La situazione a Niscemi, due settimane dopo la frana
Quante persone sono senza casa, quali sono le ipotesi su dove sistemarle e quanti soldi ci sono per l'emergenza (ancora pochi, per ora)

Ogni giorno alle 18, alla prefettura di Caltanissetta, si svolge una riunione del centro coordinamento soccorsi per fare il punto sulla frana che il 25 gennaio ha colpito il centro storico di Niscemi, in Sicilia. È presieduta dalla prefetta Licia Donatella Messina ma partecipano anche Comune, Regione Siciliana, Vigili del fuoco e Protezione civile. Negli ultimi due giorni queste istituzioni hanno fornito dati precisi sul numero di persone sfollate, su quante abitazioni sono state evacuate, quanti interventi d’emergenza sono stati effettuati e quanti soldi sono disponibili per affrontare l’emergenza.
Gli sfollati nei quartieri più interessati dalla frana, cioè Sante Croci, Trappeto e la zona di via del Popolo, sono più di 1.600. Il fronte della frana ha superato i 4 chilometri e lo scivolamento del centro storico verso il basso non si è ancora fermato. Dal giorno della frana, il 25 gennaio, i Vigili del fuoco hanno fatto 804 interventi, la maggior parte per recuperare beni nelle case che rischiano di franare.
L’ufficio tecnico del comune di Niscemi ha presentato una mappa delle abitazioni evacuate. Nella “zona rossa”, cioè quella dove non è consentito l’accesso, ci sono 880 edifici: 201 di questi sono a meno di 50 metri dalla frana, 240 si trovano tra i 50 e i 100 metri e i restanti 439 tra i 100 e i 150 metri. Il vicesindaco Pietro Stimolo spiega che un centinaio di edifici non erano abitati perché sgomberati dopo la frana del 12 ottobre 1997. Dovevano essere abbattuti perché abusivi, ma il finanziamento per demolirli – di 4 milioni di euro – è arrivato solo il 20 dicembre del 2025. Sono le case più vicine alla frana e in parte sono crollate.
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L’assessorato regionale alle Infrastrutture ha detto di aver messo a disposizione 13 milioni di euro – 8 per il 2026 e 5 per il 2027 – che potrebbero essere utilizzati per dare contributi a fondo perduto agli sfollati, e permettere loro di comprare una nuova casa. In realtà, i soldi non basterebbero per tutte le persone che non rientreranno più nelle loro abitazioni: se li chiedessero tutte le 500 famiglie sfollate, otterrebbero 26mila euro a testa, troppo pochi.
Per questo la Regione ha chiesto al Comune di fare un censimento degli appartamenti sfitti o vuoti, e delle case popolari, che possono essere assegnate in tempi brevi agli sfollati. Ciascun cittadino può compilare un modulo che si trova sul sito del Comune. «Non è nulla di vincolante, ma si tratta di una sorta di sondaggio per capire quante case potremmo avere disponibili», dice Stimolo.
L’amministrazione comunale punta anche a ridurre il perimetro della zona rossa una volta che la frana si sarà stabilizzata. In questo modo potrebbe far rientrare una parte degli sfollati nelle loro case ed eviterebbe che una parte del paese fosse trasferita lontano da Niscemi, dove già molti negozi hanno chiuso dopo la frana e ci sono malumori tra i commercianti.
Il comune di Gela ha offerto spazi nella piana del suo territorio, dove potrebbe essere costruito un quartiere per gli sfollati. Un’altra ipotesi è di costruire da capo nel comune di Caltagirone, in provincia di Catania. L’area valutata è quella dove ci sono i resti di Mussolinia, una città-giardino progettata durante il fascismo e mai conclusa.
Gli sfollati che non sono riusciti a trovare una sistemazione in seconde case o da amici e parenti sono ospitati in un centro di accoglienza, allestito dalla Protezione civile nel palazzetto dello sport e nella casa di riposo Sacro Cuore di Gesù. I posti a disposizione sono una cinquantina. Le persone possono anche chiedere un contributo per l’affitto: 400 euro al mese a famiglia, più 100 euro per ogni componente fino a un totale complessivo di 900 euro, per un massimo di 13 mesi.
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I tecnici dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) hanno spiegato di aver cominciato a monitorare la frana per verificare la presenza nel sottosuolo di gas, per esempio il metano e di aver installato lungo l’area della frana delle stazioni GNSS (Global Navigation Satellite System), con ricevitori e antenne satellitari che misurano in tempo reale gli spostamenti del suolo. Gli esperti dell’Istituto nazionale di oceanografica e di geofisica sperimentale (OGS) invece effettueranno indagini per identificare le caratteristiche del sottosuolo, individuare eventuali piani di scivolamento e definire con maggiore precisione i volumi di terreno coinvolti nel movimento franoso.



