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  • Lunedì 26 gennaio 2026

Il peculiare documentario delle Olimpiadi di Cortina 1956

Girarlo fu un'impresa, e ancora oggi è ricordato per essere una spettacolare e sperimentale cronaca sportiva, ma non solo

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Le Olimpiadi invernali, nel 1956, furono le prime in Italia e le prime a essere trasmesse in diretta in Eurovisione. Oltre che per le immagini in diretta tv, si sono fatte ricordare grazie a Vertigine bianca, un documentario – sonoro e a colori – di un’ora e mezza. È un documentario inconsueto e sperimentale che alle funzioni di cronaca sportiva, fatta a temperature tutt’altro che semplici, aggiunse dell’altro, in termini di scelte di racconto, commento e montaggio. E che proprio per questo ricevette «una diffusione senza precedenti, diventando il testimonial mondiale di quell’edizione» delle Olimpiadi. È ancora disponibile, ed è tutto qui sotto, ma prima qualche informazione.

Vertigine bianca fu girato dall’Istituto LUCE in collaborazione con il CONI, il Comitato Olimpico Italiano, per un costo di circa 100 milioni di lire.

Nel libro Cortina 1956 – Un’Olimpiade tra Guerra fredda e Dolce vita, Andrea Goldstein ricorda che fu girato da 30 operatori usando 65mila metri di pellicola, con «cineprese munite di obiettivi a fuoco variabile, parchi lampade ben forniti per le riprese notturne, un elicottero, otto jeep, quattro autocarri e 12 automobili». Il regista fu Giorgio Ferroni, già autore di un cortometraggio omonimo nel 1941.

Vertigine bianca fu montato rapidamente dopo la fine delle Olimpiadi (che si svolsero tra il 26 gennaio e il 5 febbraio del 1956) e presentato a Roma il 24 marzo di quell’anno. Sempre Goldstein ricorda che «l’accoglienza della critica fu tutt’altro che unanime». Era in effetti un documentario strano, ambizioso e quasi spiazzante. Le recensioni parlarono di un’introduzione troppo “lirica” e di molti, e secondo alcuni non sempre necessari, “virtuosismi” di regia e montaggio. Un recensore del Corriere della Sera ne presentò perplesso anche le scelte musicali «un po’ alla garibaldina». 

Ancora oggi è piuttosto straniante guardarne i primi minuti: un racconto del contesto alpino e ampezzano, del tutto slegato dalla cronaca sportiva che ne segue. Il film si apre con queste parole:

«Nelle valli lo sfaldamento triste dell’autunno è compiuto. Ancora una volta è calato l’inverno e le cime dei monti lassù già scintillano per le nuove nevi. Gli alberi sono disegni muti che le luci valenti del cielo cristallizzano. La nebbia leggera e melanconica si è insinuata nel cuore della natura e un velo di brina ricopre i prati».

Più avanti, quando arriva lo sport – che dopo i primi minuti è presente in abbondanza – anche il racconto si fa un po’ meno lirico, seppur comunque con toni tipici di quel periodo. Di una sciatrice si dice che «il suo stile è come lei stessa, morbido e grazioso», di uno sciatore – il grande sciatore austriaco Toni Sailer, l’eroe di quelle Olimpiadi – viene detto: «Non è lui che infila le porte, sono le porte che gli vanno incontro a tempo di valzer». Di Cortina, che per quei giorni fu «piccolo cuore del mondo».

Negli anni, proprio in virtù della sua peculiarità, Vertigine bianca è stato in parte rivalutato, presentato in qualche festival (quello di Trento, dedicato al cinema di montagna, lo definisce «un’opera spettacolare e sperimentale allo stesso tempo») e talvolta persino trasmesso in televisione. Nel libro Cortina 1956, edito da Marsilio Arte, Massimo Spampani lo presenta come «una produzione di prim’ordine», un film «a metà strada tra un documentario di montagna e una fantastica féerie nella neve». In altre parole, una fiaba visivamente spettacolare. Anche Spampani, tuttavia, ammette che – specie dal punto di vista odierno – «i testi risultano alquanto retorici, ancora legati alla tradizione filmica del Ventennio, la scenografia piuttosto naïf».

Per i più curiosi, e coraggiosi, grazie all’Istituto Luce è ancora disponibile.