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  • Mercoledì 28 gennaio 2026

Il caso dell’ICE alle Olimpiadi è montato sulla base di poco e niente

No, non ci saranno agenti violenti per le strade di Milano, e i timori di questi giorni potevano essere fugati facilmente dal governo

Lavori preparatori per le Olimpiadi davanti all'Arco della Pace di Milano, il 27 aprile 2025 (Paolo Salmoirago/ANSA)
Lavori preparatori per le Olimpiadi davanti all'Arco della Pace di Milano, il 27 aprile 2025 (Paolo Salmoirago/ANSA)

Da quando sabato un articolo del Fatto Quotidiano aveva raccontato che l’ICE sarebbe stato presente alle Olimpiadi di Milano Cortina, il governo e la Regione Lombardia potevano ridimensionare il caso che si è andato creando nelle ore e nei giorni successivi in un modo semplice: fornire informazioni chiare e certe. Invece hanno fatto tutto il contrario, contraddicendosi e smentendo le loro stesse dichiarazioni.

L’ICE è l’agenzia federale statunitense che si occupa di controllo di frontiere e dell’immigrazione, ed è diventata nota anche in Italia per l’approccio violentissimo che sta adottando in patria, in particolare nello stato del Minnesota, durante le operazioni ordinate dall’amministrazione di Donald Trump. A Minneapolis alcuni suoi agenti hanno ucciso un uomo e una donna, due manifestanti pacifici, nel giro di pochi giorni. Perciò la notizia diffusa dal Fatto aveva avuto subito grande risonanza, per via dei timori che agenti stranieri in passamontagna circolassero per le strade di Milano. Ma si è capito subito che i timori erano ingiustificati, perché lunedì l’ambasciata americana ha grosso modo fornito, in via confidenziale, i chiarimenti necessari.

– Leggi anche: Cos’è questa storia dell’ICE alle Olimpiadi Milano Cortina

L’ICE è divisa in due principali sezioni: una investigativa, l’Homeland Security Investigations (HSI), e una operativa, l’Enforcemente and Removal Operations (ERO), che esegue controlli sul campo, arresti, ed espulsioni. Ciò che si è capito poco dopo che la notizia sull’ICE aveva cominciato a circolare, è che l’ERO non avrà alcun impiego diretto in Italia durante le Olimpiadi. Era un’informazione fondamentale da dare, da parte del governo, per calmare le polemiche. Ma il ministero dell’Interno e la presidenza del Consiglio hanno invece avuto parecchie titubanze, per un paio di giorni almeno.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’aula della Camera, il 14 gennaio 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Il discorso sulla sezione investigativa dell’ICE, l’HSI, è diverso. Anche in questo caso, le prime informazioni fornite dall’ambasciata americana si sono poi rivelate sostanzialmente affidabili. Funzionari dell’HSI, come quelli di varie altre agenzie investigative americane, sono spesso impiegati in Italia, come in decine di altri paesi del mondo, per condurre indagini e scambiare informazioni con le polizie locali. Per lo più compiono missioni limitate nel tempo, più di rado si trattengono in Italia per settimane o mesi, ma sempre in numero ristrettissimo (qualche unità), appoggiandosi alle strutture dell’ambasciata a Roma e del consolato generale a Milano. Queste unità seguono le direttive del Regional Security Office, cioè l’estensione estera del più importante Bureau of Diplomatic Security (DS), che è la potente agenzia di sicurezza al servizio del dipartimento di Stato, l’equivalente statunitense del ministero degli Esteri.

È il Diplomatic Security Service (DSS), un’agenzia affiliata al Bureau of Diplomatic Security, a gestire abitualmente i servizi di protezione per i cittadini statunitensi – atleti, diplomatici, funzionari di vario tipo – durante i grandi eventi come le Olimpiadi, e anche per Milano Cortina sarà così. E «come in precedenti eventi olimpici», spiega il dipartimento di Stato, «varie agenzie federali assisteranno il DSS, compreso l’HSI».

Che investigatori dell’HSI, cioè del ramo non operativo dell’ICE, potessero essere coinvolti in operazioni di intelligence o di indagine senza alcun mandato di svolgere sicurezza pubblica, e lontano dalle sedi delle gare, era un’informazione che anche l’ambasciata aveva fornito, fin dall’inizio.

Va detto che l’arrivo di singoli agenti federali statunitensi in Italia non viene concordato nel dettaglio col governo, a differenza di quanto succede per il personale più operativo. Le regole e le consuetudini, in questo senso, sono molto diverse. Gli Stati Uniti, come tutti gli altri paesi, comunicano in anticipo la volontà di far arrivare in Italia agenti armati: succede per esempio quando vengono in visita funzionari dello Stato, membri dell’amministrazione, il presidente o il vicepresidente.

In quel caso, viene concesso agli ospiti di comporre il cosiddetto dispositivo di sicurezza come ritengono (entro certi limiti), e c’è uno scambio di informazioni preliminari: quanti uomini verranno impiegati, con quale qualifica, da quali corpi, con che dotazioni. Non è un’autorizzazione a tutti gli effetti, nel senso che – quando si tratta degli Stati Uniti – il ministero dell’Interno si limita quasi sempre a prendere atto delle richieste, e a concederle senza fare obiezioni; al contempo, la delegazione straniera accetta di sottostare alle regole d’ingaggio stabilite dalle autorità italiane. In sostanza, i militari stranieri hanno facoltà di intervenire solo per proteggere direttamente la personalità scortata. A tutto il resto ci pensano gli agenti italiani.

Ma quando uno, o due, o cinque investigatori di una certa agenzia vengono in Italia per fare delle indagini, il tutto avviene in modo molto meno rigido. Spesso c’è un’informazione preliminare, piuttosto generica, fornita al governo. Ma a volte, semplicemente, questi investigatori vengono accreditati come personale diplomatico in servizio all’ambasciata di Roma: per cui è piuttosto difficile per il governo italiano stabilire se si tratti di un agente di un’agenzia o di un’altra, e in fondo non è neppure così rilevante. Tutto ciò aiuta a spiegare, almeno in parte, le incertezze del ministero dell’Interno sul caso dell’ICE.

Quando è sorta la polemica intorno all’articolo del Fatto, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto di fare delle verifiche: un lavoro che ha coinvolto i dirigenti della Polizia, il prefetto, il questore di Milano e l’intelligence. Le conclusioni a cui sono arrivati al ministero sono le stesse che l’ambasciata aveva informalmente fornito ai cronisti. Ma prima di smentire in modo categorico la notizia sulla presenza dell’ICE, Piantedosi ha chiesto conferme certe che non ha avuto. Per questo ha dapprima tenuto una posizione più cauta: «Non ci risulta in questa fase e in questo momento», ha detto lunedì, aggiungendo che «anche se fosse […] non vedo quale problema ci sia».

Dal pomeriggio di lunedì Piantedosi è stato più risoluto, ma comunque un po’ ambiguo. Prima, attraverso il dipartimento di Pubblica sicurezza, cioè la Polizia, ha diffuso un comunicato in cui «si smentisce che ICE opererà in Italia», e che «non ci sono ad oggi accordi di collaborazione sottoscritti per le Olimpiadi». Poi martedì lui stesso ha detto che «l’ICE in quanto tale non opererà mai in Italia», ed evidentemente con quell’in quanto tale si riferiva proprio agli agenti dell’ERO, la sezione operativa dell’agenzia. Ma la scarsa precisione ha fatto sì che poche ore dopo si generasse ulteriore confusione, quando il dipartimento di Sicurezza nazionale statunitense, a cui fa capo l’ICE, ha detto che il ramo investigativo dell’ICE (cioè l’HSI) è impegnata in Italia per «verificare e mitigare i rischi derivanti dalle organizzazioni transnazionali».

Il fatto che Piantedosi non abbia distinto in nessun caso tra HSI ed ERO ha contribuito a generare l’impressione che il governo italiano e l’amministrazione americana si stessero contraddicendo a vicenda.

Ma non è stata solo un’incomprensione lessicale. Alla base della cautela di Piantedosi c’è anche la difficoltà che i governi europei, compreso quello italiano, hanno da sempre nel concordare certe operazioni con gli Stati Uniti, che sono abituati a dare per scontato che le proprie richieste vengano accolte e a mantenere un certo riserbo fino all’ultimo. Con l’amministrazione Trump, queste difficoltà si sono fatte assai più consistenti. Lo scorso aprile, quando JD Vance venne in Italia per incontrare papa Francesco nel giorno di Pasqua, la sua visita fu organizzata in modo piuttosto irrituale e frettoloso.

Inoltre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preferito non esporsi sul caso dell’ICE, consapevole che la pessima fama dell’agenzia, e lo scarso consenso con cui nel complesso gli italiani giudicano Trump, potesse in qualche modo avere delle ricadute sulla sua immagine. Neppure il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ritenuto di dover intervenire. Per ottenere dunque delle rassicurazioni più affidabili sull’effettivo coinvolgimento dell’agenzia alle Olimpiadi, Piantedosi ha incontrato l’ambasciatore americano Tilman Fertitta, con cui ha peraltro un buon rapporto personale. La cosa è stata abbastanza inusuale, trattandosi di un ministro dell’Interno, ma dal punto di vista di Piantedosi era un atto necessario per avere un riscontro ufficiale e definitivo. E per questo, solo dopo l’incontro, ha chiarito finalmente quale sarà il ruolo dell’HSI.