Maja T., militante antifascista, ha ricevuto una condanna di 8 anni in Ungheria con le stesse accuse di Ilaria Salis

Maja T. nell'aula di tribunale in attesa della sentenza a Budapest, 4 febbraio 2026 (Marton Monus/dpa via ANSA)
Maja T. nell'aula di tribunale in attesa della sentenza a Budapest, 4 febbraio 2026 (Marton Monus/dpa via ANSA)

Mercoledì in Ungheria un tribunale ha condannato a 8 anni di carcere Maja T., una persona non binaria con cittadinanza tedesca accusata come Ilaria Salis di aver aggredito dei neonazisti a una manifestazione di estrema destra a Budapest nel 2023. Si tratta di una condanna di primo grado contro cui T. può fare ricorso: nel frattempo però dovrà rimanere in carcere, dove si trova da più di un anno in condizioni di isolamento.

T. è l’unica persona delle 18 imputate in questo processo a essere in carcere in Ungheria, dove è stata estradata dalla Germania a giugno del 2024 dopo un anno di detenzione preventiva. Al tempo la sua estradizione fu molto criticata: fu eseguita nonostante la Corte costituzionale federale tedesca avesse vietato il trasferimento mentre esaminava il caso, dopo un ricorso da parte degli avvocati di T. alla sentenza di un tribunale minore. A febbraio del 2025 la Corte aveva decretato che l’estradizione fosse stata illegittima, e che quindi T. non avrebbe dovuto trovarsi in carcere in Ungheria. Da allora però, come era prevedibile, tutti i tentativi per riportare T. in Germania sono falliti. 

Gli avvocati di T. avevano argomentato che l’estradizione non doveva essere approvata in primo luogo perché la pena richiesta dalla procura ungherese (ossia 24 anni di carcere) era sproporzionata rispetto alle accuse rivolte e perché le condizioni di detenzione nelle carceri ungheresi, descritte anche da Ilaria Salis, erano al di sotto degli standard previsti dalle leggi tedesche ed europee. Avevano inoltre contestato l’indipendenza del sistema giudiziario ungherese, su cui ha molta influenza il primo ministro Viktor Orbán, che nell’ultimo anno ha trasformato le accuse contro T., Salis e gli altri militanti in un caso politico.

Questi stessi argomenti avevano bloccato le estradizioni di altri imputati, come l’italiano Gabriele Marchesi e l’italo-albanese Rexhino “Gino” Abazaj: dopo un periodo di detenzione preventiva (rispettivamente in Italia e in Francia), entrambi erano stati scarcerati dopo che un tribunale italiano e uno francese avevano riconosciuto, fra le altre cose, che l’Ungheria non avrebbe rispettato il loro diritto a un giusto processo stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

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