Forse i tre cacciatori morti in Sicilia si sono sparati tra loro
Secondo la procura il primo sparo è stato un errore, poi sarebbe partita una reazione a catena conclusa da un quarto uomo, ora indagato

Grazie alle dichiarazioni di un testimone, poi indagato, gli investigatori della procura di Patti, in Sicilia, sono riusciti formulare un’ipotesi su come potrebbero essere stati uccisi i tre cacciatori trovati morti nei boschi di Montagnareale, un comune sui monti Nebrodi, a metà strada tra Messina e Cefalù. Secondo la procura i cacciatori si sarebbero uccisi a vicenda in una sparatoria, provocata dalla poca visibilità e da una reazione a catena.
I tre cacciatori erano stati trovati morti all’inizio di febbraio a distanza di circa trenta metri l’uno dall’altro, tutti con ferite da colpi di fucile. I corpi erano stati poi identificati come quelli di Antonio Gatani, 82 anni, Davis Pino e Giuseppe Pino, due fratelli rispettivamente di 26 e 44 anni.
Dopo il ritrovamento dei corpi un amico di Gatani, un altro cacciatore cinquantenne di cui non è stato reso noto il nome, era stato sentito come persona informata dei fatti perché alcuni testimoni avevano detto di aver visto la sua auto parcheggiata vicino ai boschi. Il cinquantenne aveva detto che la mattina degli omicidi, il 28 gennaio, era andato a prendere Gatani a casa sua alle sei del mattino, lo aveva accompagnato in un suo terreno a prendere il suo cane, e lo aveva poi portato a Montagnareale.
L’uomo era stato interrogato: inizialmente era stato reticente, poi aveva raccontato che c’era stata una sparatoria nata da un incidente, alla quale aveva partecipato anche lui. Gli inquirenti avevano quindi interrotto il verbale e iscritto il cinquantenne nel registro degli indagati, invitandolo a nominare un avvocato. Risentito in qualità di indagato, però, si era avvalso della facoltà di non rispondere e non aveva confermato il suo racconto, che quindi non poteva essere usato come prova per imputarlo.
Questo succede perché chi viene sentito come testimone o persona informata dei fatti non ha le stesse tutele di un imputato (come, appunto, la nomina di un difensore), e le dichiarazioni raccolte senza queste garanzie non possono essere usate per incriminare la persona sentita. Possono però essere utilizzate a fini investigativi, cioè possono orientare le indagini della procura.
Sulla base di queste dichiarazioni la procura ha ricostruito che il primo a sparare sarebbe stato Antonio Gatani, che forse a causa della nebbia e della scarsa visibilità avrebbe sparato un colpo contro Giuseppe Pino, scambiandolo probabilmente per un animale. Una parte dei pallini del colpo sparato da Gatani, oltre a colpire mortalmente Giuseppe Pino, avrebbero ferito il fratello di Giuseppe, Davis (i proiettili dei fucili da caccia sono costituiti da pallini che una volta esploso il colpo si aprono costituendo quella che in gergo viene chiamata “rosata”).
Secondo la ricostruzione della procura, a quel punto Davis, ferito, avrebbe a sua volta sparato a Gatani. E vedendo Gatani a terra, l’amico cinquantenne che ha testimoniato avrebbe infine sparato a Davis Pino. Non è chiaro se Davis Pino e il cinquantenne abbiano sparato per reazione, vendetta o altro.
Benché sia l’unica davvero plausibile, è una ricostruzione ancora ipotetica che dovrà essere confermata dalle conclusioni del medico legale. Gli esami balistici hanno però confermato che Giuseppe Pino è stato l’unico a non sparare. Gli investigatori stanno analizzando anche le immagini di una telecamera che era montata sul fucile di Davis Pino.



