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  • Lunedì 16 febbraio 2026

Cos’è questa storia dei medici accusati di aver concesso certificati falsi ai migranti

Secondo la procura di Ravenna in sei avrebbero attestato condizioni di salute non vere per impedire il loro rimpatrio

L'interno del CPR di Ponte Galeria a Roma, 29 maggio 2024 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
L'interno del CPR di Ponte Galeria a Roma, 29 maggio 2024 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna sono indagati con l’accusa di falso ideologico in atto pubblico in relazione ad alcuni certificati medici rilasciati a migranti per i quali era stata disposta la detenzione nei CPR, i centri di permanenza per il rimpatrio. Secondo la procura i medici avrebbero intenzionalmente firmato certificati incompleti o attestato condizioni non vere, come una patologia o un rischio per la salute, per evitare che i migranti entrassero nei CPR, facendoli risultare non idonei.

Da quanto emerso finora, la procura contesta una serie di certificati redatti tra maggio del 2024 e lo scorso gennaio. Per ora però non sono state date maggiori informazioni sui casi coinvolti nell’indagine, né su cosa esattamente abbia spinto chi indaga a ipotizzare il reato. Giovedì intanto gli investigatori hanno perquisito le case, le automobili e i dispositivi elettronici dei medici indagati per raccogliere altri elementi.

I CPR sono i centri in cui vengono detenute le persone che non hanno un permesso di soggiorno valido per rimanere in Italia, in attesa di essere espulse. Negli anni si sono dimostrati inefficaci e inutilmente costosi per lo Stato, che ne appalta la gestione ad aziende private. Sono inoltre duramente criticati dalle associazioni che si occupano di diritti umani per le condizioni disumane e degradanti in cui si trovano le persone detenute. Per questa ragione nel 2024 la rete Mai più lager – NO ai Cpr, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) e la Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM) avevano avviato una campagna in cui invitavano i medici a dichiarare la non idoneità delle persone ai CPR.

Prima di essere trasferite in un CPR le persone devono essere sottoposte a una visita medica che ne valuta l’idoneità, che cioè attesta se ci siano condizioni che rendono la persona incompatibile con la detenzione nel centro. Si tratta di controlli che servono a verificare che una persona non abbia malattie contagiose, problemi di salute cronici, disturbi psicologici o psichiatrici che non potrebbero essere curati dentro a un CPR, anche perché in molti casi non ci sono ambulatori medici al loro interno, ma solo presidi sanitari con un medico presente poche ore al giorno.

L’infettivologo Nicola Cocco, che fa parte della rete Mai più lager – NO ai Cpr, ha detto al Fatto Quotidiano che sono valutazioni complesse e che nella stragrande maggioranza dei casi sono servite solo a escludere le malattie infettive. «Le vere valutazioni non conformi sono state semmai quelle che, negli ultimi anni, hanno dichiarato idonee tante persone con gravi patologie mentali o fisiche», ha detto Cocco.

Il caso di Ravenna ha suscitato molte polemiche politiche, dopo che il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha detto che i medici dovrebbero essere licenziati, radiati e arrestati se le accuse fossero confermate. Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha commentato la vicenda, dicendo che l’indagine ha «accertato che c’erano dei medici nell’ospedale che pregiudizialmente, ideologicamente facevano certificazioni le quali si presume fossero false» (un’indagine però ipotizza un reato, che viene eventualmente accertato durante il processo).

Il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni, del Partito Democratico, ha molto criticato le parole dei ministri, dicendo tra le altre cose che è «pericoloso mettere alla berlina chi ogni giorno si occupa della salute di tutti». A lui si è unito anche il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale, che ha detto che oggi la legge italiana e le direttive ministeriali «scaricano sui medici delle Asl italiane una responsabilità enorme». Anche gli ordini regionali dei medici, la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) e la SIMM hanno difeso l’operato dei medici, sostenendo che le decisioni cliniche non possano essere subordinate a esigenze di ordine pubblico o di gestione migratoria.