Alla Berlinale c’è una polemica sulla neutralità su Gaza

Più di 80 artisti hanno firmato una lettera criticando le mancate prese di posizione del festival del cinema di Berlino

La direttrice della Berlinale, Tricia Tuttle, ha risposto a una lettera aperta firmata da alcuni personaggi dello spettacolo che avevano protestato contro il mancato schieramento per Gaza del festival (Fabian Sommer/Ansa)
La direttrice della Berlinale, Tricia Tuttle, ha risposto a una lettera aperta firmata da alcuni personaggi dello spettacolo che avevano protestato contro il mancato schieramento per Gaza del festival (Fabian Sommer/Ansa)
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La direttrice della Berlinale Tricia Tuttle ha tentato di placare le polemiche che si sono sviluppate intorno all’edizione di quest’anno del festival di cinema tedesco, rispondendo alle accuse di neutralità rispetto alla guerra nella Striscia di Gaza. Ha riconosciuto «la profondità della rabbia e della frustrazione» e «un bisogno di esprimersi e di essere ascoltati» in chi ha criticato il festival. Ma si è lamentata anche della «disinformazione» e delle «accuse infondate alla Berlinale», che è il terzo festival di cinema più importante d’Europa dopo Cannes e Venezia.

Tuttle è intervenuta dopo che più di 80 tra attori e registi, tra cui Javier Bardem, Tilda Swinton e Mark Ruffalo, avevano firmato una lettera aperta indirizzata alla Berlinale in cui dicevano di essere in disaccordo con la linea neutrale mantenuta dal festival su Gaza. L’accusa alla Berlinale è di non si essersi espressa per affermare il «diritto dei palestinesi alla vita, alla dignità e alla libertà», di non aver condannato «il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi» e di non essersi impegnata «a difendere il diritto degli artisti di esprimersi senza restrizioni a sostegno dei diritti umani dei palestinesi».

La lettera ricorda anche che lo scorso anno chi si era espresso a favore della Palestina sul palco della Berlinale era stato rimproverato dagli organizzatori del festival. E che negli anni passati la Berlinale si era espressa invece in maniera molto chiara sulle «atrocità commesse contro i civili ucraini e iraniani».

La lettera era stata inviata dopo che per giorni il festival era stato criticato online e da personaggi pubblici per una dichiarazione fatta dal regista tedesco Wim Wenders, che presiede la giuria di quest’anno. Wenders, rispondendo a una domanda sul sostegno del governo tedesco a Israele, ha detto che chi fa cinema dovrebbe «rimanere fuori dalla politica».

Aveva poi aggiunto che quando si realizzano film «esplicitamente politici» si entra in «un altro campo, quello della politica». Le sue parole sono state interpretate da alcuni come un invito alla neutralità in un momento in cui molti artisti e operatori culturali stanno invece chiedendo prese di posizione pubbliche più nette.

Parlare del conflitto israelo-palestinese in Germania è molto diverso rispetto agli altri paesi. Per via della rielaborazione collettiva fatta sulla Shoah, la Germania ha sempre avuto una linea molto schierata a favore di Israele, anche a sinistra. Solo nell’ultimo anno dopo l’accumularsi dei massacri e dei crimini commessi a Gaza il cancelliere tedesco Merz aveva condannato Israele, facendolo comunque con meno fermezza rispetto agli altri leader europei. Anche la società civile, che è sempre stata più moderata rispetto ad altrove sulla questione israelo-palestinese, negli ultimi anni ha cominciato a rivalutare le posizioni mantenute nei confronti di Israele.

Dopo le dichiarazioni di Wenders, la scrittrice indiana Arundhaty Roy, che doveva presentare il film In Which Annie Gives It Those Ones di cui è sceneggiatrice, ha deciso di ritirare la sua candidatura dicendosi «scioccata e disgustata».

Tricia Tuttle era intervenuta subito una prima volta provando a smorzare la tensione e cercare di spostare l’attenzione sui film in gara. Aveva spiegato che tutti gli artisti invitati alla Berlinale sono liberi di esercitare la propria libertà di espressione come ritengono opportuno. Allo stesso tempo, aveva detto, gli artisti finiscono comunque sotto accusa: se prendono posizione con opinioni che una parte del pubblico non condivide, oppure se scelgono di non esporsi e di non schierarsi.

Un precedente simile era già avvenuto nel 2024 quando il film israelo-palestinese No Other Land vinse il premio come miglior documentario ci fu una polemica per via di alcune frasi pronunciate da uno dei due registi, il palestinese Basel Adra. Disse che Israele stava «massacrando» la popolazione palestinese e invitò la Germania a smettere di fornire armi a Israele. L’altro regista, l’israeliano Yuval Abraham, denunciò la «situazione di apartheid» del popolo palestinese. In quell’occasione diversi politici tedeschi si lamentarono accusando il festival di essersi politicizzato con quei discorsi.

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