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  • Mercoledì 4 febbraio 2026

Ci sono due condanne per l’omicidio di Cristina Mazzotti, sequestrata 50 anni fa

Venne tenuta prigioniera per un mese in una buca in cui non poteva stare in piedi, mentre i suoi carcerieri la drogavano

L’aula della Corte d’assise di Como il giorno della sentenza (il Post)
L’aula della Corte d’assise di Como il giorno della sentenza (il Post)

La Corte d’assise di Como ha condannato in primo grado all’ergastolo Giuseppe Calabrò, 81 anni, e Demetrio Latella, 71 anni, per l’omicidio volontario aggravato di Cristina Mazzotti, avvenuto nel 1975. Mazzotti, che all’epoca aveva 18 anni, fu rapita e tenuta sotto sequestro: morì dopo un mese di prigionia. Secondo la sentenza Calabrò e Latella, membri della criminalità organizzata calabrese, sono stati gli esecutori del sequestro: fecero parte del gruppo che prelevò Mazzotti dall’auto su cui stava viaggiando, e la consegnarono alle persone che la tennero imprigionata nelle settimane successive.

Un terzo uomo imputato, Antonio Talia, è invece stato assolto per non aver commesso il fatto. Nel processo c’era anche un quarto imputato, che è morto alla fine del 2024: si chiamava Giuseppe Morabito ed era un esponente della ’ndrangheta. La Corte ha poi stabilito di non poter procedere contro Calabrò e Latella per sequestro di persona in concorso a scopo di estorsione, perché il reato è prescritto. Ha infine disposto che dovranno risarcire con 1,2 milioni di euro il fratello e la sorella di Mazzotti. Era una sentenza molto attesa, visto che la vicenda risale a oltre 50 anni fa, e dato che Mazzotti fu la prima donna sequestrata dalla ’ndrangheta.

Mazzotti fu rapita il 30 giugno del 1975, a Eupilio, un piccolo paese in provincia di Como dove la sua famiglia, che viveva a Milano, aveva una seconda casa per le vacanze. Quella sera stava rientrando con il fidanzato, Carlo Galli, e un’amica, Emanuela Luisari, su un’auto Mini Minor. Furono fermati da un’Alfa Romeo Giulia e da una Fiat 125, da cui scesero due persone: i sequestratori chiesero chi delle due ragazze fosse Cristina Mazzotti, lei rispose subito e gli altri due ragazzi vennero bendati e legati. Le ruote della Mini Minor furono squarciate. Galli e Luisari riuscirono a liberarsi e a dare l’allarme dopo due ore.

Mazzotti fu invece portata in una cascina a Castelletto sopra Ticino, in provincia di Novara. Lì fu tenuta prigioniera in una buca all’interno di un garage per 28 giorni. Il vano era alto un metro e 40 centimetri, largo 1,65 metri e lungo poco più di un metro e mezzo. La ragazza non poteva stare in piedi. Le venivano dati due panini al giorno, per l’aria c’era solo un piccolo tubo di plastica di cinque centimetri di diametro.

Un disegno che raffigura Giuseppe Calabrò, uno dei due condannati (Andrea Spinelli – Arte Giudiziaria)

I suoi sequestratori le somministravano sedativi ed eccitanti a intermittenza, quando volevano risvegliarla e costringerla a scrivere alla famiglia lettere in cui chiedeva di pagare un miliardo e 50 milioni di lire (quasi 7 milioni di euro di oggi) in cambio della sua liberazione. Durante il processo in tribunale a Como sono stati letti alcuni stralci delle lettere che Mazzotti scriveva al padre, in cui diceva di essere stremata e chiedeva aiuto.

Il padre della ragazza, Elios Mazzotti, era un imprenditore ma non aveva il denaro che chiedevano i sequestratori. Quando riuscì a recuperare i soldi richiesti e a consegnarli, la figlia era già morta. Morì a causa della ripetuta somministrazione di sedativi ed eccitanti, e delle condizioni della sua prigionia. Il suo corpo venne ritrovato due mesi dopo il sequestro, l’1 settembre 1975, in una discarica a Galliate, in provincia di Novara.

Furono proprio i soldi a permettere agli investigatori di risalire alla banda che aveva sequestrato Mazzotti, dopo che un direttore di una banca in Svizzera segnalò una grossa operazione sospetta. In questo modo venne individuato Libero Ballinari, fino ad allora conosciuto come un piccolo criminale, che fu poi fermato a Lugano. Interrogato, rivelò che il sequestro era stato realizzato da una banda mista di lombardi e calabresi. Della gestione della richiesta di riscatto si era occupato, dalla Calabria, Antonino Giacobbe, affiliato alla ’ndrangheta. La gestione logistica del rapimento era stata invece di Giuliano Angelini, che comandava un gruppo di sei o sette persone.

Durante il primo processo, iniziato nel 1976 a Novara, emerse che Angelini era un appassionato di medicina e che era stato lui a somministrare alla ragazza il miscuglio di calmanti ed eccitanti. Quel processo si chiuse nel 1977 con 13 condanne, di cui 4 all’ergastolo, fra carcerieri, centralinisti che si occupavano di comunicare con i genitori e altri complici.

Nel 2007 l’impronta di una mano sulla Mini Minor (l’auto su cui viaggiava Mazzotti la sera del rapimento) fu ricondotta a Latella: l’uomo confessò di aver rapito la ragazza, e menzionò Calabrò e Talia come complici. Fu questo l’elemento fondamentale che permise di riaprire le indagini. Nel 2011 tuttavia il pubblico ministero che seguiva il caso ne chiese l’archiviazione, dato che il reato di sequestro di persona era già caduto in prescrizione, e che anche quello di omicidio lo sarebbe stato se fosse stata riconosciuta anche una sola attenuante agli imputati. Dieci anni dopo però l’avvocato Fabio Repici, che aveva seguito un altro processo in cui era accusato Latella, aveva segnalato che una sentenza della Corte di Cassazione stabiliva che non c’è prescrizione per l’omicidio volontario, con qualunque attenuante. Fece quindi un esposto per chiedere la riapertura del caso.

Da lì le indagini hanno portato al processo iniziato nel 2024, e conclusosi oggi. In aula c’erano anche Marina e Vittorio Mazzotti, sorella e fratello di Cristina, parte civile al processo, assistiti proprio da Repici. Dopo la lettura della sentenza hanno ringraziato gli studenti dei licei che erano in aula per un’iniziativa insieme a Libera, l’associazione contro la mafia. «Dopo più di cinquant’anni oggi possiamo dire che è stata fatta giustizia per Cristina», ha detto loro Marina Mazzotti.