• Mondo
  • Sabato 24 gennaio 2026

In Iran i corpi dei manifestanti uccisi vengono usati per punire le loro famiglie

Ci sono molte testimonianze di trattamenti oltraggiosi e persino di richieste di riscatto

La commemorazione di un giovane ucciso durante le proteste, all'estero - in Canada il 23 gennaio - perché nel paese è in molti casi vietato
La commemorazione di un giovane ucciso durante le proteste, all'estero - in Canada il 23 gennaio - perché nel paese è in molti casi vietato (AP Photo/Kamran Jebreili)
Caricamento player

Dopo aver ucciso migliaia di manifestanti, il regime iraniano ha usato la consegna dei corpi come ulteriore strumento per punire le loro famiglie. Fa parte della repressione senza precedenti con cui sono state fermate le enormi proteste di due settimane fa, in cui il regime ha ucciso almeno 5.137 persone, secondo le ultime stime delle ong iraniane all’estero basate sulle testimonianze sul posto.

Il New York Times ha raccontato il trattamento irrispettoso che, in molti casi, hanno ricevuto i cadaveri dei manifestanti. Ha raccolto testimonianze dai familiari andati negli obitori, che hanno riferito una situazione caotica in cui ai corpi era assegnato un numero identificativo al posto del nome. I sacchi che li contenevano sono stati accumulati alla rinfusa e in alcuni casi scaricati dai camion sui pavimenti.

È un racconto coerente coi video dell’obitorio di Kahrizak, a sud della capitale Teheran, che erano circolati molto: si vedevano i sacchi neri dei cadaveri ammassati nelle stanze o lasciati per terra nel cortile della struttura. Questo trattamento ha portato a una protesta dei familiari, il 10 gennaio, a Behesht-e Zahra, il più grande cimitero di Teheran: per sedarla sono intervenute le forze di sicurezza del regime.

Le ong iraniane e l’inchiesta del New York Times hanno documentato un’altra pratica oltraggiosa. Diverse famiglie hanno detto che le autorità hanno chiesto una specie di riscatto in cambio della consegna dei corpi, con cifre spesso insostenibili per loro, anche a causa della grave crisi economica che è stata all’origine di queste proteste, le più grandi da quelle della rivoluzione islamica del 1979.

Arina Moradi, che lavora per una delle associazioni per i diritti umani, ha raccontato al New York Times che, oltre a esigere un pagamento per restituire il corpo di suo cugino, le autorità hanno vietato alla sua famiglia sia di fare un funerale sia di seppellirlo nella sua città, dirottandola invece su un posto sperduto. La famiglia è stata costretta ad accettare, per riaverlo.

Questo metodo repressivo non è nuovo per il regime. Negli anni Ottanta, durante la repressione successiva alla rivoluzione islamica, i funerali erano stati vietati in modo che non diventassero manifestazioni di dissenso, e alle famiglie degli oppositori erano state chieste somme di denaro. Anche nel caso dell’uccisione di Mahsa Jina Amini, che portò alle proteste del 2022, la famiglia fu costretta a seppellirla di prima mattina, quasi in segreto, proprio perché il regime aveva intuito la gravità del caso e cercava di occultarlo.

In questi giorni il presidente statunitense Donald Trump è tornato a minacciare l’Iran di un attacco. Giovedì ha detto che gli Stati Uniti stanno spostando forze aeree e navali verso il Medio Oriente «per precauzione», sostenendo che servano a intervenire qualora il regime eseguisse condanne a morte dei manifestanti arrestati (più di 27mila in tutto, hanno calcolato le ong).

– Leggi anche: In Iran la repressione del regime non si è fermata