Meglio un decreto-legge oggi che una legge domani, o forse no?
Il governo sta continuando a sdoppiare i provvedimenti per fare più in fretta, anche se finora non è andata bene: ci riprova con la sicurezza

Giorgia Meloni ha stabilito che la sicurezza sarà, insieme alla crescita, una delle priorità del 2026, anche perché i vari casi di violenza e microcriminalità urbana continuano ad avere un grande impatto mediatico. A inizio gennaio aveva riconosciuto che «i risultati per me non sono sufficienti», nonostante i tanti clamorosi provvedimenti già adottati dal governo in questi tre anni, e così aveva annunciato un ulteriore imminente intervento sulla sicurezza. A metà gennaio il ministero dell’Interno aveva predisposto due fascicoli: uno, di portata piuttosto contenuta e di scarsa attrattiva elettorale, da approvare in tempi rapidi sotto forma di decreto-legge; l’altro, con l’introduzione di nuovi reati e misure più consistenti, era la bozza di un disegno di legge da discutere in parlamento con più calma.
Questo sdoppiamento dei provvedimenti è uno schema che il governo ha già adottato altre volte in passato: serve a presentare subito all’elettorato qualcosa di pronto, per mostrare che si sta facendo qualcosa su una questione particolarmente sentita, mentre nel frattempo si esaminano interventi più strutturali in tempi più lunghi. Solo che le altre volte in cui il governo ha fatto una cosa del genere non è andata bene, e anche questa volta si cominciano già a vedere diversi possibili intoppi.
Una volta sdoppiato il pacchetto sulla sicurezza, la gestione è passata ai consiglieri di Meloni, e in particolare al suo sottosegretario Alfredo Mantovano. E un po’ per rispondere alle pressioni della Lega, che insisteva per approvare urgentemente alcune delle misure più severe, un po’ per dare un segnale al proprio elettorato, Meloni ha chiesto a Mantovano di rendere più corposo il testo del decreto-legge. Nella trattativa è stata coinvolta anche la presidenza della Repubblica, che però ha ribadito che nel decreto sarebbero state ammissibili solo misure per cui ci sono comprovati requisiti d’urgenza.
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La gestazione dei provvedimenti si è insomma fatta più complicata del previsto. E per evitare che l’iter si prolungasse ulteriormente, alla fine Meloni ha accettato di mantenere il decreto grosso modo nella sua versione originale, dunque senza includervi le norme più imponenti, così da riuscire ad approvare il tutto nella prima metà di febbraio. Il testo del decreto, dunque, ricalca quello a cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lavorava dalla scorsa estate.
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Prevede per lo più norme procedurali: regole che riguardano i concorsi, gli avanzamenti di carriere, gli aumenti di stipendio degli agenti di pubblica sicurezza; predispone l’avvio di alcune operazioni di vigilanza sulle spiagge o sui treni; prevede il potenziamento dei sistemi di videosorveglianza in certe zone delle città e dei sistemi di identificazione biometrica negli stadi; e infine, ed è forse l’unica misura spendibile in termini elettorali, istituisce in modo permanente le cosiddette “zone rosse”, cioè aree cittadine particolarmente delicate (per esempio le stazioni ferroviarie, i quartieri della movida, le vie intorno ad alcune sedi istituzionali) da cui le forze dell’ordine possono allontanare preventivamente persone ritenute pericolose. È una misura sulla cui efficacia sono stati sollevati grossi dubbi anche dagli stessi sindacati di polizia, ma su cui Piantedosi evidentemente scommette.
Nel disegno di legge ci sono invece le modifiche al codice penale finalizzate a introdurre nuovi reati o aumentare le pene per quelli già esistenti. C’è, tra l’altro, la definizione di un reato punibile fino a 3 anni di carcere per il porto abusivo di coltelli, per cui finora è prevista quasi esclusivamente una contravvenzione, e una maggiore possibilità da parte di prefetto e questori di adottare sanzioni e ammonimenti contro minori che commettono reati.
Poi ci sono: l’estensione del divieto d’accesso ai centri urbani – il cosiddetto “daspo urbano” – anche a persone che sono state denunciate o condannate in via non definitiva per reati connessi ad atti di violenza durante le manifestazioni; un nuovo reato penale punibile fino a cinque anni per chi non si ferma all’alt della polizia e fugge in modo pericoloso; una maggiore tutela legale per gli agenti di polizia e delle forze armate e per i vigili del fuoco, che non dovranno più essere indagati automaticamente per possibili reati compiuti durante atti di servizio, per legittima difesa o in una situazione di necessità; l’aumento delle pene per il furto in abitazione.
Matteo Salvini, dopo aver strumentalmente chiesto che tutte le misure venissero inserite in un unico provvedimento, ha poi provato quantomeno a inserire nel decreto-legge le norme sul porto dei coltelli e sui reati commessi dai minori, e quelle sulla tutela legale degli agenti. Alla fine ha dovuto desistere. Igor Iezzi, deputato leghista che segue questo tema, dice che in fondo per il suo partito può andar bene anche così, perché «se è vero che il disegno di legge avrà un iter parlamentare più lungo e tribolato, è vero anche che ci darà più tempo per cavalcare i nostri temi e ottenere consenso sulle nostre proposte».
In effetti, i precedenti non sono particolarmente felici, in questo senso. Nel novembre del 2023 il governo approvò il più corposo di una lunga serie di provvedimenti per la sicurezza. Era un disegno di legge, che fu discusso in modo piuttosto tormentato dal parlamento per quasi un anno e mezzo, anche in virtù delle obiezioni che il presidente della Repubblica aveva sollevato su alcune specifiche norme contenute nel testo: Meloni aveva accettato quelle correzioni, sia pure controvoglia, ma i parlamentari della Lega si mostravano riluttanti, e ancora più intransigenti dei colleghi di Fratelli d’Italia. Alla fine, nell’aprile del 2025, con una procedura del tutto irrituale, il governo trasformò quel disegno di legge in un decreto-legge quasi del tutto uguale, ma accogliendo appunto le sollecitazioni che erano arrivate dalla presidenza della Repubblica.
Ma forse il precedente meno incoraggiante riguarda il doppio provvedimento sulla sanità approvato dal governo a giugno del 2024. Meloni ci teneva a presentare delle norme finalizzate a ridurre le liste d’attesa negli ospedali pochi giorni prima delle elezioni europee, per evidenti ragioni elettorali. Ma un intervento efficace avrebbe richiesto finanziamenti che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non autorizzò per mancanza di risorse.
Si decise così di inserire le norme meno costose in un decreto-legge, pur di avere un risultato da mostrare all’elettorato: erano però anche le norme più inconsistenti, mentre quelle più incisive erano state relegate in un disegno di legge, col proposito di discuterle con calma in parlamento e di avere così il tempo e il modo per finanziarle a dovere. Oltre un anno e mezzo dopo, quel disegno di legge non è ancora entrato in vigore: il Senato lo ha approvato ad aprile, e ora è ancora fermo nella commissione Affari sociali della Camera.



