Su cosa punta la difesa del caso di Moussa Diarra
I legali della famiglia dell'uomo ucciso da un poliziotto a Verona ritengono che l’indagine condotta dalla polizia su se stessa sia stata incompleta e parziale

All’inizio di novembre la procura di Verona ha chiuso le indagini preliminari e chiesto l’archiviazione del procedimento contro l’agente della polizia ferroviaria (Polfer) che il 20 ottobre del 2024, davanti all’ingresso della principale stazione della città, aveva ucciso a colpi di pistola Moussa Diarra, un uomo maliano di 26 anni: per la procura il poliziotto non deve andare a processo perché ha agito per legittima difesa.
A dicembre gli avvocati e le avvocate che rappresentano i familiari di Diarra si sono opposti alla richiesta di archiviazione, argomentandone i motivi in una cinquantina di pagine in cui sostengono innanzitutto che l’indagine che la polizia ha condotto su se stessa sia stata a loro parere incompleta e parziale.
Ora sarà la giudice per le indagini preliminari Livia Magri a decidere se e come proseguire: potrebbe disporre l’archiviazione come chiede la procura; potrebbe decidere, in base ai nuovi elementi portati dagli avvocati e dalle avvocate di Diarra, di proseguire le indagini; oppure potrebbe disporre un’imputazione coatta ordinando al pubblico ministero di chiedere il rinvio a giudizio nei confronti del poliziotto entro dieci giorni. Lo si saprà il 12 febbraio.

Il punto di impatto su una vetrata nei pressi della stazione di uno dei 3 colpi sparati dall’agente della Polfer e i volantini del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra, Verona, 22 ottobre 2024 (ANSA/ MARIO POLI)
Al termine delle indagini sull’omicidio di Diarra la procura ha concluso che il poliziotto si sia trovato di fronte a un pericolo e che la sua reazione sia stata adeguata alla situazione: secondo i magistrati, l’aggredito non poteva difendersi in altro modo e non aveva concretamente la possibilità di scappare.
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Prima di spiegare come la procura è arrivata a questa tesi è bene riassumere la vicenda dall’inizio. Alle 5 del 20 ottobre 2024 Moussa Diarra si trovava alla stazione dove poco prima aveva danneggiato alcune auto della polizia e un’anta della biglietteria. Trentacinque minuti dopo era ricomparso a meno di un chilometro dalla stazione, dove aveva aggredito un agente della polizia locale che stava facendo dei rilievi dopo un incidente. L’agente aveva estratto la pistola e incamerato il colpo nell’ottica di doversi difendere, tuttavia aveva scelto di non sparare preferendo scappare con un collega e garantire così, come aveva spiegato successivamente, «l’incolumità sia dell’aggressore che di eventuali persone che sarebbero potute trovarsi nelle vicinanze».
A quel punto i due agenti della polizia locale avevano comunicato quanto accaduto alla loro centrale operativa, che aveva chiesto alla pattuglia di pronto intervento di uscire in soccorso dei colleghi: la pattuglia si era dunque equipaggiata con caschi e scudi in caso si fosse trovata a fronteggiare una situazione di pericolo. La pattuglia non era riuscita comunque a rintracciare l’uomo che nel frattempo, e siamo alle ore 5:47, era rientrato in stazione danneggiando il vetro di una tabaccheria.
Da qui in poi la ricostruzione di quanto accaduto passa attraverso le dichiarazioni degli agenti della Polfer che avevano preso servizio quella domenica mattina per il turno delle 7. Tra loro c’era anche il poliziotto indagato. Ed è a questo punto che gli avvocati e le avvocate di Diarra argomentano le motivazioni per cui l’indagine non dovrebbe essere archiviata. La prima ha a che fare con l’urgenza del loro inseguimento.

Il memoriale fatto alla stazione di Verona Porta Nuova per Moussa Diarra (foto Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra).
L’indagato aveva saputo dei primi danneggiamenti fatti da Moussa Diarra in stazione (ma non dell’aggressione alla polizia locale) una ventina di minuti prima di entrare in servizio, prima del passaggio di consegne. L’aveva saputo tramite dei messaggi e delle immagini verosimilmente estratte dalle videocamere di sorveglianza che erano circolate in un gruppo WhatsApp chiamato “Squadra Operativa 2” in cui lui era presente insieme a una decina di altre persone.
I poliziotti hanno spiegato agli investigatori di essersi trovati in una situazione «concitata», che di lì a poco avrebbe portato alla morte di Diarra. L’intervento, a loro dire, era stato così urgente da non poter portarsi dietro nemmeno lo sfollagente (che richiede comunque soltanto di essere recuperato da una rastrelliera) e il taser, nonostante l’indagato fosse il soggetto abilitato a usarlo proprio per quella giornata di lavoro. La versione dell’urgenza e della concitazione è stata contestata dagli avvocati e dalle avvocate che rappresentano i familiari di Diarra, che hanno chiesto alla procura di valutare proprio i messaggi delle chat.
Secondo loro, il requisito della necessità alla base del riconoscimento della legittima difesa non sussisterebbe perché «uscire alla rincorsa di un soggetto potenzialmente pericoloso senza dotarsi di adeguate strumentazioni» sarebbe stato un comportamento gravemente negligente e imprudente: l’indagato (con un’esperienza trentennale in polizia, come specifica il pubblico ministero, e per professione avvezzo a situazioni di quel tipo) si sarebbe insomma volontariamente messo in pericolo non equipaggiandosi correttamente e intraprendendo un’azione senza le dovute accortezze.
Gli avvocati e le avvocate di Diarra sostengono poi che l’indagato avesse un’alternativa sicura per sottrarsi al pericolo, anzi più d’una. Per esempio avrebbe potuto scappare, come fatto dall’agente della polizia locale due ore prima, da un punto alle sue spalle che era libero, come si nota dalle immagini di videosorveglianza. Durante l’interrogatorio invece il poliziotto aveva detto di non avere vie d’uscita. Oppure avrebbe potuto, come fatto dal suo collega, infilarsi i guanti per disarmare Diarra, che aveva in una mano un coltello da cucina.
Secondo gli avvocati e le avvocate di Diarra, il fatto che l’uomo avesse in mano un coltello da cucina con il manico in plastica farebbe venire meno anche il requisito della proporzionalità. «Sulla reale capacità offensiva di una simile posata, soprattutto a fronte dello spessore e della consistenza della divisa dei poliziotti, nulla scrive né il consulente balistico, né la procura nella richiesta di archiviazione», dicono avvocati e avvocate della difesa.

Frame dalle videocamere di sorveglianza della stazione: con la freccia gialla è indicato Moussa Diarra un attimo prima di venire colpito dal colpo di pistola e con la freccia rossa è indicato l’indagato.
Una volta individuato Diarra all’interno della stazione il poliziotto indagato aveva visto che aveva un coltello e per questo motivo avrebbe urlato «via via tutti ha un coltello, ha un coltello», anche per garantire l’incolumità degli altri presenti. A quel punto Diarra si sarebbe voltato e avrebbe brandito il coltello dal basso verso l’alto per colpire il collega dell’indagato, che sarebbe tuttavia riuscito a defilarsi. Dopodiché Diarra si sarebbe scagliato contro l’indagato, che sarebbe uscito dall’atrio ritrovandosi sul piazzale esterno bloccato, come ha raccontato, tra un muro e un cestino. Il poliziotto avrebbe cercato prima di distanziare Diarra dicendogli «fermati mettilo giù, fermati mettilo giù», poi, vedendo che l’aggressore continuava a minacciarlo, avrebbe estratto l’arma (che l’indagato ha dichiarato di avere sempre con un colpo in canna), e avrebbe cominciato a sparare facendo una serie di valutazioni, come lui stesso ha riferito.
Il poliziotto avrebbe sparato un primo colpo «fuori sagoma», un colpo che non era mirato a Diarra e che si è disperso, ma vedendo che non aveva avuto l’effetto deterrente sperato avrebbe allora puntato al torace sparando altri due colpi: il primo aveva attraversato il cappuccio della felpa di Diarra finendo poi su una vetrata alle sue spalle, e l’ultimo, mortale, lo aveva colpito in pieno petto.
Secondo l’indagato, colpendolo alle gambe con i proiettili in dotazione non l’avrebbe atterrato. In questo caso gli avvocati e le avvocate sostengono che la giustificazione del poliziotto basata sulla natura dei proiettili era stata suggerita all’indagato da un ispettore durante l’interrogatorio, senza che lui vi avesse fatto prima minimamente cenno.
Tutta questa ricostruzione, comunque, non sarebbe coerente, secondo gli avvocati e le avvocate di Diarra, non solo con la prima parte del racconto dell’indagato ma nemmeno con le immagini di videosorveglianza, seppur sgranate: sarebbe stato tutto molto più veloce di quanto raccontato dal poliziotto.
L’attenta valutazione sostenuta dall’indagato contrasterebbe poi con la sua reazione a caldo ripresa nel video fatto dal collega. Prima ancora di chiamare i soccorsi con Diarra ancora vivo e a terra, l’indagato aveva chiesto al collega di fare un video e di riprendere il coltello. Ma soprattutto aveva ripetuto per due volte, su richiesta, di non sapere dove lo avesse colpito (affermazione confermata anche dal collega: «gli ho chiesto dove l’avesse preso e lui mi rispondeva che non sapeva indicarlo»).
Gli avvocati e le avvocate hanno segnalato anche alcune incoerenze e lacune nella videosorveglianza dato che parte dell’accaduto non risulta visibile, e una videocamera sembrerebbe non aver registrato.
L’indagato e i suoi colleghi al momento dell’interrogatorio avevano inoltre già potuto vedere alcuni video circolati in chat, video che solo successivamente sono stati acquisiti dalla procura. Uno dei colleghi presenti, rivolgendosi proprio all’indagato, gli aveva anche detto che stava «scaricando dalle 04 tutte le telecamere della stazione» e che se gli fossero servite lui era disponibile a inviargliele. Di conseguenza i legali della difesa si chiedono se «le attività di visione e scarico dei filmati possono aver contribuito ad alterare parte dei dati registrati, o a farne perdere alcuni».

Corteo per Moussa Diarra, Verona, 18 ottobre 2025 (foto Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra)
Su Diarra, scrivono infine avvocati e avvocate, si è indagato in modo ineccepibile, ma nessuna indagine risulta essere stata effettuata sullo stato di servizio dell’indagato o sul suo trasferimento alla Polfer dalla squadra Volanti presso cui aveva prestato servizio per molto tempo. La sua trentennale esperienza verrebbe sostanzialmente data per scontata.
Nonostante fosse stato previsto l’accertamento sul suo stato psicofisico comprensivo di analisi tossicologiche, queste ultime non sono state effettuate. E secondo gli avvocati e le avvocate di Diarra non sarebbero state effettuate nonostante dall’analisi del suo cellulare e dalla valutazione dei tabulati della sua utenza telefonica sia emerso un comportamento notturno «che potrebbe far lecitamente dubitare della sua totale lucidità».
Sempre secondo la difesa, risulterebbe che l’indagato abbia agganciato con il proprio telefono numerose celle la notte precedente ai fatti e fino al mattino. Ciò significa, hanno scritto i legali, «che quella notte, ha verosimilmente non dormito, o dormito molto poco, pur montando di turno alle ore 7 della domenica successiva: è lecito domandarsi in quali condizioni fosse quando ha iniziato il suo servizio, ponendosi alla ricerca di Diarra, la mattina del 20 ottobre».



