Le case abusive di Niscemi e le persone che ci vivono
Molte avevano già resistito a una frana quasi 30 anni fa, poi furono comunque condonate, e ora bisogna decidere se spostare il paese
di Angelo Mastrandrea, foto di Alessandro Sala

Il centro storico di Niscemi, la cittadina siciliana in cui negli scorsi giorni un’enorme frana ha distrutto parte del centro storico, è composto in gran parte da abitazioni di due o tre piani, l’una attaccata all’altra. Le case tirate su negli ultimi decenni senza autorizzazioni e senza particolari accorgimenti edilizi si alternano a quelle antiche senza interruzioni. A volte sono state costruite dove prima c’era un vecchio edificio demolito, in altri casi hanno occupato gli spazi liberi tra una casa e l’altra e in altri ancora sono un prolungamento delle vecchie abitazioni. In paese lo si considera come una sorta di abusivismo di fatto, tollerato dalle amministrazioni soprattutto per ragioni di consenso elettorale. Tutti gli abitanti che il Post ha incontrato a Niscemi hanno detto di aver costruito le case perché lo facevano tutti, e che nessuno ha mai detto loro che non si poteva fare.
Lo hanno fatto fino alla fine degli anni Novanta, quando i controlli erano quasi inesistenti. Dopo la frana del 12 ottobre del 1997 molte furono condonate e inserite nel Piano regolatore generale approvato nel 2009 (il Piano regolatore è il documento con cui tra le altre cose i comuni regolano l’attività edilizia). In una lettera pubblicata sul sito di Italia Nostra, il vicepresidente regionale dell’associazione ambientalista Leandro Janni ha scritto che «quanto sta accadendo a Niscemi non è frutto del caso o soltanto della forza impetuosa della natura», ma è «il risultato di decenni di mancato rispetto delle leggi». «La frana è il risultato della combinazione tra la condizione geologica dell’area e il modo in cui si è costruito», dice Giuseppe Amato, responsabile delle risorse idriche di Legambiente Sicilia.
Il direttore dell’ufficio di gestione delle emergenze del dipartimento della Protezione civile, Luigi D’Angelo, ha detto che dal 1997 non è mai stato attuato completamente il piano previsto dallo stato d’emergenza, che prevedeva il trasferimento di alcuni edifici in aree più sicure. Al Comune sostengono che comunque negli ultimi anni la situazione sia migliorata, perché le autorizzazioni vengono concesse dallo Sportello unico per l’edilizia, che fa maggiori controlli.

Niscemi, 27 gennaio (Fabrizio Villa/Getty Images)
La gran parte delle case abusive di Niscemi è stata edificata mettendo uno sull’altro dei mattoni gialli, fatti con la stessa argilla friabile di cui è composta la frana. Sono le più povere. A volte sono poco più larghe della porta d’ingresso, e si innalzano per un paio di piani in verticale. Altre case invece sono state costruite con i tradizionali mattoni rossi o con i blocchi di cemento. Alcune, più nuove e con belle facciate, furono costruite vicino al dirupo, dove il centro storico finiva e si godeva di una vista che arriva fino a Gela e al mare (Niscemi si trova nell’entroterra nel sud-est della Sicilia, in provincia di Caltanissetta e a una ventina di chilometri da Gela).

Alla fine di via Roma c’erano delle case abusive che furono demolite dopo la frana del 1997. Al loro posto fu costruito un piazzale con una ringhiera dove le persone venivano ad ammirare la vista sulla piana di Gela, fino al mare. L’area era utilizzata anche come parcheggio per le auto (Alessandro Sala, CESURA, per il Post)
Dopo la frana del 26 gennaio, tutte quelle in un raggio di 150 metri dal burrone e lungo una fascia di quattro chilometri sono state sgomberate. Presto potrebbero essere coinvolte anche le altre che sono al di qua delle transenne che delimitano la «zona rossa», cioè quella chiusa perché c’è il rischio di crolli e smottamenti. La frana non si è ancora fermata e i tecnici della Protezione civile e dell’Università di Firenze hanno suggerito di espandere l’area vietata di altri 150 metri.
Vuol dire che rischia di essere sgomberato l’intero centro storico e anche la piazza centrale, dove ci sono il Municipio e alcuni edifici barocchi. Sarebbe la fine del paese antico, e infatti si discute già di dove ricostruirlo, probabilmente nella piana di Gela, qualche chilometro a valle. «In questo momento stiamo parlando di un movimento franoso che è di circa 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ha movimentato 263 milioni di metri cubi», ha detto il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano.
– Leggi anche: La frana di Niscemi vista dai satelliti
Quasi tutte le case del centro storico di Niscemi erano già sopravvissute a una frana, quella appunto del 12 ottobre del 1997. I quartieri di Sante Croci, Pirillo e Canalicchio furono evacuati e 400 famiglie furono sfrattate. Il governo diede un contributo di 600mila lire al mese per 13 mesi a ogni persona sgomberata, ma i risarcimenti a chi ne aveva diritto arrivarono molti anni dopo. Poi nominò un commissario per l’emergenza, che fu più volte prorogata. Negli anni seguenti furono demolite 48 abitazioni costruite senza concessione edilizia e fu buttata giù anche la chiesa di Sante Croci. Al suo posto fu piantata una croce che ora si trova in bilico sul burrone. Più o meno altrettante case, più lontane dal ciglio della frana, furono condonate e sono ancora al loro posto.

Il monumento che ricorda la chiesa Sante Croci, demolita dopo la frana del 1997 e ora in bilico sul nuovo fronte franoso, 27 gennaio (Alessandro Sala, CESURA, per il Post)
Per questo molti abitanti dovranno lasciare le loro case per la seconda volta in trent’anni. Nella piazza principale del paese una coppia di anziani ricorda la prima frana: «Alle due di pomeriggio la strada si aprì e fummo costretti a scappare via di corsa». Anche loro avevano costruito una casa senza chiedere nessun permesso, ma sostengono che nel centro storico facevano tutti così.
Dicono che per molti anni hanno protestato in ogni modo per ottenere i risarcimenti, «eravamo 120 famiglie con le case considerate non in regola, ci siamo anche incatenati davanti al Comune», ma alla fine non ottennero nulla. Un’altra signora spiega che la sua casa fu considerata abusiva perché aveva aggiunto un altro piano. «Avevo quattro figli e non ci stavamo tutti», si giustifica. Un’altra ancora dice di aver costruito una casa vicino alla frana «perché lì non c’era niente e il Comune non ci ha detto che non si poteva fare». Altre persone sostengono che nella gran parte dei casi non si trattava di abusi edilizi, ma di lavori di consolidamento, con i quali le abitazioni furono messe in sicurezza proprio a causa del rischio di frane.

La zona est del fronte franoso di Niscemi, 27 gennaio (Alessandro Sala, CESURA, per il Post)
Giuseppe Marziano, un pastore conosciuto come «il padrone del gregge» di Niscemi, non può più tornare a casa e nemmeno recuperare le pecore, che sono rimaste a pascolare in basso, proprio sotto la frana. Sostiene che nessuno gli ha mai detto se la sua abitazione fosse in regola e che era pericoloso allevare gli animali sotto la parete d’argilla. Ha trovato una sistemazione provvisoria nella casa di riposo Sacro Cuore di Gesù, che fornisce pasti caldi e ha messo a disposizione alcune camere riscaldate, per un totale di una cinquantina di posti.

I campi smottati a seguito della frana, a lato della SP 10, 27 gennaio (Alessandro Sala, CESURA, per il Post)



