Le prime Olimpiadi di Cortina
Nel 1956 e senza Milano: le prime in Italia, le prime invernali con l’Unione Sovietica, le prime in diretta sulla Rai

Il 26 gennaio del 1956 iniziarono a Cortina d’Ampezzo le Olimpiadi invernali. Durarono undici giorni e di certo non cambiarono il mondo, ma furono un importante pezzo di storia olimpica e dell’Italia del “boom economico”. Oltre che assai determinanti per il futuro di Cortina, un paese di montagna di poche migliaia di abitanti in cui arrivarono quasi mille atleti e atlete da 32 paesi, e decine di migliaia di tifosi e turisti. Probabilmente ci andarono un po’ per lo sport e un po’ per curiosare, vedere e farsi vedere; in certi casi anche solo per far parte di quel giro mondano di cui Cortina divenne uno dei centri.
Le Olimpiadi invernali di Cortina 1956 furono le prime con una squadra sovietica e le prime per l’Italia, che pochi mesi prima aveva ottenuto l’organizzazione di quelle estive di Roma del 1960. Ma le prime volte furono tante. Nel libro Cortina 1956 – Un’Olimpiade tra Guerra fredda e Dolce vita l’economista Andrea Goldstein ha scritto:
«I primi Giochi dopo la Seconda guerra mondiale ospitati da un Paese dell’Asse, i primi d’inverno (e i secondi in assoluto, dopo Atene 1896) a Sud delle Alpi, i primi in cui gareggiò una squadra tedesca riunificata, i primi con copertura televisiva internazionale, i primi in cui il giuramento dei partecipanti venne recitato da un’atleta, i primi in cui venne eseguito l’inno olimpico».
Già alla fine dell’Ottocento Cortina aveva iniziato a trasformarsi in una meta turistica, affermandosi nei primi decenni del Novecento come destinazione per sciatori, oltre che per alpinisti e appassionati di montagna. Divenne italiana dopo la Prima guerra mondiale e prese il suo nome attuale – Cortina d’Ampezzo, dal nome della conca in cui si trova – nel 1923. Nel 1900 aveva 15 alberghi, nel 1915 erano 27, nel 1929 quasi 50.

Cortina d’Ampezzo nel 1889 (Imagno/Getty Images)
Cortina aveva ospitato i Mondiali di sci alpino nel 1932 e nel 1941, e già altre due volte si era candidata per ospitare le Olimpiadi invernali: quelle del 1944, che le furono assegnate ma poi non vennero disputate a causa della Seconda guerra mondiale, e quelle del 1952, che alla fine si fecero a Oslo, in Norvegia. Peraltro l’Italia già aveva ottenuto di organizzare le Olimpiadi – in quel caso estive, ché quelle invernali ancora non esistevano – del 1908, ma rinunciò a causa dell’eruzione del Vesuvio nel 1906.
Cortina ci riprovò la terza volta, quella buona, ottenendo nel 1949 l’assegnazione delle Olimpiadi del 1956, e avendo la meglio su tre alternative nordamericane: Montréal, Colorado Springs e Lake Placid. «È difficile sopravvalutare l’importanza diplomatica di quel verdetto», ha scritto Goldstein, «espresso quando l’Italia non era ancora stata ammessa a far parte dell’ONU, per cui dovette attendere dicembre 1955».
Quando iniziarono le prime Olimpiadi di Cortina, alla fine di gennaio del 1956, la Rai – Radiotelevisione Italiana esisteva da poco più di due anni e Lascia o raddoppia? andava in onda da un paio di mesi. Il presidente della Repubblica era Giovanni Gronchi, quello del Consiglio Antonio Segni. Sia il calcio che il ciclismo, i due sport allora più popolari, avevano senz’altro visto tempi migliori. Nemmeno ci si aspettava granché dagli sport della neve e del ghiaccio: nelle Olimpiadi invernali, la cui prima edizione era stata nel 1924, l’Italia aveva ottenuto in tutto due medaglie d’oro e una medaglia di bronzo.

Sophia Loren a Cortina durante le Olimpiadi del 1956 (Getty Images)
Nel libro Cortina 1956 – Le prime Olimpiadi bianche in Italia, ricco di aneddoti e fotografie, il giornalista Massimo Spampani ricorda che la fiamma olimpica era stata accesa a Roma e da lì portata in aereo a Venezia. Da Venezia «in tre giorni, con duecentocinquantasei cambi, di corsa, con soste notturne a Treviso e a Belluno, e nel tratto finale portata dagli alpini con gli sci, raggiunse Cortina e salì al rifugio Duca D’Aosta della Tofana», una storica pista ampezzana, da cui scese portata dallo sciatore Zeno Colò, vincitore dell’oro nella discesa libera nelle precedenti Olimpiadi di Oslo.
L’ultimo tedoforo a portare la fiaccola nello Stadio olimpico del ghiaccio fu il pattinatore Guido Caroli, che inciampò nel cavo di un microfono. Per fortuna, la caduta – che nei servizi televisivi non venne mostrata – non ebbe conseguenze né per lui né per la fiaccola: la fiamma non si spense e la cerimonia proseguì, con il giuramento olimpico pronunciato dalla sciatrice Giuliana Minuzzo.
«Per la prima volta in ventisette secoli la fiamma d’Olimpia sosterà e arderà su terra italiana: l’accoglierà la bianca, scintillante conca di Cortina, facendole corona della sua regale maestà dolomitica. Faranno storia, dunque, il luogo e la data non solo nel libro dello sport, ma pur in quello della Patria e della civiltà», scrisse la Gazzetta dello Sport. L’attesa, insomma, era molta, e le aspettative altissime.
Nei successivi dieci giorni ci furono gare di bob, combinata nordica, hockey, pattinaggio di figura e di velocità, salto con gli sci, sci alpino e sci di fondo. Gli stessi sport delle precedenti Olimpiadi, tutti in gare e formati non troppo diversi da come saranno a Milano Cortina 2026. Di nuovo, oltre alla squadra sovietica e a quella unificata delle due Germanie, ci furono i debutti, alle Olimpiadi invernali, della Bolivia e dell’Iran.

La squadra sovietica in parata per Cortina, nel 1956 (Fototeca Gilardi/Getty Images)
Era nuovo anche lo Stadio olimpico: allora fu usato per l’hockey e per il pattinaggio di figura, oltre che per la cerimonia; quest’anno ospiterà le gare di curling. E lo erano pure la pista da bob e il Trampolino Italia usato per il salto con gli sci: entrambe le strutture furono infatti realizzate dopo la quasi totale demolizione di una precedente pista e di un precedente trampolino.
A farsi notare fu soprattutto il trampolino, di cui – ricorda Spampani – si scrisse: «È un’opera di alta tecnica, di pregevolissima linea architettonica, incastonato come una gemma in una cornice panoramica senza uguali, che si appresta a conquistare di diritto il titolo di più bel trampolino del mondo». Quello precedente era stato costruito per i Mondiali di sci del 1941 e aveva preso il posto di uno fatto nel 1923. Il Trampolino Italia c’è ancora, ma non è più utilizzato da anni.

Il trampolino, e il pubblico, nel 1956 (Getty Images)
Le gare di sci alpino si tennero su quattro piste diverse, anche loro rimesse a nuovo in vista delle Olimpiadi. Quelle di sci di fondo si fecero invece lungo percorsi che passavano per altre località della conca ampezzana, cosa che – ha scritto Spampani – fu molto apprezzata poiché «permise a molti tifosi di assistere alle gare quasi senza muoversi di casa».

Un momento della 50 km di fondo (Getty Images)
Per l’ultima volta nella storia delle Olimpiadi le gare di pattinaggio di velocità furono all’aperto: sul lago ghiacciato di Misurina, sotto le Tre Cime di Lavaredo, a poco più di dieci chilometri da Cortina: qualcuno storse il naso, ritenendola troppo distante dalle altre sedi di gara.

Il lago ghiacciato di Misurina (Keystone/Getty Images)
A proposito di ghiaccio e neve. Quell’inverno fu gelido, con temperature spesso ben al di sotto degli zero gradi, ma scarso di neve. O meglio, scarso per gli standard di allora: «Appena 32 centimetri nel dicembre del 1955 e 46 centimetri il 10 gennaio 1956».
Oggi sarebbero una manna, forse quasi troppi; allora – viste le condizioni delle piste e l’impossibilità di farsela da sé, la neve – fu un grandissimo problema. Che, scrive Spampani, si risolse così: «Furono gli alpini a salvare le competizioni, andandola a prendere nei luoghi più freddi della vallata dove era più abbondante. Dai camion poi la trasferivano con le gerle, caricandole sulla schiena, fino sulle piste. Vennero così sistemati i tracciati dello sci, del fondo e la pista del trampolino. Venne anche innevato il Corso Italia, nel centro di Cortina, e il tragitto fino allo Stadio olimpico».
La relativa scarsità di neve ancora si vede in video e fotografie, e si fece sentire lungo la pista da bob. Un atleta, ricorda Goldstein, disse che «neanche per tutto l’oro al mondo l’avrebbe rifatta», un altro che, vista la quantità di buche, la volta successiva «avrebbe portato le mazze da golf».
Le gare andarono per la gran parte come da pronostici. L’Unione Sovietica vinse il medagliere davanti ad Austria, Finlandia e Svizzera. Le medaglie sovietiche arrivarono dal pattinaggio, dal fondo (dove i sovietici si spartirono tutti i podi con Finlandia, Svezia e Norvegia) e dall’hockey, dove l’URSS vinse il torneo davanti a Stati Uniti e Canada.
L’Italia si fermò a due argenti e un oro, tutti e tre arrivati dal bob, nelle cui gare fece valere il vantaggio di conoscere la pista di casa. C’era grandissima attesa per un oro di Eugenio Monti, atleta cortinese a cui è intitolata la nuova pista di bob. Ma Monti, ex eccellente sciatore passato al bob dopo un grave infortunio, arrivò secondo.
L’atleta di quelle Olimpiadi fu senza dubbio l’austriaco Toni Sailer. Nato nel 1935 e soprannominato “la saetta nera di Kitzbühel”, Sailer vinse tutte e tre le gare di sci alpino allora parte del programma olimpico. In seguito dovette ritirarsi in quanto accusato di professionismo (allora alle Olimpiadi ci si aspettava che gli atleti facessero sport per sport, non per soldi) e, tra le altre cose, finì a fare la controfigura di James Bond, per le scene di sci, nel film Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà.

Toni Sailer nel 1956 (Getty Images)
Le Olimpiadi di Cortina finirono il 5 febbraio, mostrate in diretta in Italia dalla Rai (che pur esistendo da un paio d’anni fece un lavoro eccellente, specie viste condizioni e temperature) e trasmesse anche in diversi paesi stranieri. Quelle Olimpiadi furono raccontate inoltre dal peculiare documentario Vertigine bianca. Fu il film ufficiale, ed è un documentario sportivo: ma a vedere i primi minuti, lirici e muti, non si direbbe.
Goldstein ha scritto che le Olimpiadi «non lasciarono praticamente traccia sul fronte delle infrastrutture e dell’accessibilità a Cortina», e che – come spesso succede – il ritorno economico, almeno nel breve periodo, fu parecchio minore delle spese. Ma le prime Olimpiadi italiane furono un successo sotto altri punti di vista. Spampani cita a questo proposito un articolo pubblicato sul Corriere della Sera e scritto da Ciro Verratti, ex oro olimpico e poi affermato giornalista:
«Un’Olimpiade si può vincere o si può perdere anche in un altro campo, che è quello dell’organizzazione. Dobbiamo ripetere ancora una volta che l’Italia, organizzatrice dei VII Giochi olimpici invernali, ha vinto in grande stile la sua battaglia. Il mondo guardava noi che per la prima volta ci accingevamo a questa impresa per giudicare le nostre capacità, la nostra competenza, la nostra disciplina, e noi abbiamo lasciato il mondo ammirato per quello che abbiamo saputo fare».
Ci furono problemi, quasi di certo casi di malversazioni e corruzione, e ci sono ampi margini per chiedersi se la direzione verso cui quelle Olimpiadi portarono Cortina fosse giusta. Ma è un fatto che, come ha scritto Goldstein, «per Cortina ci sia un prima e un dopo le Olimpiadi» e che le Olimpiadi furono per Cortina «un successo indiscutibile».
A Cortina ci fu chi ripensò di ospitare le Olimpiadi già negli anni Sessanta, e un paio di decenni più tardi ci furono due candidature per ospitare le Olimpiadi poi assegnate a Calgary e Albertville, nel 1988 e nel 1992. Cortina fu tirata in ballo anche per le Olimpiadi del 2006 (quando in un referendum cittadino i voti a favore furono il 62 per cento), a cui l’Italia candidò però Torino. Ci torneranno, in parte, tra pochi giorni.



