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  • Mercoledì 18 febbraio 2026

La Cambogia vuole delle mappe dalla Francia per costringere la Thailandia a riconoscere i suoi confini

Risalgono all'epoca coloniale, ma non è detto che il governo francese voglia infilarsi nella disputa

Il tempio di Preah Vihear nel 2011 (AP Photo/Heng Sinith)
Il tempio di Preah Vihear nel 2011 (AP Photo/Heng Sinith)
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All’inizio di febbraio la Cambogia ha chiesto alla Francia, che l’ha governata come potenza coloniale dal 1863 al 1953, di avere accesso ad alcune mappe e documenti di quell’epoca. Li vorrebbe usare per costringere una volta per tutte la Thailandia a riconoscere il loro confine, su cui i due paesi litigano da decenni. La questione del confine era stata anche la causa dell’ultima guerra tra i due paesi, cominciata la scorsa estate e terminata a dicembre con un accordo che però non ha risolto la disputa territoriale.

La Cambogia vuole le mappe francesi per legittimare la sua posizione sul piano formale, dato che le sue capacità militari sono nettamente inferiori a quelle della Thailandia. È una faccenda intricata, nella quale peraltro non è detto che la Francia si voglia infilare: prendere posizione potrebbe far venire meno la neutralità che il governo francese ha provato a mantenere nelle dispute tra i due paesi, e acconsentire alla richiesta cambogiana potrebbe indispettire parecchio la Thailandia.

La questione è questa: la Cambogia vorrebbe delle mappe disegnate più di cento anni fa che tracciano il corso dei fiumi che scorrono al confine con la Thailandia; le stesse mappe che la Francia usò nel 1907 per disegnare per la prima volta la linea di confine tra i due paesi. Vicino a questi fiumi si trovano alcuni templi indù di grande valore simbolico per l’identità nazionale sia della Cambogia che della Thailandia, e che infatti entrambe rivendicano come propri. In particolare, le mappe francesi collocano il tempio indù Preah Vihear, il più importante e costruito tra l’Undicesimo e il Dodicesimo secolo, in territorio cambogiano.

Nel corso del tempo la Thailandia ha sostenuto che le mappe fossero state disegnate in modo scorretto, e quindi di non considerarle vincolanti. Per questo nel 1959 occupò militarmente l’area dove si trova il tempio. In risposta il governo cambogiano portò la questione di fronte alla Corte internazionale di giustizia. Nel 1962 la Corte stabilì che il tempio appartenesse alla Cambogia, ma non si espresse sull’area circostante, grande circa 5 chilometri quadrati. La questione passò in secondo piano fino al 2008, quando il tempio fu dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Iniziarono nuove tensioni e scontri. Nel 2013 la Corte stabilì che fosse cambogiana anche l’area circostante.

Negli ultimi mesi di scontri gli eserciti di entrambi i paesi sono stati stanziati nelle zone contese e l’accordo raggiunto a dicembre ha congelato la situazione sul campo, impedendo a entrambi di spostare le loro truppe dalle postazioni attuali. Da subito però la Cambogia ha accusato la Thailandia di star occupando delle zone che vanno oltre quelle contese, e in sostanza di star usando l’accordo per legittimare un’espansione territoriale illegale. L’ha anche accusata di star costruendo in queste zone delle fortificazioni, in violazione degli accordi, cosa che la Thailandia nega.

Per questo nelle ultime settimane la Cambogia ha ricominciato ad appellarsi a diversi organi internazionali per cercare di rafforzare la sua posizione. Ha chiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha detto di volersi rivolgere nuovamente alla Corte internazionale di Giustizia e persino al nuovo e controverso Board of Peace di Donald Trump, che giovedì si riunirà per la prima volta a Washington.

– Leggi anche: Perché Cambogia e Thailandia si stanno facendo la guerra