Quanto fa male il chemsex?
«Gli ho chiesto se sia plausibile che, in contesti urbani ad alto reddito, dove l’omosessualità è sempre più accettata, uccida di più il chemsex che l’omofobia. Mi ha risposto: e se fosse l’omofobia ciò che ci spinge verso il chemsex?»

Quando mi sono trasferito per la prima volta a Milano, lasciando un paesino della provincia di Napoli, ero entusiasta all’idea di poter finalmente essere gay con una parvenza di indipendenza e di dare spazio alla mia sessualità. Per diversi anni ho espresso questa idea soprattutto facendo molto sesso occasionale, non senza assumermi, a volte, rischi inutili o facendo scelte sbagliate.
Una sera incontrai un vicino di casa tramite un’app di incontri gay – funzionano con la geolocalizzazione, quindi non è raro vedersi con persone che abitano a pochi metri da te. Mi sembrava interessante e a posto, ma una volta a casa sua mi disse che veniva da un “festino” con amici e mi chiese se potesse farsi una “botta di coca” prima di fare sesso. Gli dissi di no, che era una cosa che non mi piaceva, ma ignorando il mio dissenso decise comunque di sniffarla da un vassoietto.
Forse avrei dovuto sapere cosa mi aspettava: se si è uomini gay e si frequentano le app per incontri sessuali, è impossibile non imbattersi in termini quali “party”, “chems”, “tina” o “chill”. Il chemsex – che negli Stati Uniti è anche chiamato “party and play” o “PnP”; mentre in Italia in gergo si parla di “chill” – è l’uso di sostanze allo scopo di aumentare il piacere e la disinibizione sessuali. Solitamente le sostanze in questione sono la ketamina, la metanfetamina in cristalli (crystal meth o “tina”), il GHB/GBL (o “G”, chiamato spesso dai giornali “droga dello stupro”) e il mefedrone – talvolta anche la cocaina. Negli ambienti del chemsex milanese si sente parlare spesso anche di “MDPV”, o più semplicemente di “PV”, per indicare una sostanza chiamata metilenediossipirovalerone.
– Leggi anche: Cos’è la “droga dello stupro”
Ne parliamo spesso con i miei amici di Milano. Che negli ambienti notturni milanesi circolino abbondantemente le droghe sopracitate è un segreto di Pulcinella: non per tutti le serate finiscono quando chiudono i locali, per tanti possono continuare partecipando a un chill a casa di qualcuno, con sessioni di chemsex spesso di gruppo che possono durare per ore o persino per giorni.
Ai più sembrerà un mondo sommerso, ma molti di noi, gay più o meno giovani, lo conoscono bene – vuoi per la diffusione delle sostanze negli ambienti che frequentiamo, vuoi tramite amici o, nel mio caso, perché ho conoscenti che lo praticano. Specifico “gay” perché quello del chemsex è un fenomeno associato, con ragione, alla comunità omosessuale maschile (in ambito accademico diremmo: men who have sex with men, uomini che fanno sesso con uomini).
La combinazione fra sesso e droghe non è certo una novità, esiste almeno dagli anni Sessanta, associata alla controcultura o allo scambismo. Ma se il chemsex oggi è una pratica specifica degli uomini gay/bisessuali è a causa di elementi propri della cultura sessuale gay, come la centralità del sesso occasionale, oggi ancora più facilitato dalle app di incontri, che hanno a loro volta intensificato dinamiche di selezione e confronto basate sul corpo e sulla performance sessuale. Le droghe sono per molti uno strumento per sentirsi più disinibiti e attenuare la vergogna, l’ansia e il senso di vulnerabilità associati al sesso.
Nei paesi anglofoni ed europei, il chemsex ha attirato l’attenzione delle autorità di sanità pubblica, soprattutto per ridurre l’incidenza dell’HIV e di altre infezioni sessualmente trasmissibili, nonché il rischio di overdose. Con il G, la sostanza nota con il nome parzialmente improprio di “droga dello stupro”, è facile esagerare, per esempio, e pochi millilitri in più possono essere fatali. Altre sostanze, come il PV, possono portare a paranoia, psicosi, ideazione suicidaria.
È difficile parlare di questo tema in termini non sensazionalistici e senza suscitare panico morale. Quando ci sono di mezzo le droghe e le minoranze sessuali, si apre la porta a una serie di critiche: di perpetuare lo stigma contro le droghe o contro la sessualità; o di fare allarmismo. Ma a un approccio che condanna e basta, o che preferisce non vedere, se ne affianca uno permissivo, che tratta le droghe come una questione esclusivamente individuale, di libertà e scelta personale. A me sembra che, al di là della libertà e dei piaceri individuali, si tratta di un’attività che sta danneggiando la mia comunità.
P., un amico di Milano non estraneo a questi contesti, mi racconta di suoi amici e conoscenti che ci sono «finiti sotto, hanno perso il lavoro, sono stati arrestati e si trovano in condizioni psicofisiche terribili»:
«il PV a Milano è una piaga, e puoi trovarlo persino a Napoli. La verità è che con alcune sostanze puoi convivere, tra alti e bassi; con altre no. Ci sono sostanze con cui non è possibile. Gli effetti che noto tra quelli che conosco sono psicosi gravi, paranoia – molti hanno perso il cervello e dopo un po’ non scopano nemmeno più».
Più che allarmismo, quindi, c’è allarme: oltre alle sue conseguenze per la salute individuale e pubblica, il chemsex aumenta il rischio di subire o commettere crimini – più comuni fra tutti quelli sessuali, perché essere in uno stato alterato può compromettere le decisioni e il consenso e aumentare il rischio di subire o commettere violenze.
Ma il chemsex può essere sfruttato anche intenzionalmente, per commettere altri tipi di reati, facendo leva sul fatto che le vittime esiteranno a denunciare quanto accaduto a causa dello stigma, o per paura di auto-incriminarsi per uso di sostanze. Parliamo di reati quali la diffusione non consensuale di materiale intimo (o “revenge porn”), di furti, ricatti, stalking, violenza domestica, aggressioni fisiche e persino omicidi.
V., un altro amico che vive a Milano, mi ha raccontato di aver prevenuto il tentato stupro di un ragazzo svenuto durante una sessione di chemsex; un altro di aver installato telecamere in casa dopo aver ospitato varie sessioni, visto che un giorno gli hanno rubato persino i fornelli. Quando si ospitano in casa persone tossicodipendenti, il rischio di furti è concreto, anche perché molti consumatori finiscono per perdere il lavoro e le risorse economiche.
Qualche dato sul tema, seppur limitato, viene da Londra, dove il Project Sagamore, un programma della polizia pensato proprio per rispondere ai rischi legati al chemsex, ha iniziato a far emergere la dimensione criminale del fenomeno. Dal 2018 al 2023 i reati che la polizia ha identificato come legati al chemsex sono passati da 19 a 363, e nel 2023 una media di quasi tre uomini al mese è morta in contesti legati al chemsex. Colpisce inoltre il numero di omicidi: 11 persone sono state condannate per omicidio – in alcuni casi seriale. Sono cifre che possono sembrare irrisorie in una città dove vivono quasi 9 milioni di persone, ma che diventano allarmanti se rapportati al fatto che il chemsex è comunque una pratica confinata a una minoranza della popolazione.
Del rapporto tra chemsex e crimine ho parlato con Ford Hickson, psicologo sociale e mio professore di sanità pubblica alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, nonché una delle persone che stimo di più al mondo e con cui discuto, spesso, di temi legati alla sessualità. Gli ho chiesto provocatoriamente se sia plausibile che, in contesti urbani ad alto reddito, dove l’omosessualità è sempre più accettata, uccida di più una pratica come il chemsex che l’omofobia.
È possibile che rischiamo di essere noi stessi i nemici principali da cui difenderci, piuttosto che il “mondo eterosessuale” là fuori?
Ford mi ha risposto che la domanda è mal posta: e se fosse l’omofobia ciò che ci spinge indirettamente verso il chemsex?
Il caso di cronaca nera più famoso in Italia in questo contesto è quello di Marco Prato e Manuel Foffo, raccontato da Nicola Lagioia in La città dei vivi. Dopo due giorni a base di sesso e consumo ininterrotto di alcol e cocaina, i due invitarono nel loro appartamento Luca Varani, un ragazzo di 23 anni che si prostituiva occasionalmente, attirato con la promessa di denaro. Dopo averlo drogato, lo torturarono e uccisero a coltellate e martellate.
Nella sua analisi del delitto, Lagioia si chiede come sia stato possibile che due uomini apparentemente ordinari, istruiti e pieni di opportunità, abbiano distrutto la propria vita annientando quella di un altro. Tra i temi principali emergono lo smarrimento identitario e i conflitti sulla sessualità: Prato era un uomo gay che cercava spesso partner eterosessuali; Foffo manteneva un’immagine di sé come rigorosamente eterosessuale pur avendo rapporti sessuali con Prato. Queste caratteristiche puntano a una sessualità non elaborata e proprio per questo agìta in forma violenta e autodistruttiva.
La letteratura sul tema mostra come l’omofobia interiorizzata e i vissuti traumatici siano spesso fattori associati al chemsex. Il desiderio omosessuale e la vergogna che può accompagnarlo sono temi centrali anche in American Honor Killings, saggio in cui David McConnell analizza una serie di omicidi attraverso le lenti della mascolinità umiliata. In questi casi, la violenza emerge da minacce percepite all’identità maschile, fonti di vergogna e rabbia.
Vergogna e rabbia che, secondo Alan Downs, psicoterapeuta e autore di The Velvet Rage, sono emozioni fondanti dell’esperienza gay. Con i miei amici ci diciamo spesso che noi gay siamo damaged, danneggiati. Ma come potremmo non esserlo, crescendo in una società che ci trasmette in tutti i modi l’idea che ciò che siamo è fondamentalmente sbagliato e disgustoso? In questo senso, l’uso di sostanze può diventare un modo per anestetizzare la vergogna e la vulnerabilità: molti uomini gay, scrive Downs, arrivano a credere di non poter fare sesso se non sotto l’effetto di droghe o alcol. Dopotutto, cosa c’è di più vulnerabile che essere nudi davanti a un altro uomo?
Sono spiegazioni convincenti, ma forse troppo rassicuranti. Trovare le cause nella vergogna, nei traumi o nell’omofobia interiorizzata rischia di diventare una scorciatoia che assolve da domande più scomode. Le droghe stimolanti hanno un effetto intrinsecamente disinibente, che può essere ulteriormente amplificato quando usate da uomini con specifici tratti di personalità come il narcisismo o la psicopatia, associati a una marcata noncuranza per le altre persone. In un’intervista al Sole 24 Ore la psicoterapeuta Giorgia Fracca ha classificato il chemsex come un tipo di sesso che «evita l’incontro autentico con l’altro»; Lorenzo Balducci, ospite nel podcast Cazzi nostri, descrivendo la sua vita con il chems parla di un mondo di «amplificazione e illusione».
Può darsi anche che un’innovazione biomedica di enorme portata come la profilassi pre-esposizione (PrEP) contro l’HIV – che rende quasi impossibile contrarre l’infezione – e l’accesso facilitato alla salute sessuale abbiano fatto sì che «i gay siano tornati a fare i gay», come mi ha detto il mio amico P. Si potrebbe anche ipotizzare che si siano create le condizioni affinché “gli uomini facciano gli uomini”, facendo emergere dinamiche del desiderio tipicamente maschili – con una maggiore promiscuità rispetto alle donne, e forse anche una sessualità intrinsecamente predatoria. Come scriveva Andrew Sullivan, gli uomini gay si comportano con altri uomini così come molti uomini eterosessuali vorrebbero comportarsi con le donne, se potessero farla franca.
Che il sesso possa essere associato al rischio, persino alla morte, non è una novità – per qualcuno è proprio questo che lo rende eccitante. Ma ai piaceri intensi, amplificati dalle droghe, si accompagnano rischi altrettanto grandi. A volte la spiegazione più semplice è quella giusta: come mi fa presente P., «se scopi facendo chems, è più piacevole e divertente, si creano situazioni simpatiche, con musica, chiacchiere, ma come per tutte le cose belle, ne paghi il prezzo». Abbiamo sfide diverse da affrontare rispetto agli uomini gay di qualche decennio fa; se le ignoriamo per paura di venire stigmatizzati, il prezzo da pagare rischia di essere la vita.
– Leggi anche: Le droghe, in sostanza



