In Giappone a volte «è più facile evaporare»

Cioè lasciare per scelta casa o lavoro e sparire nel nulla, piuttosto che affrontare un'umiliazione: è un fenomeno dibattuto e poco noto

Persone attraversano a piedi un incrocio di Tokyo (Kiyoshi Ota/Bloomberg via Getty)
Persone attraversano a piedi un incrocio di Tokyo (Kiyoshi Ota/Bloomberg via Getty)

Ogni anno ci sono persone che abbandonano per scelta il proprio lavoro o la propria famiglia senza lasciare traccia, per cercare di liberarsi da situazioni insostenibili e cominciare una nuova vita. Può capitare ovunque, ma in Giappone ha un nome: jōhatsu, letteralmente “evaporazione”. Anche se ci sono libri, documentari e podcast che ne parlano, è un fenomeno poco conosciuto, e forse anche meno esteso di come viene raccontato a volte: ma lì esistono persino attività che aiutano le persone a sparire nel nulla, a volte anche per sempre.

Sono servizi specializzati che organizzano in maniera discreta tutto il necessario per permettere a chi lo desidera di rendersi irrintracciabile, mettendo a disposizione posti dove andare a stare e in qualche caso trovando lavori in nero. Di recente la titolare di una di queste agenzie di Tokyo ha raccontato al quotidiano Asahi Shimbun che in oltre vent’anni ha gestito circa 2.500 casi e che riceve da 10 a 20 richieste di informazioni ogni giorno: tra tutte, dice, quelle che si trasformano in “evaporazioni” effettive sono circa 120 all’anno.

In sostanza, spiega la titolare in forma anonima, gli addetti si presentano a casa della persona che vuole cambiare vita senza dare nell’occhio, e prelevano per conto suo quello che vuole portare con sé. Anche se il servizio viene chiamato yonige-ya, qualcosa come “servizio di trasloco notturno”, di solito lavorano di giorno, quando le persone non sono in casa. Far sparire le persone di solito costa tra le poche centinaia e qualche migliaio di euro (per restare nell’area metropolitana di Tokyo tra i 300 e i 1.100, dice): alcuni chiedono che l’agenzia avvisi la polizia, per evitare di essere segnalati come scomparsi, mentre altri cercano consigli su come non essere scoperti.

La stessa titolare di questa agenzia aveva cominciato a occuparsene 23 anni fa, dopo che se n’era andata di casa per sfuggire alle violenze dell’ex marito: l’80 per cento delle sue clienti sono donne che subiscono violenze domestiche, abusi psicologici o stalking, dice, ma poi c’è chi è stato licenziato, soffre di depressione o fatica a gestire le relazioni, tra le altre cose. Sho Hatori, che aprì un’altra di queste attività durante la crisi finanziaria dei primi anni Novanta, ha detto alla BBC che il loro compito è sostenere le persone nell’iniziare una nuova vita.

Il termine jōhatsu cominciò a essere usato negli anni Sessanta per indicare le persone che, anziché divorziare, se ne andavano di casa sparendo nel nulla: un po’ per evitare lo stigma di una pratica ancora difficile da accettare, e un po’ per saltare le incombenze burocratiche. In seguito si diffuse grazie a un film del 1967 che aveva per protagonista un uomo “evaporato”. In origine i servizi per far sparire le persone invece erano pensati soprattutto per scappare da debitori e usurai: poi hanno cominciato a essere rivolti più ampiamente a chi aveva altri motivi per voler sparire.

Nella società giapponese le aspettative di realizzazione nel lavoro e nella vita personale sono notoriamente molto alte, e un errore, una mancanza o un tradimento possono essere visti come fallimenti e umiliazioni irrimediabili, con il risultato che sparire è visto come un’opportunità sia per evitare giudizi e umiliazioni, sia per risparmiare l’imbarazzo ai familiari. A volte insomma in Giappone «è semplicemente più facile evaporare», ha detto alla BBC il sociologo Hiroki Nakamori, che fa ricerca all’Università di Rikkyo di Tokyo e studia il fenomeno da anni.

È quello che racconta la giornalista francese Léna Mauger in un libro del 2014 che ha fatto conoscere il tema in Occidente. Nel tempo però certe sue ricostruzioni sono state messe in dubbio.

Nel libro Mauger scriveva che le persone “evaporate” in Giappone erano circa 100mila all’anno. In base ai dati diffusi dalla polizia giapponese, però, le persone segnalate come scomparse nel 2014 erano state poco più di 80mila, e quasi tutte erano state ritrovate in poco tempo (per fare un confronto, nel 2025 in Italia ci sono state circa 25mila denunce di persone scomparse, con l’80 per cento dei casi risolti); tra queste ci sono poi quelle che non si trovano perché soffrono di demenza, o perché si sono suicidate (secondo i dati diffusi dal ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponese, nel 2025 in Giappone ci sono stati 15,4 suicidi ogni 100mila abitanti, contro i 6,6 dell’Italia, in base ai dati più recenti dell’Istat, riferiti al 2022).

In più c’è da tenere conto che, quantomeno in Occidente, il fenomeno viene spesso generalizzato e raccontato attraverso gli stereotipi legati alla società giapponese, e pertanto esagerato o spettacolarizzato. Secondo gli esperti, comunque, certi meccanismi rendono oggettivamente difficile rintracciare le persone scomparse in Giappone, e le pressioni legate alle aspettative nella vita e nel lavoro rendono il fenomeno più probabile lì che in altri paesi.

– Leggi anche: Ogni anno in Italia scompaiono migliaia di persone

Intanto la legge sulla protezione dei dati personali giapponese tutela moltissimo le persone, e per questo la polizia non può tracciare i loro spostamenti o quelli delle carte di credito, salvo che per motivi molto gravi, come reati o incidenti. A complicare le cose c’è il fatto che in Giappone non esiste un database centralizzato delle persone scomparse, in più molte famiglie non denunciano la scomparsa e non ne parlano per lo stesso senso di vergogna che porta i loro familiari a volersi rendere irrintracciabili. Per Hiroshi Tahara, che è un poliziotto in pensione e fa parte dell’Associazione giapponese per la ricerca delle persone scomparse, insomma, potrebbero esserci davvero decine di migliaia di persone sparite per scelta e mai ritrovate.

Secondo il sociologo Nakamori, che se ne occupa da anni, in generale non se ne discute perché è un fenomeno sommerso e poco noto. In ogni caso queste sparizioni volontarie lasciano in una specie di limbo sia le persone che scelgono di sparire, sia i loro familiari. Non sapendo esattamente che fine abbiano fatto, amici e parenti si trovano a provare un misto tra speranza e disperazione; chi è andato via invece rischia di provare solitudine, depressione o ancora più sensi di colpa.

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 tutti i giorni dalle 9 alle 24, oppure via WhatsApp dalle 18 alle 21 al 324 0117252.
Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.