In Italia si possono fare molti soldi con gli ulivi

Stanno aumentando gli investimenti nelle coltivazioni superintensive, che rendono tanto e sopperiscono così al calo di produzione dell'olio

di Francesco Gaeta

Coltivazione superintensiva di ulivi a Gavorrano (Grosseto) (ArteOlio)
Coltivazione superintensiva di ulivi a Gavorrano (Grosseto) (ArteOlio)

In alcune campagne intorno a Grosseto i campi di ulivi stanno cambiando forma: non più alberi isolati, ma siepi regolari, con chiome basse e piuttosto fitte. Le chiamano coltivazioni a spalliera, perché gli alberi sono distanti circa un metro e mezzo e solo quattro metri separano un filare dall’altro. Sono schiere orientate da nord a sud «per fare in modo che il sole batta in modo uniforme dai due lati», spiega Riccardo Schiatti, amministratore della società agricola ArteOlio. Negli ultimi anni la sua azienda ha piantato un milione di ulivi in Maremma. «Sono coltivazioni superintensive, anche 1.600 alberi per ettaro», dice. A seconda dell’annata «le rese di olio per ettaro oscillano tra 1 e 2 tonnellate»: molto di più dei 200-400 chili di un uliveto tradizionale.

Quello di ArteOlio non è un caso isolato. In Italia l’uliveto superintensivo, cioè con almeno 1.000 piante per ettaro, cioè un quadrato da 100 metri di lato, si sta diffondendo già da una decina d’anni e secondo i dati dell’Università di Bari ci sono 5.000 ettari coltivati con questo metodo: ancora pochi ma in crescita. La coltivazione superintensiva può essere un modo per sopperire a una carenza produttiva di olio che va avanti da tempo. Federico Marocca, direttore vendite per l’Italia di Agromillora, una multinazionale dei vivai che vende ulivi in tutta Europa, dice che «si sta diffondendo in Puglia, in Toscana e nel Lazio, e in parte anche in Sicilia». Permette rese molto superiori e abbatte i costi di manodopera.

Negli ultimi anni in Italia si sono persi molti uliveti, per mancanza di manodopera o perché collocati in terreni con pendenze tali da impedire la lavorazione meccanizzata. Secondo l’Istat, tra il 2010 e il 2020 la superficie di terreni coltivati a ulivo è scesa di oltre l’11 per cento, e oggi è sotto il milione di ettari. A questo si somma l’abbandono. Secondo le stime delle organizzazioni di settore, metà di questi terreni produce molto poco. Per queste ragioni la produzione di olio non basta a soddisfare i consumi interni e la domanda dall’estero.

L’olio extravergine a marchio italiano, sempre più richiesto e ben pagato sui mercati internazionali, è in realtà spesso miscelato con quello che si importa soprattutto dalla Spagna, che è il primo produttore al mondo.

Coltivazioni di ulivi a spalliera dell'azienda ArteOlio a Roccastrada (Grosseto)

Coltivazioni di ulivi a spalliera dell’azienda ArteOlio a Roccastrada, in provincia di Grosseto (ArteOlio)

Parlando con produttori ed esperti emerge che l’olivicoltura intensiva (da 400 a 600 piante per ettaro) e superintensiva (da 600 a 1.600 piante) si sta sviluppando secondo modelli e obiettivi diversi. ArteOlio è il caso più vicino a un progetto industriale puro: circa 700 ettari in Maremma da realizzare dopo avere raccolto circa 40 milioni di capitali bancari e privati. Il fondo di investimento IDeA Agro ha investito 10 milioni per un progetto per coltivazioni superintensive tra Toscana e Umbria. Maccarese, storica azienda agricola con sede vicino Roma posseduta dalla famiglia Benetton, utilizza un uliveto ad altissima intensità come laboratorio per testare meccanizzazione, sostenibilità ed esiti produttivi.

Monini, marchio molto diffuso anche nei supermercati, ha avviato un progetto per impiantare un milione di ulivi entro il 2030 per un totale di 1.000 ettari, in gran parte intensivi e interamente biologici. Il progetto ha campi in Puglia, Toscana e Umbria. Marco Scanu, che dirige l’iniziativa, dice che «Monini è un’azienda che storicamente ha selezionato e confezionato oli prodotti da altri, ora vogliamo avere un controllo completo sulla filiera, cioè produrre le olive per i nostri frantoi». Secondo lui «l’intensivo è l’unica strada possibile».

Questo tipo di coltivazione richiede alcune scelte preliminari da cui dipende il successo dell’impianto: non tutte le varietà di ulivo sono adatte a essere coltivate a spalliera. Devono innanzitutto avere un “internodo corto”, cioè una distanza di circa un centimetro tra le gemme per aumentarne la “frequenza floreale” e dunque la produttività. Le varietà che hanno queste caratteristiche sono circa una ventina. Quelle storicamente più usate, soprattutto in Spagna dove l’olivicoltura intensiva è ormai consolidata, sono la Arbequina, che è in assoluto la più adattabile, e la Arbosana. Nel tempo se ne sono aggiunte altre, create da innesti, e tra queste ci sono “marchi” italiani come la FS17 Favolosa, brevettata dal CNR, la Florentia e la Brunella, creata dall’università di Firenze.

La ricerca genetica è indirizzata anche a un altro obiettivo. I fusti devono avere una vigorìa contenuta, produrre poco legno e mantenere una struttura flessibile, capace di restare nel tempo nella forma a siepe. Se la pianta cresce troppo in altezza o produce troppo legno diventa difficile usare le “scavallatrici”, le macchine per la raccolta automatizzata: scavalcano il filare, scuotono gli alberi e staccano le olive in modo continuo. Questo abbatte il fabbisogno di manodopera e i costi di produzione dell’olio: nel superintensivo sono molto sotto i 3 euro al chilogrammo, mentre nel sistema tradizionale si va dai 6 agli 8.

Per arrivare a questo obiettivo servono però investimenti rilevanti, destinati a rientrare non prima di quattro anni, il tempo necessario al primo raccolto. Dal 2020 Michele Buccelletti, erede di una storica famiglia di olivicoltori, ha avviato 300 ettari di uliveto superintensivo tra Pitigliano (Grosseto) e Castiglione del Lago (Perugia). «Il terreno costa almeno 25mila euro a ettaro», dice. «La posa delle nuove piante può arrivare a 10mila, i sistemi di irrigazione tra i 6mila e gli 8mila». Sono costi che evidentemente hanno ritorni attesi elevati, interessanti soprattutto per il private equity, cioè per chi fa investimenti su aziende non quotate in borsa: la nuova società creata da Buccelletti è partecipata all’87 per cento dal fondo IDeA Agro, specializzato in investimenti nel settore agricolo.

Buccelletti spiega che l’olio che produce viene venduto soprattutto all’estero, nella fascia alta di mercato. «C’è l’idea che il superintensivo produca solo olio commerciale, ma non è affatto così: la qualità dipende dalla gestione agronomica, non dalla densità delle piante».

Nel mondo della produzione e anche tra alcuni ambientalisti ci sono poi altre riserve, che non hanno a che fare con la qualità dell’olio. Riguardano soprattutto l’impatto ambientale, in particolare per il fabbisogno idrico, considerato superiore a quello delle coltivazioni tradizionali.

Secondo Salvatore Camposeo, professore di Coltivazioni arboree all’Università di Bari, queste obiezioni «sono pregiudizi» che nascono da un equivoco. «A parità di suolo e di clima, se si mettono 300 o 1.500 alberi per ettaro il consumo può restare simile, perché quello che determina l’acqua necessaria è la chioma complessiva per ettaro: con più piante, ogni pianta ha una chioma più piccola, e la somma finale può essere paragonabile». Diversi studi dimostrano che un impianto superintensivo, con dosaggi mirati, può ridurre l’impronta idrica anche del 20 per cento rispetto a una coltivazione tradizionale non irrigua.

La ricerca delle varietà più adatte sta andando in questa direzione. Oggi esistono cultivar selezionate per il superintensivo, con migliore adattamento allo stress idrico. L’università di Bari ha selezionato nel 2019 la varietà Lecciana, che in Spagna è già coltivata su circa 1.000 ettari in aridocoltura, cioè senza irrigazione. «È la dimostrazione che il superintensivo non è necessariamente legato a un forte consumo d’acqua», conclude Camposeo.

C’è un ultimo fattore importante: la disponibilità di terreni e la possibilità di fare economie di scala. Secondo i dati ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), che dipende dal ministero dell’Agricoltura, il 58 per cento delle aziende olivicole ha meno di tre ettari e solo il 17 per cento supera i dieci. Carlo Baccalini, senior analyst di CBRE, multinazionale nei servizi di valutazione e transazione nel settore fondiario, dice che «in Italia la proprietà agricola è un fatto di famiglia più che un’industria: si eredita e non si vende, anche a costo che rimanga improduttiva».

Baccalini dice che se ne stanno accorgendo alcuni grandi operatori esteri, con disponibilità finanziarie tali da superare queste resistenze. «Negli ultimi 20 anni molti marchi storici dell’olio sono passati di mano, nei prossimi anni potrebbe accadere lo stesso con i terreni».