Non sarebbe meglio rinchiuderli?

«Cosa si risponde a un gruppo di ragazzi e ragazze di Trieste che vorrebbero riaprire i manicomi per impedire alle persone con problemi psichiatrici di commette reati?»

Un paziente guarda fuori da una finestra dell'istituto psichiatrico di Colorno, Parma, alla fine degli anni Sessanta. (Gianni Berengo Gardin/contrasto)
Un paziente guarda fuori da una finestra dell'istituto psichiatrico di Colorno, Parma, alla fine degli anni Sessanta. (Gianni Berengo Gardin/contrasto)
Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa

Vive e lavora a Trieste, la "città dei matti” ma anche della scienza. È giornalista scientifica e scrive di psicologia, salute mentale e neuroscienze. Il suo podcast più recente, Paper, racconta come funziona la scienza e cosa vuol dire “pubblicarla”.

Su un muro di quello che un tempo era il manicomio di Trieste c’è una grande scritta:

«La libertà è terapeutica».

È lì dagli anni Settanta ed è stata addirittura restaurata. La si trova nel cuore del Parco di San Giovanni, oggi un frequentato pezzo della città con sedi dell’università, del sistema sanitario, scuole e luoghi di svago.

Mi trovo qui per lavoro e mi sono fermata a osservare queste parole. Mi chiedo se un passante qualsiasi che capiti oggi da queste parti sappia che cosa significhino e perché siano lì. Continuo a fissare la scritta mentre rimugino. Sono turbata e anche delusa dalla reazione che ho avuto poco fa.

Cosa si risponde a un gruppo di ragazzi e ragazze che ti chiede:

«Se sappiamo che i matti sono pericolosi, perché non li rinchiudiamo?»

La domanda, che compare ogni volta che qualcuno con problemi psichiatrici commette reati, mi è stata posta al termine di un’attività di divulgazione in cui avevo raccontato la storia del manicomio di Trieste, dalla sua fondazione alla chiusura. Avevo parlato anche della Legge 180 e di come avesse rivoluzionato l’assistenza psichiatrica in Italia, stabilendo la chiusura dei manicomi e sostituendoli con servizi di cura aperti e territoriali. Soprattutto, avevo raccontato il lavoro di Franco Basaglia, il principale promotore della legge, impegnato a restituire dignità e diritti civili alle persone con disturbi mentali.

Fino alla approvazione della legge Basaglia nel 1978, i manicomi erano posti in cui di fatto si derogava ai diritti costituzionali: luoghi di detenzione, abuso e degrado, in cui le persone venivano internate sulla sola base della malattia mentale. In questi istituti, dove i “matti” erano confinati per essere tenuti lontani dai “sani”, non era possibile alcuna forma di cura o di recupero. Basaglia si batté perché venissero aboliti e perché la salute mentale diventasse parte integrante del sistema sanitario nazionale. Uno dei primi manicomi a chiudere definitivamente fu proprio quello di Trieste, nel 1980.

Prima di uscire quella mattina non avevo ascoltato le notizie e non sapevo dell’omicidio di un bambino di nove anni avvenuto il giorno prima a Muggia, una cittadina nei pressi di Trieste, a opera di sua madre. Non sapevo neppure che la stampa locale avesse diffuso senza verificarla l’informazione falsa secondo cui la donna fosse seguita dai servizi di salute mentale.

I ragazzi avevano fatto uno più uno: questa ci parla di Basaglia, di liberare i matti, ma poi succedono cose come questa.

«Non sarebbe meglio rinchiuderli?»

Quando la domanda è arrivata, ci stavamo già salutando. Aveva forma interrogativa, ma si trattava di un’opinione già ben formata, espressa, va detto, nel più civile dei modi. La loro posizione era ferma: si chiedevano, sinceramente, come si potesse pensarla diversamente.

La discussione si è svolta più meno così:

«Ma quindi proponete di internare tutti i matti prima che commettano qualsiasi crimine?»
«No, solo quelli pericolosi»
«Chi stabilisce chi è pericoloso?»
«Un giudice»
«Ma quindi siete disposti a privare della libertà qualcuno che ancora non ha fatto nulla?»
«Be’, sì, se serve a proteggere una vita»
«E se sbagliamo e mettiamo in carcere qualcuno che non avrebbe mai commesso nulla?»
«Non sarebbero mica carceri»
«E cosa sarebbero?»
«Case di cura».

In quei pochi minuti non ero stata capace, non dico di scalfire anche minimamente le loro convinzioni, ma nemmeno di creare un minimo spazio di negoziazione sull’argomento e così, nelle ore e nei giorni successivi, avevo continuato a rimuginare senza riuscire a togliermi il tarlo. Potevo fare di più e meglio? Sicuramente, ma come?

Mi ero chiesta, innanzitutto, che cosa avrebbe risposto Basaglia, scoprendo che cosa aveva risposto, perché fatti tragici del genere sono sempre accaduti, anche prima, dopo e, soprattutto, durante il lungo processo che portò alla chiusura dei manicomi.

Tre casi in particolare ebbero grande effetto sulla gestazione della legge 180:

  • il “Caso Miklus” del 1968, quando un paziente dell’ospedale di Gorizia in permesso uccise la moglie;
  • il “Caso Savarin” del 1972, in cui un paziente del manicomio di Trieste uccise il padre e la madre;
  • e un terzo caso del 1977, quando una donna con problemi mentali che, pur avendolo chiesto, non era stata ricoverata in manicomio, uccise il figlio piccolo.

Per tutti e tre i casi Franco Basaglia e gli altri psichiatri del manicomio furono accusati di omicidio colposo, venendo poi assolti per non aver commesso il fatto. Ma parallelamente a quello che avveniva in tribunale si svolse anche un processo mediatico alla riforma psichiatrica che fu messa in discussione con argomenti del tutto simili a quelli espressi a me dai ragazzi.

Basaglia rispose in occasione dei processi e attraverso i suoi scritti. In fondo alla seconda edizione del suo celebre saggio L’istituzione negata, c’è un capitolo intitolato Il problema dell’incidente scritto a quattro mani con Franca Ongaro – scrittrice e protagonista della riforma psichiatrica, oltre che sua moglie. Il testo fu pubblicato all’inizio del 1968, pochi mesi prima del caso Miklus.

– Leggi anche: Trieste è davvero la città dei matti? di Marina Mander

Gli atti violenti che il paziente può rivolgere contro altri o contro sé stesso vengono abitualmente imputati alla malattia mentale, scrivono Basaglia e Ongaro, «chiamata in causa come unica responsabile dell’imprevedibilità del comportamento dell’internato».

«L’omicidio, il suicidio o le aggressioni di ogni tipo, fino a quelle di carattere sessuale, sono compresi e giustificati se inglobati in un meccanismo ignoto e imprevedibile delle sindromi. Nel momento in cui viene definito come malato, nessuno viene preso in causa, oltre l’impulso abnorme e incontrollabile che fa parte della natura della malattia».

Insomma, se sei malato di mente, la tua azione violenta deve essere per forza frutto della malattia della tua mente e di null’altro. Non è forse vero – questo lo aggiungo io – che di fronte a un crimine particolarmente efferato siamo tutti pronti a diagnosticare automaticamente la follia del colpevole, quasi aggrappandoci a essa per tranquillizzarci, anche quando non sappiamo nulla della persona che lo ha commesso? Certa violenza estrema ci lascia talmente sgomenti che cerchiamo subito di distanziarci, tracciando una netta separazione fra l’altro – il pazzo, il mostro – e noi – i “normali”.

Il punto per Franca Ongaro e Franca Basaglia è che rinchiudere i matti potrebbe persino peggiorare le cose:

«In questa situazione coatta, dove tutto è controllato […] [Il malato] non può vivere la libertà che come un momento auto e eterodistruttivo, così come l’istituzione si è affannata a insegnargli. Il discorso può naturalmente essere trasferito […] alla persona senza alternative, senza un futuro, senza una possibilità, che viva in una realtà in cui non trova posto. L’esclusione di cui è oggetto serve allora da indicazione all’unico atto possibile».

Una società escludente, insomma, può essere essa stessa una prigione che aumenta la propensione alla violenza delle persone emarginate. Considerando tutto questo, concludono Ongaro e Basaglia, «chi può, onestamente, parlare solo di malattia?». Sono argomentazioni importanti, ma hanno più di cinquant’anni. Posso considerarle ancora valide?

– Leggi anche: La psiche di chi arriva di Federica Sgorbissa

Mi dice Peppe Dell’Acqua, psichiatra che molti anni fa arrivò a Trieste proprio per lavorare con Basaglia, rimanendo poi nei servizi di salute mentale della città di cui è stato anche direttore:

«Non è possibile trovare un denominatore comune nella malattia mentale, e i dati mostrano che i matti uccidono o commettono crimini molto meno spesso delle persone normali».

Se fosse vero, sarebbe una risposta definitiva, ma la letteratura scientifica sull’argomento non è vastissima. Ci sono pochi studi e non ne ho trovato uno specifico sull’Italia. Una ricerca sulla Svezia fa un confronto tra i malati di mente e il resto della popolazione. Un dato mi sembra particolarmente significativo: nel totale dei crimini violenti commessi nel periodo preso in esame, ovvero un arco temporale di dodici anni, solo il 5 per cento risultava commesso da persone con disturbo mentale grave (gravi psicosi, schizofrenia o gravi disturbi della personalità). Quindi, secondo questi dati, anche rinchiudendo tutti i malati di mente gravi, falliremmo di prevenire i crimini violenti nel 95 per cento dei casi.

Ok, però lo studio non dice niente sulla frequenza dei reati violenti compiuti da persone con problemi di salute mentale relativamente al resto della popolazione. Dice solo che fra tutti i malati di mente gravi, quelli che commettono atti violenti sono fra il 6 e il 10 per cento. Questo significa che, nello scenario più conservativo, solo un malato di mente su dieci commetterà un crimine violento. Ma anche una sola vita salvata sarebbe una vittoria. Sì, ma a quale prezzo? Rinchiuderli tutti?

Il problema è ancora quello fatto notare da Basaglia e Ongaro: non possiamo stabilire un nesso causale fra la malattia e l’atto violento (non si spiegano altrimenti i nove malati di mente su dieci che non ne commettono) e quindi non possiamo prevedere con certezza, sulla base della semplice della diagnosi, chi si macchierà di questi crimini.

Siamo dunque disponibili, non vivendo in un mondo come quello descritto in Minority Report dove si giudicano i crimini prima che vengano commessi, a incarcerare un numero significativo di persone completamente incolpevoli nell’ipotesi che diventino colpevoli di qualcosa? Senza contare che ammettere internamenti extragiudiziali aprirebbe la porta ad abusi degni di una dittatura sudamericana del secolo scorso.

Un’altra cosa che scopro leggendo lo studio svedese è tragicamente ironica: le statistiche dicono che la popolazione con malattia mentale è più spesso vittima di crimini violenti della media della popolazione.

Rimane che anche una sola morte per mano di una persona con problemi psichici, come quella del bambino di Muggia, è immediatamente imputata alla mancanza di cura o sorveglianza. Con Dell’Acqua abbiamo parlato anche di questo:

«Mi ha colpito al cuore leggere sul Piccolo, il giornale locale, che la donna era seguita dal centro di salute mentale. È stata fatta già una diagnosi, è stata già emessa una sentenza, è stata condannata ed è finita lì».

In realtà la donna era seguita dai servizi sociali da anni, ma non era mai stata presa in carico da quelli di salute mentale, né aveva mai avuto diagnosi in questo senso. L’esistenza di una vittima, però, costringe a guardare anche l’altra faccia della medaglia. Ci deve pur essere un modo di conciliare diritti e sicurezza.

Il fatto è che giudicare le persone e le loro azioni sulla base della malattia mentale non ci porta lontano perché, spostando la responsabilità sulla malattia, si smette appunto di giudicare le persone in quanto persone. Per questo nel nostro e in altri ordinamenti, per determinare la pena, bisogna prima appurare la “capacità di intendere e di volere” del colpevole.

Dell’Acqua mi spiega una cosa che non sapevo:

«Si sta cominciando a ragionare di eliminare completamente la perizia psichiatrica in ambito giuridico. La perizia sposta le persone fuori dal contesto del diritto. In tanti invece pensiamo che non si possa più cercare di trovare il colpevole nella malattia. Il diritto non è una cosa che sta lì senza conseguenze. Quando una di queste persone con un disturbo mentale commette un reato, ha il diritto di vivere, ha il diritto di essere difeso, ma deve anche accettare la pena».

Non ci avevo mai pensato, ma mi sembra molto coerente anche con la battaglia di Basaglia affinché ai malati di mente venisse riconosciuta anche la responsabilità civile.

Il malato di mente è prima di tutto una persona, e come tale va giudicato, trattato, aiutato quando è possibile, ma anche sanzionato e tenuto lontano dalle potenziali vittime quando le sue azioni ci dicono che potrebbe essere pericoloso. Bisognerebbe trattarlo come qualsiasi altra persona che abbia dato prova di poter nuocere agli altri.

È questo il compito che svolge, o dovrebbe svolgere, la rete di servizi, tutele e professionisti che oggi l’Italia prevede intorno alle persone che danno prova di poter essere pericolose per gli altri (e la rete speculare che si tende — o si dovrebbe tendere — in difesa delle potenziali vittime). Purtroppo, come tante altre cose, è una rete imperfetta per natura che in più soffre di ridimensionamenti del personale, tagli ai finanziamenti e difficoltà di comunicazione fra le diverse realtà coinvolte.

È una questione di prevenzione, su cui si investe poco perché prevenire dà meno soddisfazioni e certezze che reprimere o punire, ma non si potranno mai prevenire al 100 per cento i crimini violenti, anche se si può sicuramente fare meglio di così. Il punto di partenza, però, dovrebbe essere l’idea che una diagnosi di malattia mentale non è e non può essere uno strumento utile per prevedere le azioni future di una persona.

Continuo a ripensare alla domanda di quei ragazzi e ragazze.

«Non sarebbe meglio rinchiuderli?»

Mi spiace non aver avuto la prontezza di spirito di dare una risposta migliore. Avrei dovuto dire che sì, è devastante sapere che non siamo riusciti a proteggere una vittima indifesa, ma che se cerchiamo il colpevole nella malattia mentale, calpestando i diritti delle persone e non riconoscendo tutti, anche i colpevoli, come persone, finiremo per avere più vittime anziché meno.

– Leggi anche: Franco Basaglia fu molto più di una legge

Storie/Idee

Da leggere con calma, e da pensarci su