Hilary Duff spera che vi ricordiate di lei
Dopo anni, l'adolescente più famosa degli anni Duemila ha pubblicato un nuovo disco puntando sulla nostalgia

Sono passati venticinque anni da quando Hilary Duff diventò popolarissima tra gli adolescenti di tutto il mondo interpretando Lizzie McGuire su Disney Channel, ventitré dal suo esordio discografico, ventuno da quando fu una dei protagonisti di un’apprezzata commedia diretta da Shawn Levy e undici dall’uscita del suo penultimo disco, Breathe In. Breathe Out.
Nel mezzo Duff, che oggi ha 38 anni, ha avuto quattro figli con il suo compagno Matthew Koma, che è anche il produttore del suo ultimo album: Luck… or Something, uscito venerdì. Musicalmente le sue undici canzoni sono molto simili a quelle che la resero celebre anni Duemila. In quel decennio Duff era riuscita a ottenere una certa centralità nella cultura pop, dovuta principalmente al fatto che Disney investì moltissimo su di lei.
La scelse come protagonista di Lizzie McGuire (2001-2004), serie di grande successo che parlava di una 13enne proveniente da una famiglia della classe media col sogno di diventare una popstar; e poi fece in modo di tradurre quella trama in realtà producendo il suo primo disco di canzoni originali, Metamorphosis (2003), grazie al quale Duff diventò una delle teen idol più famose del periodo. Negli anni successivi Disney si sarebbe “costruita in casa” altre popstar utilizzando strategie molto simili, come Miley Cyrus, Selena Gomez e Demi Lovato.
Lydia Wei di Paste Magazine ha scritto che Luck… or Something riprende Metamorphosis in moltissime cose. Anche se contiene alcuni momenti di grande pathos, è soprattutto un disco pop allegro, energico, disimpegnato e dall’intento dichiaratamente nostalgico, composto e scritto per intercettare un pubblico molto preciso: quello dei millennial, generazione che ha un buon ricordo di Lizzie McGuire e delle prime canzoni di successo di Duff, come “Wake Up”.
Per enfatizzare ulteriormente il richiamo a quel periodo, il produttore Koma ha inserito nel disco i campionamenti di alcuni successi degli anni Duemila: “Growing Up” per esempio riprende “Dammit” dei Blink 182.
Secondo Wei le canzoni del disco che funzionano meglio sono quelle in cui Hilary Duff fa Hilary Duff: e quindi quelle «spudoratamente sdolcinate», danzerecce e con ritornelli molto furbi. Ma ce ne sono altre in cui Duff racconta traumi ed esperienze dolorose, come la complicata relazione col padre e la difficoltà di distaccarsi dall’immagine che si era costruita vent’anni fa. E queste canzoni, ha aggiunto Wei, funzionano decisamente meno: un po’ per la loro scrittura ingenua e frettolosa, e un po’ perché Duff «non possiede quel timbro consumato ed esausto» necessario per dare risalto a testi così sofferti.
Olivia Horn di Pitchfork invece la pensa all’opposto. Ha apprezzato soprattutto le canzoni più nichiliste e “adulte” dell’album, e in generale il tentativo di Duff di distaccarsi dalla scrittura disimpegnata e frivola a cui è generalmente associata. «“I’m worried that I’ve felt everything I’ll ever feel” (Ho paura di aver già provato tutto ciò che proverò mai) è forse l’espressione più concisa del terrore di invecchiare che abbia mai sentito», ha scritto riferendosi a un verso della canzone “Tell Me That Won’t Happen”.
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In un’intervista data a Rolling Stone Duff ha detto che, senza accorgersene, negli ultimi anni si è costruita un’immagine da «madre tradizionale». Oggi vive a Los Angeles, e la maggior parte del suo tempo è occupata da mansioni ordinarie come prendersi cura dei suoi quattro figli, dare da mangiare alle galline in cortile e «preparare il pane a lievitazione naturale».
Fino a un paio d’anni fa non aveva intenzione di tornare a fare musica. Ci ha ripensato nel 2025, quando la società discografica Atlantic Records le ha proposto di pubblicare un nuovo disco per sfruttare l’ondata dell’Y2K (abbreviazione di “Years 2000”), neologismo che indica il rinnovato successo dello stile, della moda e dei consumi culturali degli anni Duemila.
È una tendenza che va avanti dal 2020 (soprattutto negli Stati Uniti, molto meno in Italia) e che è stata aiutata soprattutto da popstar che hanno riproposto l’estetica del periodo in una chiave più contemporanea, come Dua Lipa, Charli XCX, Olivia Rodrigo e Doja Cat.
Vista l’enorme popolarità che aveva in quel decennio, Duff era il profilo ideale su cui puntare per questa operazione di recupero nostalgico. Nell’aprile dell’anno scorso la notizia del suo accordo con Atlantic aveva generato un certo entusiasmo tra i fan, e alcune sue canzoni avevano ricominciato a circolare sui social. A giugno comincerà il tour promozionale del disco, con una decina di concerti tra Nord America e Australia.
Per Duff potrebbe essere un’occasione per dare un nuovo slancio alla sua carriera, dopo un periodo di pausa in cui ha fatto parlare poco di sé non solo come cantante, ma anche come attrice.
Non recita al cinema dal 2019, quando interpretò Sharon Tate in un film dedicato agli omicidi di Cielo Drive. Fu stroncato dalla critica e uscì poco prima di un film dedicato allo stesso argomento, ma realizzato con ben altre risorse (più di 90 milioni di dollari), diretto da uno dei registi più famosi al mondo e con un cast che includeva tra gli altri Leonardo DiCaprio e Brad Pitt: C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino, il più atteso di quell’anno.
L’ultimo progetto in cui Duff è stata coinvolta è How I Met Your Father, sfortunato spin off di una sitcom di enorme successo: ottenne pochi riscontri di pubblico e pessime recensioni, e fu cancellato dopo due stagioni.
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