare soldi facili con rapine e furtarelli. Ma l’incontro con una ragazza con problemi mentali comincia a cambiarlo. Parallelamente un altro piccolo criminale romano, che aspira a diventare famoso e potente, è nei guai con la camorra e pensa di sfruttare i poteri del protagonista a suo vantaggio.

Un altro film di supereroi italiano in realtà era uscito solo un anno prima, nel 2014: Il ragazzo invisibile, diretto da Gabriele Salvatores. Era una produzione da circa 8 milioni di euro di Indigo, gli stessi che quell’anno avevano vinto l’Oscar per il miglior film straniero con La grande bellezza. Incassò poco meno di quel che avrebbe poi incassato Lo chiamavano Jeeg Robot, ma fu ricevuto molto male dal pubblico più appassionato e a nessuno sembrò annunciare un grande cambiamento.

Lo chiamavano Jeeg Robot invece era costato un milione e settecentomila euro ed era più in linea con il suo genere, con il tono e con il modo di fare film commerciali moderni, sebbene a budget basso. Il regista e co-sceneggiatore, Gabriele Mainetti, aveva cercato i soldi per fare il film per anni. Era stato un attore da ragazzo e poi si era formato come regista anche negli Stati Uniti. Aveva girato diversi corti che spostavano la mitologia dell’animazione giapponese nella realtà urbana romana, sempre con Nicola Guaglianone come sceneggiatore. Tra questi si erano fatti notare prima Basette e poi Tiger Boy, il secondo arrivando nella shortlist per miglior cortometraggio agli Oscar (il passaggio prima della nomination).

Per Lo chiamavano Jeeg Robot, Mainetti ha spesso spiegato che l’idea era «unire due universi narrativi molto distanti tra loro: da un lato gli anime e i manga giapponesi, e dall’altro il cinema italiano, inclusi riferimenti a Pasolini e al neorealismo». L’idea era di rimanere «sempre al limite tra la poesia e la stronzata».

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Inizialmente doveva intitolarsi Lo Chiamavano Daitarn III, poi Guaglianone, Mainetti e il terzo sceneggiatore, Menotti, pensarono che sarebbe suonato meglio con Ufo Robot al posto di Daitarn III, e infine scelsero il riferimento al cartone Jeeg robot d’acciaio. Nonostante la buona accoglienza dei corti di Mainetti, fu molto complicato trovare qualcuno che producesse il film, anche se c’era già un accordo informale con Claudio Santamaria per la parte principale. Erano anni in cui il pubblico italiano rifiutava di vedere i film italiani “di genere”, cioè quelli che non sono commedie o drammatici ma appartengono a generi precisi (western, polizieschi, horror, melodrammi, d’azione, gialli). I produttori dicevano a Mainetti che nessuno voleva vedere un film così in Italia, e provarono a fargli fare altri film.

Mainetti accettò infine di investire una parte cospicua del capitale in prima persona, creando una sua casa di produzione, la Goon Films. Come spesso avviene nel cinema, quando un progetto ha già una parte del finanziamento garantito (in questo caso i fondi della Goon Films) è più semplice trovare qualcuno che accetti di co-produrlo, mettendo un altro po’ di soldi. Lo fece Rai Cinema, che Mainetti ha sempre detto essere stata l’unica ad aver capito il film, e poi trovarono in Lucky Red il distributore, cioè il soggetto che avrebbe investito nel film per promuoverlo e portarlo nelle sale.

Claudio Santamaria, entusiasta fin dall’inizio del progetto, ingrassò di 20 kg per il ruolo e per la parte femminile, invece di cercare un’attrice professionista, scelsero Ilenia Pastorelli. Fu Nicola Guaglianone a proporla dopo averla vista in televisione come concorrente al Grande Fratello. Pastorelli ricevette così parte della sceneggiatura, solo le sue scene, e non capì bene di cosa si trattasse (anche perché il suo personaggio vive in un mondo suo e quel che dice è dissociato da ciò che accade). Fece un provino disastroso: tra le molte cose le chiesero di fare una delle scene piangendo e non essendo un’attrice non ci riuscì. Infastidita se ne andò. Tornata a casa, ha raccontato in diverse interviste, si pentì e fu rimproverata dalla madre, perché avevano bisogno di quei soldi. Dopo un mese fu ricontattata, perché non avevano trovato alternative, e fece un provino migliore, impegnandosi di più e anche piangendo a comando. Ha sempre detto di esserci riuscita «pensando a Equitalia».

Tra tutti i personaggi del film quello rimasto più nell’immaginario collettivo è stato però “lo Zingaro”, l’antagonista, interpretato da Luca Marinelli. Come poi è successo spesso nei film di Guaglianone o di Mainetti, anche in Lo chiamavano Jeeg Robot il “cattivo” del film ha un problema più grande di quello del protagonista, e questo lo rende molto umano, oltre a portare il pubblico dalla sua parte. In questo caso è perseguitato dalla camorra per un carico che le ha rubato. Marinelli lavorava ad alti livelli nel cinema italiano già da qualche anno, aveva avuto una parte molto piccola in La grande bellezza ed era stato co-protagonista di La solitudine dei numeri primi e Tutti i santi giorni. Fu però quel ruolo di un cattivo folle, appassionato di dive del pop italiano anni ’70, a renderlo veramente noto.

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Inizialmente il personaggio doveva essere fissato con Renato Zero e cantare le sue canzoni. Zero però non concesse i diritti. Guaglianone penso così di dare un’altra sfumatura al personaggio, inventando la passione per le cantanti italiane degli anni ’80. Fin dai provini fu Marinelli a dare grande personalità al personaggio, ispirandosi al Joker interpretato da Heath Ledger in Il cavaliere oscuro.

Ai David di Donatello di quell’anno Lo chiamavano Jeeg Robot vinse sette premi, quasi tutti quelli principali. Sono premi votati dalle stesse persone che fanno i film, circa 2.000 persone che includono chi ha già vinto o è stato candidato in ogni categoria. Il segnale che danno quindi è di cosa il cinema italiano vuole premiare, cosa ritiene valevole in quel momento. Prima che uscisse, sia il festival di Venezia sia quello di Torino lo rifiutarono, perché non gli era piaciuto.

Negli anni successivi ci furono molti tentativi di imitare Lo chiamavano Jeeg Robot: film più commerciali, con spunti o premesse che ammiccavano ai film americani ma che in definitiva erano poi molto simili ai film che si facevano prima. Mainetti non fece un sequel come in molti si aspettavano, e impiegò 5 anni a fare un nuovo film, Freaks Out, ancora più grande e ambizioso, un’epica di guerra e soprannaturale, che uscì quando ancora nei cinema c’era il distanziamento sociale con un modesto incasso. La Mostra di Venezia, dopo aver rifiutato Lo chiamavano Jeeg Robot, prese Freaks Out in concorso, il posizionamento più importante.

Nel complesso non ci fu il cambiamento auspicato, cioè la creazione di una fascia di film commerciali e spettacolari di buon incasso e vicini al gusto contemporaneo, anche perché chi ha provato a seguire quella strada non è stato premiato dal pubblico. Film per bambini come La befana vien di notte, commedie con spunti più spettacolari come Sono solo fantasmi o Non ci resta che il crimine, o altri come I peggiori e Gli uomini d’oro, hanno dimostrato di nuovo che questo genere non incassa bene, portando i produttori che avevano preso un po’ di coraggio a desistere.

Il cambiamento semmai c’è stato a livello tecnico. Da dopo Lo chiamavano Jeeg Robot la tradizionale ritrosia del cinema italiano verso l’uso del digitale, degli effetti visivi e di soluzioni più moderne per le proprie storie è stato sdoganato. Prima gli stessi professionisti della postproduzione raccontavano spesso di faticare a far bene il proprio lavoro perché le loro esigenze erano poco considerate dalle produzioni: oggi invece tecnicamente il cinema italiano è al livello di quello internazionale.