In Iran il regime sta punendo i medici che hanno curato i manifestanti
Per costringerli a collaborare e impedire loro di raccontare la repressione a cui hanno assistito negli ospedali

Il regime iraniano sta attuando ritorsioni contro i medici e il personale sanitario che ha curato i manifestanti feriti durante le enormi proteste di inizio gennaio, sedate con uccisioni di massa e una brutalità senza precedenti. L’agenzia di stampa iraniana Human Rights Activists News Agency (HRANA), che lavora fuori dall’Iran ma conferma i suoi dati con testimonianze sul posto, ha accertato oltre 6mila uccisioni, ma con ogni probabilità sono state molte di più.
Il quotidiano riformista Shargh ha riferito dell’arresto di 25 medici e infermieri: è quanto emerso da una campagna assai più ampia di repressione e intimidazioni. Sono iniziate durante le notti più violente di repressione delle proteste, l’8 e il 9 gennaio, quando le forze di sicurezza del regime sono entrate negli ospedali, ostacolando i soccorsi e uccidendo i manifestanti che avevano già ferito per strada.
Le ritorsioni contro i medici hanno due obiettivi principali: costringerli a condividere informazioni sui manifestanti, che in molti casi hanno cercato di proteggere, e impedire loro di raccontare cosa hanno visto. Sono stati testimoni diretti dell’estrema violenza contro i manifestanti, e molto di ciò che i media internazionali hanno ricostruito in queste settimane è basato su loro testimonianze.
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I racconti dei medici si somigliano e descrivono uno scenario di enorme violenza. Un chirurgo ha raccontato a Le Monde che nelle notti di maggiore repressione le autorità hanno vietato a lui e ai colleghi di portare i cellulari all’interno dell’ospedale, nonostante ci fosse il blocco di internet e del segnale telefonico: «L’ordine era di ripulire tutto, come se non fosse successo niente».

Un gruppo di persone al mercato Jannat di Teheran, dove martedì c’è stato un incendio (AP Photo/Vahid Salemi)
In questi giorni molti medici e infermieri sono stati convocati dai servizi segreti, interrogati e minacciati di ripercussioni se non collaborano, come il licenziamento o il mancato rinnovo dei contratti.
Le forze di sicurezza hanno condotto nuove retate nelle strutture sanitarie, stavolta per raccogliere dati sui manifestanti feriti e immagini delle telecamere di sorveglianza. Vogliono i filmati perché durante le proteste i dottori hanno spesso registrato i pazienti con nomi falsi o altre diagnosi, proprio per impedire agli agenti del regime di identificarli.
Si parla di nuove retate perché seguono quelle fatte durante le proteste, quando le forze di sicurezza arrestarono i manifestanti direttamente nei reparti d’ospedale. Foto, video ed esperti forensi hanno ricostruito che in alcuni casi i feriti sono stati uccisi sul posto, oppure staccati dai macchinari per la rianimazione e lasciati agonizzare. Di alcuni non si è più saputo nulla, oppure i loro corpi sono stati consegnati alle famiglie solo giorni dopo.
Durante le proteste la notizia delle retate in corso negli ospedali si era diffusa e per questo diversi manifestanti feriti avevano scelto di non andarci, ritenendoli (spesso a ragione) pericolosi. Hanno preferito farsi curare a casa, dove li hanno raggiunti i medici. Questo non sempre li ha protetti dalla repressione, perché in molte città le forze del regime sono andate a cercarli anche lì.
«Le testimonianze dei dottori mostrano che la Repubblica Islamica ha calpestato anche i più basilari principi umani e medici, e ha usato sistematicamente gli ospedali come strumenti di repressione e uccisione», ha detto Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’associazione per i diritti umani Iran Human Rights. Le intimidazioni ai medici fanno parte della prosecuzione della repressione, che viene attuata anche con sequestri e indagini contro i manifestanti.
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