Nei Paesi Bassi un uomo è stato condannato a 20 anni di carcere perché accusato di gestire un centro in cui venivano torturati i migranti in Libia

(AP Photo/Joan Mateu Parra)
(AP Photo/Joan Mateu Parra)

Un tribunale dei Paesi Bassi ha condannato a 20 anni di carcere un uomo eritreo accusato di essere a capo di una rete di trafficanti di esseri umani che teneva detenute in Libia persone migranti che dall’Eritrea cercavano di raggiungere l’Europa, e le torturava, stuprava, sottoponeva a trattamenti degradanti; veniva inoltre estorto denaro a loro e alle loro famiglie come condizione per farle partire. L’uomo, Tewelde Goitom (noto anche come Amanuel Walid), è stato condannato con le accuse di traffico di esseri umani ed estorsione.

Il processo, che si è svolto a novembre ed è stato molto seguito nei Paesi Bassi, è uno dei pochi in Europa contro una persona accusata di capi di imputazione simili. I giudici hanno stabilito di avere giurisdizione sul caso, nonostante il centro si trovasse in Libia, in base al concetto di giurisdizione universale, che nei Paesi Bassi permette ai tribunali di perseguire reati commessi all’estero contro persone che vivono nel paese (alcuni parenti delle persone migranti, a cui sarebbe stato estorto denaro, si trovano nei Paesi Bassi).

Le torture e le violenze subite dai migranti che cercano di raggiungere l’Europa nei centri di detenzione in Libia sono note e documentate: i centri sono spesso gestiti da persone colluse con le milizie che compongono la cosiddetta Guardia costiera libica, che intercetta e riporta in Libia i migranti in partenza. Proprio con la Guardia costiera libica, e nonostante questo, il governo italiano ha in vigore un accordo che ne prevede il finanziamento e l’addestramento, oltre alla fornitura di mezzi: l’accordo fu fatto per la prima volta nel 2017 dal governo di centrosinistra di Paolo Gentiloni ed è stato poi rinnovato.

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