Ritorno a Monte Livata (o dello scrivere di sé)

«Negli ultimi anni si sono moltiplicati i memoir familiari, spesso modellati come rese dei conti. Ma quand’è cominciato questo modo di raccontare che privilegia l’aneddotica privata rispetto ai grandi romanzi sociali?»

Caspar David Friedrich, “Der Wanderer über dem Nebelmeer” (“Il viandante sul mare di nebbia”), 1818, Hamburger Kunsthalle, Amburgo, Germania (via wikimedia)
Caspar David Friedrich, “Der Wanderer über dem Nebelmeer” (“Il viandante sul mare di nebbia”), 1818, Hamburger Kunsthalle, Amburgo, Germania (via wikimedia)
Christian Raimo
Christian Raimo

Nato nel 1975 a Roma, dove ancora vive, insegna filosofia e storia al liceo. Collabora con diverse testate, fa parte del progetto di giornalismo indipendente Sveja. Il suo libro più recente è L’invenzione del colore (La nave di Teseo).

La prima volta che sono andato da uno psicologo ho fatto vento. Avevo poco più di vent’anni, non sapevo dove sbattere la testa, avevo sentito questo nome da mia madre (ovviamente il peggiore dei controsensi nell’affrontare i guasti di una relazione edipica), l’avevo cercato su un elenco telefonico, e avevo prenotato una seduta senza premurarmi di chiedere come funzionasse il setting, dando per scontato che il primo incontro fosse gratis. Era lo studio di uno degli psicanalisti più importanti che abbiamo avuto in Italia.

Alla fine della seduta mi aveva segnato un secondo appuntamento e mi aveva chiesto centomila lire o cento euro (non mi ricordo se era prima o dopo il cambio), gli avevo balbettato che non le avevo con me e che avrei pagato l’intero importo la volta successiva. Non c’è mai stata una seconda seduta; non ho mai pagato, nonostante sia passato sotto lo studio un’infinità di volte, nei mesi e negli anni successivi, sentendomi in colpa e in qualche modo autoassolvendomi per ragioni forse puramente narcisistiche: l’incommensurabilità tra il mio bisogno di cura e la viltà del denaro, un risentimento nei confronti di mia madre perfettamente triangolato, l’essere in perenne bolletta per il sistema di sfruttamento del lavoro culturale dal quale poi sono stato travolto.

È passato molto tempo, lo psicanalista è morto (l’ho saputo dai giornali) e la ragione per cui – ci ho riflettuto in seguito – non sono più andato a curarmi da lui è stato un pudore più profondo e legittimo, che fa parte di una mia memoria personale. Quello psicanalista mia madre lo conosceva perché, quando avevo pochi anni, la sua famiglia comprò quasi contemporaneamente alla nostra un piccolo appartamento in un residence a Campo dell’Osso sopra Monte Livata, una località di montagna a un’ora e mezza da Roma, che a fine anni Settanta sembrava destinata a diventare una specie di Cortina dell’Appennino e che oggi è invece un luogo piuttosto dimenticato e triste, dove nevica molto meno di quello che si sarebbe immaginato cinquant’anni fa.

Il nome del residence era Polaris, un edificio a metà tra un albergo e un comprensorio, una sorta di gigantesco libro di cemento leggermente schiuso con le file di finestre a fare da righe: metteva insieme le velleità di emancipazione del ceto medio con l’ambizione della cultura socialdemocratica che voleva far propri almeno alcuni principi dell’urbanistica sovietica, tra cui quello della condivisione degli spazi comuni.

Gli appartamenti erano minuscoli, meno di trenta metri quadrati (nella mia famiglia eravamo in quattro, cinque con le incursioni di mia nonna), ma avevamo la possibilità di mangiare nelle sale situate alla convergenza dei corridoi o nei giardini esterni (polentate d’inverno, lasagnate d’estate), e di giocare insieme, noi bambini, in sale pensate apposta o fuori, tra gli alberi che circondavano il residence.

C’era anche una piccoletta poco più grande di me, elettrica e simpaticissima, figlia dello psicanalista, che reincontrai molti anni dopo all’università. Oggi è una filosofa e bioeticista importante e conosciuta, che scrive anche saggi legati a temi sociali, soprattutto sulle relazioni disfunzionali. Nel 2017 ha pubblicato un libro singolare e avvincente, dedicato ai mitomani e agli impostori, nel quale c’è un capitolo – quasi una parte – in cui parla in modo scoperto e commovente della sua infanzia e della sua famiglia. Si apre con un incipit tra i più duri che abbia mai letto:

«Mia madre era stupida. Mio padre era vanitoso. Questo è tutto quello che so dei miei genitori».

Nonostante negli ultimi anni si siano moltiplicati i memoir familiari, che spesso vengono modellati come rese dei conti, non ricordo di aver mai letto un’affermazione così perentoria per liquidare il rapporto con il proprio sangue.

Ho sempre cercato nelle assonanze con i guai delle altre famiglie le ragioni per capire gli aspetti problematici della mia, ma negli ultimi tempi sono stato spesso colpito – passando dall’essere attratto all’essere respinto – proprio da quei libri che svolgono disamine spietate sui propri genitori, in particolare sul rapporto con la madre.

Non so se questa difficoltà sia dovuta anche, ancora, a quel legame edipico non elaborato (ci sono state altre analisi, terapie, ma questo è inessenziale in questo racconto) oppure al fatto che, con il passare degli anni, ho preso a riconoscere il senso di questi redde rationem, e cominciato a dare le colpe delle piccole e grandi sventure personali e familiari a responsabili più grossi, distanti e potenti: fattori sociali, socio-economici, strutturali e collettivi invece che individuali o sovrastrutturali, per usare un linguaggio marxista, ed era un metodo a cui del resto forse inconsapevolmente mi avevano educato i miei.

Una lettura che ha modificato il mio modo di investigare il passato in questo senso è stata quella di Operai, l’inchiesta che fece Gad Lerner sulla Fiat nel 1988 per Feltrinelli. La lessi all’università e la ripresi nel 2010, quando insieme all’inchiesta di allora venne pubblicata la prefazione che Lerner scrisse alla riedizione del 2010. Per quanto mi riguarda è un’introduzione magistrale per capire quel fenomeno globale, ma particolarmente intenso in Italia, di spostamento della ricchezza dal lavoro al capitale. Una citazione esemplificativa:

«Il rapporto fra i compensi dell’alta dirigenza e il dipendente medio si è dilatato da 45:1 nel 1980 fino a 500:1 nel 2000. Più che decuplicato in un ventennio».

Ripenso spesso all’inchiesta di Lerner sulla Fiat mentre leggo, a cadenza praticamente quotidiana, delle vicissitudini legate al gruppo Fiat-Stellantis – dalla dismissione dell’automotive alla svendita dei giornali come Repubblica e La Stampa al ritrovamento di dipinti dal valore milionario occultati al fisco – che sui media sono raccontate quasi sempre sotto forma di saga familiare: il desiderio di mollare l’Italia per spostarsi negli Stati Uniti; il processo per l’eredità tra i nipoti di Gianni Agnelli, l’avvocato (i due rami di discendenza della figlia Margherita); il risentimento di John Elkann nei confronti di Margherita, sua madre anaffettiva; fino a Magari, il film che Ginevra Elkann, sorella di John e Lapo, ha girato nel 2019 proprio sull’infanzia della sua famiglia.

E mi chiedo: quand’è cominciato questo modo di raccontare quello che accadeva nel mondo, privilegiando l’aneddotica familiare rispetto ai grandi romanzi sociali?

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Quando si deve cercare di periodizzare le epoche recenti e capire qual è stato il momento in cui il sé è diventato protagonista dei nostri piccoli e grandi drammi fino a prendersi ogni palco, si cita spesso La cultura del narcisismo di Christopher Lasch, un saggio del 1979. Credo che sia proprio l’anno in cui i miei comprarono l’appartamento a Livata.

Non ho pressoché ricordi di quel momento, avevo quattro anni e mia sorella uno, ma forse mi rendevo conto che alla nascita della seconda figlia i miei genitori, invece di continuare a frequentare vicini, amici, colleghi, si erano concessi sempre più tempo per stare in casa, e cominciavano a dichiarare, come avrebbero fatto con sempre più frequenza e convinzione, l’importanza del sentirci una famiglia, che solo lì, tra noi quattro, potevamo trovare sicurezza, giustizia, e verità.

Nel 1977 era uscito anche Il declino dell’uomo pubblico di Richard Sennett, che alla mia lettura universitaria diede più di uno spunto per interpretare la torsione morale e politica dei miei genitori, che i miei occhi infantili subirono senza, naturalmente, nessuna possibilità di comprensione o dissenso.

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Ma forse era già così prima. Appena arrivai a leggere per conto mio, mia madre mi buttò in mano Vestivamo alla marinara, il racconto familiare di Susanna Agnelli, la sorella di Gianni, che uscì nel 1975, lo stesso anno in cui sono venuto al mondo. Un anno prima mia madre, giovane insegnante alle medie, era stata spesso fuori casa, a partecipare alle assemblee che avrebbero portato alla riforma dei decreti delegati. Nel 1973 era stato realizzato un documentario che avrei scoperto all’università preparando l’esame di storia contemporanea con un programma sull’industria italiana, e al tempo stesso cominciavo a politicizzarmi: non mi ricordo chi mi fece conoscere Trevico-Torino. Viaggio nel Fiat-Nam, che Ettore Scola girò sulle lotte dei dipendenti della Fiat, soprattutto immigrati dal sud, che si opponevano al cottimo.

Quale racconto dare per buono?

Quello collettivo o quello individuale?

Soprattutto quale narrazione seguire se si vuole restituire una verità alla vicenda della generazione dei miei genitori, quella dei boomer, che poteva acquistare casa con il reddito da impiegato e insegnante, e che – come ricostruisce alla perfezione il libro di Lerner – sarebbe stata progressivamente sostituita dalle generazioni la cui ricchezza principale derivava dalla rendita e non più dal reddito?

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Con questo genere di sguardo, nostalgico in effetti per quel tempo dove il reddito da lavoro poteva letteralmente trasformare il mondo, di recente ritorno spesso alle scene centrali della mia infanzia, alle estati e agli inverni a Monte Livata appunto, per cercare una ragione di una felicità promessa e poi scomparsa. Perché i miei comprarono quella casa e perché la vendettero? Perché arrivammo in questo posto e perché ce ne allontanammo? Perché terminò quella possibilità di una comune plurigenerazionale, in fondo interclassista, che in seguito non sperimentammo più?

Nell’ottobre 1987 – avevamo da poco venduto la casa di Livata – uscì su Woman’s Own (una rivista simile a Confidenze) una storica intervista a Margaret Thatcher  intitolata “Aids, education and the year 2000!”, in cui diceva:

«Who is society? There is no such thing! There are individual men and women and there are families».

«Chi è la società? Non esiste una cosa così! Ci sono individui maschi e femmine e ci sono famiglie».

(Su “families” metterei il corsivo, se già non ci fosse, perché spesso è dimenticato).

Né mio padre né mia madre la lessero ovviamente, anche perché in Italia non ne scaturì un dibattito, se non anni dopo, quando l’effetto profondo e lunghissimo della visione politica thatcheriana aveva già trasmutato il contesto politico a livello globale.

Ma credo che quell’affermazione segnò inconsapevolmente anche le scelte della mia famiglia, che smise di fatto di vivere all’interno di comunità allargate, amicali, politiche, lavorative, sindacali, e si ridusse progressivamente al privato fino a eliminare le vacanze e poi le cene con i genitori dei nostri amici, e ad annullare il tempo dedicato alle assemblee e alla politica per proiettare ogni tipo di ambizione e frustrazione su quello che avremmo fatto noi figli, io e mia sorella, come estensione naturale dell’animale famiglia, un essere isolato dalla specie.

(continua)

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