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  • Mercoledì 18 febbraio 2026

Reza Pahlavi ci sta provando

Il figlio dello scià vorrebbe convertire la visibilità ottenuta con le proteste in Iran in contatti diplomatici, soprattutto con gli Stati Uniti

Un ritratto di Reza Pahlavi durante la grande manifestazione contro il regime iraniano, a Monaco in Germania, il 14 febbraio
Un ritratto di Reza Pahlavi durante la grande manifestazione contro il regime iraniano, a Monaco in Germania, il 14 febbraio (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Reza Pahlavi sta facendo una campagna di lobbying per un intervento militare degli Stati Uniti in Iran, che non è un’ipotesi improbabile ed è appesa ai negoziati in corso tra i due paesi.

Pahlavi è il figlio dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, cioè il re dell’Iran che fu cacciato dalla rivoluzione islamica del 1979. Vive in esilio negli Stati Uniti e da anni cerca di accreditarsi come leader dell’opposizione iraniana all’estero, anche se il suo sostegno politico è discusso. Fino alle proteste in Iran dello scorso gennaio, represse dal regime con una brutalità senza precedenti, Pahlavi non era stato preso seriamente. Da allora però è cambiato qualcosa.

Durante le proteste capitava di sentire slogan che inneggiavano al ritorno della monarchia, soprattutto in chiave antigovernativa. Sui propri social Pahlavi ha celebrato le proteste e criticato la repressione con cui sono state sedate. Negli ultimi giorni ha fatto una specie di tour in Europa: ha partecipato a eventi e dato interviste, dimostrando di aver riacquisito una certa rilevanza, seppure limitata.

– Leggi anche: Perché i manifestanti in Iran inneggiano al figlio dello scià

Nel fine settimana ha partecipato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, in Germania: lì ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il ministro francese agli Affari europei Benjamin Haddad, tra gli altri. Esserci a un evento come quello di Monaco non era scontato per Pahlavi, almeno fino all’anno scorso. Lui l’ha usato per fare un comizio, chiedendo agli Stati Uniti di rovesciare il regime iraniano guidato dalla Guida suprema Ali Khamenei.

Sempre a Monaco, sabato è intervenuto anche a una grande manifestazione contro il regime, che aveva contribuito a organizzare: c’erano circa 250mila persone. Lo stesso giorno si sono tenute altre manifestazioni, le principali a Los Angeles negli Stati Uniti e Toronto in Canada, e altre più contenute, in città come Londra e Lisbona.

Reza Pahlavi durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco (Marijan Murat/dpa via AP)

Dalla scorsa estate, durante la guerra dei 12 giorni di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, Pahlavi si è riposizionato e ha cercato di presentarsi come mediatore di un’ipotetica transizione di potere in Iran. Aveva presentato un piano di 169 pagine, ma sostiene di non avere ambizioni di governo né di ritorno della monarchia di cui, sempre in quest’ottica di autolegittimazione, non s’è fatto problemi a criticare i metodi autoritari (sotto il padre di Pahlavi, l’Iran conobbe una rapida modernizzazione, accompagnata però dalla repressione delle minoranze e dell’opposizione).

Questa narrazione è aiutata dal fatto che, ai tempi della rivoluzione, Pahlavi aveva 18 anni e stava studiando negli Stati Uniti: non è quindi considerato troppo compromesso con il periodo monarchico. Proprio perché vive quasi da sempre in esilio, però, molti dubitano abbia contezza di un paese con una popolazione molto giovane, nata dopo la cacciata dello scià.

Pahlavi è stato favorito anche dalla frammentazione dell’opposizione iraniana, e ha provato a monopolizzare quella attiva all’estero. I media internazionali hanno raccontato che ha chiesto incontri a parlamentari statunitensi e diplomatici occidentali, non si sa con quali esiti, e che ha consolidato i legami in Iran provando a dare una struttura a un movimento (il suo) che non l’ha mai avuta.

Pahlavi e la moglie Yasmine Pahlavi durante la manifestazione contro il regime iraniano a Monaco, il 14 febbraio (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Finora questo tentativo ha avuto limiti e problemi di legittimità. Nonostante l’attivismo di Pahlavi, l’amministrazione statunitense di Donald Trump è stata cauta su di lui. Trump ha detto che lo considera «molto gentile» ma ha messo in dubbio il suo sostegno in Iran, con formule simili a quelle con cui aveva scaricato la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado: «Non so se il suo paese accetterebbe la sua leadership».

I rapporti con gli Stati Uniti, e soprattutto quelli con Israele, sono un altro problema per la legittimità di Pahlavi. In autunno il quotidiano israeliano Haaretz aveva scoperto un network di account in lingua persiana, riconducibili all’intelligence israeliana, che facevano propaganda per Pahlavi sui social. È comprensibile che Israele lo faccia, visto che una leadership iraniana con un approccio meno ostile sarebbe nei suoi interessi, e non significa che Pahlavi ne fosse al corrente.

– Leggi anche: Quanto è solido il regime iraniano?

Aldilà della percezione di Pahlavi in patria, che resta ambigua ed è difficile da misurare per la censura del regime, è vero che è cambiata almeno in parte quella di un ipotetico intervento degli Stati Uniti. A questo punto, un pezzo dell’opposizione iraniana considera accettabile un attacco esterno, pur di liberarsi di un regime così violento e paranoico. Pahlavi ha sostenuto qualcosa di simile lunedì, intervistato da una tv francese, paragonandolo allo sbarco in Normandia della Seconda guerra mondiale.