Le rane velenose e la morte di Alexei Navalny

Che cos'è l'epibatidina, la potente tossina che si trova sulla pelle di alcune rane e che si sospetta sia stata usata per uccidere l'oppositore russo

(Wikimedia)
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Nel fine settimana Francia, Regno Unito, Svezia, Germania e Paesi Bassi hanno concluso che il dissidente russo Alexei Navalny fu ucciso in Russia «molto probabilmente» per avvelenamento utilizzando l’epibatidina. È una potente tossina che può essere trovata sulla pelle di alcune specie di rana del Sudamerica, nota per causare velocemente la paralisi dei muscoli, compresi quelli coinvolti nella respirazione.

L’epibatidina può essere raccolta dalla pelle delle rane ma anche prodotta in laboratorio. Il rapporto dei cinque paesi non fornisce molte informazioni né avanza ipotesi sull’origine della sostanza, pur accusando indirettamente il governo russo per l’uccisone di Navalny.

La scoperta dell’epibatidina risale alla prima metà degli anni Settanta, quando fu isolata dalla pelle di alcune rane della specie Epipedobates anthonyi in Ecuador. Piccole dosi della sostanza sembravano avere effetti antidolorifici simili a quelli degli oppioidi nelle cavie di laboratorio, ma negli anni successivi si capì che la tossicità era troppo alta per un suo impiego medico sicuro.

La maggior parte delle rane “velenose” (note comunemente come “rane da veleno per le frecce”) non produce direttamente il veleno, ma lo assume con l’alimentazione nutrendosi per lo più di insetti velenosi. Secernono poi le tossine tramite le ghiandole che hanno in prossimità della pelle, usandole come sistema di difesa dai predatori. Con tamponi e altri strumenti la sostanza può essere rimossa dalla pelle della rana, ma trovare uno di questi animali non implica che ci sia certamente del veleno, proprio perché la sua presenza dipende dalla dieta che ha seguito in un certo periodo.

La difficoltà nel trovare in natura queste rane, molte a rischio di estinzione, e il fatto che vivano in aree remote del Sudamerica, ha portato alla produzione di versioni in laboratorio delle loro tossine per scopi di studio e di ricerca. L’epibatidina viene prodotta da tempo in laboratorio ed è pressoché impossibile distinguerla da quella che si trova in natura. Considerata la distanza geografica e le difficoltà logistiche, è improbabile che in Russia sia stata usata la tossina reperita in natura rispetto a quella di laboratorio.

L’epibatidina agisce su particolari strutture delle membrane cellulari dei neuroni e dei muscoli (recettori nicotinici) inducendo un’eccessiva attivazione di nervi e muscoli, che smettono di rispondere normalmente agli stimoli. La forte stimolazione porta a un blocco, che induce il soffocamento e la morte. L’effetto può essere raggiunto con pochi milligrammi tramite iniezione, ma ci possono essere conseguenze anche nel caso di ingestione o di contatto prolungato con aree lesionate della pelle.

Nelle conclusioni dei cinque paesi sulla morte di Navalny non sono contenute informazioni sulle modalità di somministrazione, difficili da ricostruire a posteriori e senza informazioni dettagliate sulle condizioni del corpo. Tra i principali e più noti oppositori del presidente russo Vladimir Putin, Navalny morì il 16 febbraio del 2024 in circostanze poco chiare mentre si trovava in un carcere di massima sicurezza in Siberia.

Navalny aveva 47 anni e nel 2020 era stato avvelenato con il novichok, un agente nervino usato spesso contro altri oppositori del regime russo. Aveva superato l’avvelenamento in Germania e aveva poi deciso di tornare in Russia per continuare la propria attività politica, raccontando i casi di corruzione che riguardavano direttamente Putin. Il governo russo ha sempre negato di avere avuto un ruolo nella vicenda, ma Yulia Navalnaya, la vedova di Alexei Navalny, accusa da sempre Putin di avere ucciso il marito.